6. L'anacronismo organizzativo: modelli obsoleti e dinamiche interprofessionali
6.1 Dal paradigma "Task-Oriented" all'utopia del "Primary Nursing"
Un fattore potente, seppur meno visibile delle carenze numeriche, che scatena il burnout sistematico e incentiva la fuga dalla professione risiede nella perdurante e ostinata adozione di modelli organizzativi pre-storici all'interno delle gerarchie degli ospedali italiani.
Nonostante l'importantissima evoluzione del percorso universitario che, negli ultimi tre decenni, ha elevato formalmente l'infermiere dallo status di mero operatore esecutore a professionista intellettuale, autonomo e fondato sull'Evidence Based Practice, nei contesti lavorativi la sovrastruttura organizzativa è rimasta cristallizzata a logiche tayloristiche risalenti a oltre vent'anni fa.18
La stragrande maggioranza dei reparti di degenza italiani opera ancora oggi secondo un modello organizzativo a "orientamento di tipo tecnico", spesso definito per compiti o funzionale (Functional Nursing / Total Patient Care frammentata).36 All'interno di questo obsoleto paradigma industriale, l'assistenza viene brutalmente parcellizzata in mansioni ripetitive: durante un turno, un infermiere si occupa unicamente di spuntare la lista della somministrazione delle terapie, un altro si dedica esclusivamente all'esecuzione delle medicazioni chirurgiche e dei prelievi, mentre il personale di supporto (OSS) viene delegato quasi interamente alla cura dell'igiene personale.
Sebbene questo modello prestazionale possa in apparenza sembrare altamente efficiente dal punto di vista dell'economia dei tempi e dei movimenti, specialmente in contesti di estrema carenza di personale, esso produce effetti devastanti sul piano clinico. Genera una drastica frammentazione della comunicazione, impedisce una visione sistemica dell'evoluzione clinica del malato, spersonalizza crudelmente le cure e, fattore ben più grave, rende letteralmente impossibile l'applicazione clinica del processo intellettuale di nursing.36 Il professionista laureato, in questo scenario, si vede ridotto alla stregua di un operatore alla catena di montaggio, privato di qualsiasi soddisfazione clinico-intellettuale derivante dalla valutazione olistica e dalla pianificazione autonoma e responsabile delle cure per il singolo paziente.
A questo paradigma obsoleto si contrappongono con forza i modelli innovativi raccomandati dalla letteratura internazionale, in primis il Primary Nursing. Questa metodologia organizzativa, profondamente radicata nei concetti dell'Advanced Practice, prevede la presa in carico totale, diretta e continuativa del paziente da parte di un singolo infermiere altamente qualificato, definito "infermiere referente" (Primary Nurse), fin dal momento esatto dell'ammissione e proseguendo ininterrottamente fino alla dimissione.36
Il modello del Primary Nursing impone un ribaltamento filosofico: si passa da un processo "operatore-centrico" a uno radicalmente "paziente-centrico". Garantisce la pianificazione dell'assistenza in modo personalizzato, impone un'elevata responsabilità clinica sui risultati, assicura il coinvolgimento costante dei familiari e favorisce una comunicazione tempestiva, diretta e ottimale con l'equipe medica e multidisciplinare, incrementando significativamente sia la sicurezza clinica oggettiva del paziente sia il grado di soddisfazione professionale dell'infermiere.37
Tuttavia, l'implementazione del Primary Nursing nei presidi ospedalieri italiani è inesorabilmente ostacolata dalla concomitanza di tre fattori endemici: esige come precondizione assoluta un rapporto infermiere-paziente numericamente adeguato, richiede un coraggioso supporto e un profondo mutamento culturale da parte del management aziendale e, infine, necessita della presenza abbondante di personale di supporto per sollevare il Primary Nurse dalle incombenze di natura strettamente domestico-alberghiera e igienica.36
La perdurante e cronica mancanza di queste tre variabili cruciali relega i modelli innovativi al ruolo di rare e irripetibili eccellenze isolate in singoli centri all'avanguardia.
6.2 Dinamiche gerarchiche interprofessionali: il complesso rapporto medico-infermiere
Un'ulteriore e potentissima spia del malessere sistemico e della crisi del posto di lavoro in Italia deriva dalle intricate dinamiche interprofessionali, ancora fortemente inquinate da retaggi gerarchici di subordinazione, tra il corpo medico e la componente infermieristica.
La medicina moderna richiede un lavoro di squadra simmetrico, tuttavia, gli studi sociologici sulla collaborazione interprofessionale in Italia e a livello internazionale restituiscono un'immagine frammentata e ricca di discrepanze percettive. Spesso, l'evidenza indica che gli infermieri avvertono e rivendicano un bisogno molto maggiore di collaborazione strutturata, trasparente e di riconoscimento paritario nel processo decisionale rispetto a quanto non sia intimamente recepito o accordato dalla componente medica, sovente ancora ancorata, nei comportamenti quotidiani, a un antiquato modello gerarchico-paternalistico e autoritario.39
Questa criticità relazionale di natura sociologica si sovrappone a una macro-questione prettamente demografica. Con il 55% dei medici italiani che ha attualmente superato la soglia dei 55 anni di età (un'anomalia statistica severa se paragonata alla media europea e OCSE che si attesta al 33%), assistiamo a uno scontro culturale inevitabile, silenzioso ma persistente nei reparti.11 Da un lato troviamo una generazione medica formatasi professionalmente decenni fa con l'idea del "vecchio" infermiere diplomato, visto prettamente come esecutore passivo di ordini medici.
Dall'altro lato preme la nuova leva di professionisti infermieri, formata da individui in possesso di lauree magistrali, master universitari specialistici, dottorati di ricerca, e animati da legittime e forti aspirazioni di autonomia clinica basata sull'Evidence Based Practice.11