1. Introduzione: il paradigma della normotermia in chirurgia
La temperatura corporea è uno dei parametri vitali fondamentali, e la sua stabilità è essenziale per l'omeostasi dell'organismo umano. In ambito chirurgico, tuttavia, la termoregolazione è costantemente minacciata dagli effetti farmacologici degli anestetici e dall'esposizione all'ambiente freddo della sala operatoria.
Storicamente considerata un effetto collaterale minore o addirittura inevitabile dell'anestesia, l'ipotermia perioperatoria è stata rivalutata negli ultimi tre decenni come una condizione patologica transitoria capace di influenzare negativamente l'esito chirurgico.1
L'incidenza dell'ipotermia perioperatoria rimane inaccettabilmente alta, con tempi che variano dal 50% al 90% nei pazienti non riscaldati, a seconda della durata e del tipo di intervento.2 Questo fenomeno non è limitato agli interventi maggiori o alla sola anestesia generale; anche procedure in sedazione o anestesia locoregionale comportano rischi significativi di dispersione termica che vengono spesso sottostimati dal personale clinico.
L'evoluzione tecnologica ha fornito agli operatori una vasta gamma di strumenti per il monitoraggio e il mantenimento della normotermia, dai sistemi passivi di isolamento alle complesse tecnologie di riscaldamento attivo cutaneo e intravascolare. Tuttavia, l'efficacia di questi strumenti dipende strettamente dalla comprensione dei meccanismi fisici di trasferimento del calore e dalla corretta applicazione dei protocolli clinici. Il presente rapporto si propone di colmare il divario tra la teoria fisiopatologica e la pratica clinica, analizzando in profondità le possibilità ei limiti delle attuali strategie di riscaldamento dell'operando.