Molti infermieri in Italia e nel mondo scrivono libri tecnici, narrativi e specialistici. Un'occasione per mostrare la crescita professionale nel mondo e lasciare la propria impronta nella storia della professione.
Nel silenzio che resta di Elena Boccino è una testimonianza narrativa ed etica che apre le porte di uno dei luoghi più chiusi, intensi e complessi della sanità: il reparto di rianimazione e terapia intensiva.
Non si tratta di un saggio accademico sterile né di una memoria strettamente autobiografica, bensì di un racconto corale che dà voce a chi spesso opera nell’ombra.
C'è un suono, dice l'autrice nel prologo, che chi non lavora in ospedale non conosce davvero: non il rumore dei monitor, non il carrello delle terapie, non la voce di un collega che chiama da un'altra stanza. È il campanello. Quel trillo breve e insistente che parte da un letto e arriva in fondo al reparto, e che significa sempre la stessa cosa: qualcuno ha bisogno di te.
Arianna Esposito racconta che nei primi mesi di lavoro, a ogni campanello, correva davvero — con il cuore in gola, perché ogni chiamata poteva essere qualcosa di grave. Poi sono arrivati gli anni, i turni di notte, i doppi turni, le carenze di personale, i pazienti che si spazientiscono mentre tu ne stai tenendo in vita un altro nella stanza accanto. E un giorno, non ricorda quale, ha sentito suonare quel campanello e dentro di sé non è successo niente. Nessun sussulto, nessuna corsa: solo un pensiero stanco — e adesso cosa c'è.
Dopo aver individuato la “situazione”, dopo essermi documentato a sufficienza e composto un “incipit” valido (si vedano i precedenti articoli pubblicati su InfermieriAttivi il 24 e il 26 luglio) iniziano le fasi della “stesura”, della “revisione” e della definitiva “chiusura” del romanzo.
Ogni autore ha un proprio modo di approccio. Proust scriveva, a mano, ogni pagina su un foglio di carta al quali incollava altri fogli per ogni successiva revisione del contenuto, ogni gruppo di pagine veniva arrotolato e numerato così che la stanza dove scriveva si riempiva di una quantità infinita di rotoli (si pensi alla vastità della Recherche e si può immaginare il volume di carta che l’autore produceva).
Nel precedente articolo del 24 luglio ho descritto le fasi che mi hanno portato a individuare la "situazione" del mio romanzo — ovvero l'argomento, la collocazione storica e geografica — identificata nella "missione umanitaria" in Africa. Un'Africa che rappresenta il mio vero punto di partenza.
La ragione è precisa: tra il 2015 e il 2020 sono stato più volte in Nigeria, Ghana e Mozambico per il mio lavoro (che non era di natura sanitaria né legato alle missioni). Ho conosciuto l'Africa da vicino, ne ho vissuto gli odori, la luce, la confusione delle città e le voci degli abitanti. Anni dopo, tutte queste sensazioni sono riemerse trasformandosi in una necessità narrativa. Una volta scelto il contesto, mi sono documentato a fondo leggendo numerosi libri e consultando molti documenti, come raccontavo nella prima parte.
Il 16 luglio scorso è stata pubblicata, a cura di Valentina Ognibene, la recensione del romanzo: “LA MIA CASA A MUZAWA - Una missione umanitaria estrema” di Alessio Paša, il cui acquisto, come noto, è associato a una campagna di donazione per Medici Senza Frontiere.
In virtù del forte interesse destato dalla recensione mi è stato chiesto di scrivere un articolo sul “come” nasce un romanzo come questo. Raccolgo volentieri l’invito di Valentina e proverò a rispondere al quesito che mi ha posto.
C'è un momento, leggendo La mia casa a Muzawa – Una missione umanitaria estrema di Alessio Paša, in cui ci si dimentica di essere di fronte a un romanzo. Sembra piuttosto di sfogliare il diario di due professionisti sanitari che hanno scelto di portare la propria competenza dove il sistema sanitario, semplicemente, non arriva.
La storia segue Henry Robinson, chirurgo inglese, e Agnese Bertozzi, infermiera italiana, legati da anni di missioni condivise in contesti estremi — Myanmar, Sudan, Repubblica Centrafricana, Etiopia — prima di stabilirsi a Muzawa, cittadina immaginaria nel Sud-Ovest del fittizio stato africano del Thaire.
Ci sono libri che si leggono, e libri che si sentono. “Quello che resta dopo la cura” di Tiziana Sanzo appartiene alla seconda categoria.
Non è un manuale, non è un saggio clinico, non è nemmeno un diario nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più difficile da definire, e forse è proprio per questo che vale la pena leggerlo: perché mette parole su cose che sappiamo già, che viviamo ogni giorno, ma che raramente troviamo scritte da qualcuno che le ha attraversate davvero.
In un’epoca in cui l’innovazione tecnologica corre spesso più velocemente della nostra capacità di riflessione, il libro di Angela Pari, "L’etica della cura nelle professioni sanitarie" si pone come uno strumento prezioso e quanto mai attuale.
Non si tratta di un semplice manuale accademico, ma di una vera e propria "lente" attraverso la quale rileggere il concetto stesso di assistenza.