L'estate volge dolcemente al termine, eppure, qui nella capitale, il sole regala ancora giornate calde e infinite, distese sotto un cielo azzurro e terso che non ammette l'ombra di una nuvola all'orizzonte.
L'aria palpita di una vita vibrante, riecheggiando delle voci dei ragazzi che rincorrono le ultime ore di spensieratezza prima del ritorno imminente sui banchi di scuola. Tutt'intorno la città si risveglia: il traffico riprende il suo ritmo consueto, mentre le strade tornano a riempirsi dei passi veloci dei corridori e del lento passeggio dei passeggini.
Il giorno che precede un turno di notte porta con sé un'atmosfera singolare, come se il tempo restasse sospeso in bilico tra due mondi. La mattina mi divoro le ore, spinto dalla mia solita iperattività: mi alleno in palestra, riordino casa, faccio la spesa, per poi dedicarmi allo studio e alla scrittura.
Noi infermieri, ormai plasmati da questi turni, impariamo presto ad abitare una quotidianità frammentata, vivendo la normalità apparente di chi una vera quotidianità non la possiede affatto. Avere la capacità di reinventare costantemente il proprio tempo è un requisito essenziale per chi sceglie questo cammino; d'altronde, non credo di aver mai incrociato un collega la cui vita fosse incasellata in orari "comuni". Siamo esattamente come le onde nel vasto respiro del mare: mutiamo di continuo forma, altezza e direzione, assecondando il soffio imprevedibile del vento.
Il pomeriggio, invece, si trasforma nel mio porto sicuro, il momento in cui cerco il riposo se non mi rincorrono urgenze. E così ho fatto oggi: mi sono lasciato cullare dalle immagini di un documentario e ho rubato un'ora di sonno profondo. Poi il risveglio, un paio di telefonate, una bella doccia e via, giù nel ventre della metropolitana per raggiungere il lavoro. L'umore era sereno; mi sentivo lucido, riposato e in perfetta armonia con il mio io interiore, pronto ad affrontare le ombre della notte con spirito pacifico.
Eppure, la nostra professione è un mare che nasconde abissi emotivi improvvisi. È una verità ineluttabile: intrecciare le proprie mani con la malattia e camminare a braccetto con il disagio altrui logora, scuote, e a volte travolge senza pietà. Non è certo una coincidenza che il rischio di burnout sia così drammaticamente elevato in chi, come noi, fa della relazione d'aiuto la propria spina dorsale professionale. A questo peso oggettivo si somma poi la risonanza soggettiva, il modo intimo e personale in cui ognuno di noi assorbe e fa proprie le schegge di questo dolore. Mi ritengo una persona sensibile, un'anima recettiva che cerca però costantemente di analizzare le maree che si agitano dentro di lei.
Ci sono cicatrici del passato che continuano a pulsare, graffi che non si sono mai chiusi. Nei giorni bui e spietati del COVID, io, insieme a una schiera infinita di colleghi e colleghe, mi sono trasformato in un traghettatore, costretto ad assistere una moltitudine di persone di cui troppe, purtroppo, hanno perso la vita.
Conservo i loro volti impressi a fuoco nella memoria, cristallizzati in istanti strazianti: quando avviavamo videochiamate su WhatsApp per elemosinare un ultimo addio alle famiglie prima di procedere all'intubazione; quando ci prendevamo cura dei corpi senza vita, sapendo tragicamente che molti di loro erano drammaticamente giovani; quando leggevamo il terrore e la consapevolezza della fine negli occhi di chi si preparava a morire, e lo faceva con noi come unica compagnia, orfano dell'abbraccio dei propri cari.
Abbiamo vissuto e ingoiato innumerevoli episodi come questi, traumi collettivi che so accomunare molti di coloro che scorreranno queste righe. E forse molti, proprio come me, nel silenzio glaciale delle aziende sanitarie, non si sono mai sentiti rivolgere le domande più umane: "Come stai? Come sopravvivi a questa oscurità? Di cosa hai bisogno per non crollare sotto questo peso?".
A volte penso che in Occidente, o nella società in cui sono cresciuto, la morte sia stata esiliata, trasformata in un tabù oscurato dalla paura. Manca il coraggio di nominarla, di guardarla negli occhi, di riaccoglierla come l'ultimo, sacro e naturale capitolo dell'esistenza. Forse è per questo che io stesso, a volte, arranco nel disperato tentativo di metabolizzare l'agonia finale di un essere umano. Ma mi accorgo di non essere il solo: lo avverto nei silenzi condivisi con i colleghi, lo leggo nello strazio dei familiari che giustamente si frantumano di fronte alla dipartita di chi amano. La morte viene costantemente ignorata finché non irrompe, presentandosi sempre come una ladra inaspettata e crudele.
Questa sera, non appena ho varcato le porte del reparto, quel medesimo baratro si è spalancato sotto i miei piedi, risucchiandomi nello stesso, doloroso cortocircuito. Un paziente a cui avevo badato in questi giorni, con cui avevo intrecciato discorsi imparando a conoscerne le fragilità umane, è scivolato via. Il suo cuore stanco e martoriato, già segnato da molteplici interventi e da condizioni ormai critiche, si è arreso per sempre.
E anche oggi, come in passato, il mio petto ha vibrato di quel sordo, familiare tonfo:
- Quel tonfo che ti gela il sangue quando una cattiva notizia ti investe.
- Quel tonfo di una separazione straziante e imprevista.
- Quel tonfo di un urlo strozzato in gola, che vorrebbe squarciare l'universo intero ma resta condannato al silenzio del petto.
- Quel tonfo della tristezza assoluta, quando il cuore sembra precipitare in un pozzo lontano dal torace, lasciandoti in balia di un vuoto abissale.
Non so spiegarmi perché stasera questo dolore mi abbia trafitto con una tale ferocia. Come ho detto, sono corazzato, abituato a queste scene di sipari che calano. Eppure è accaduto, forse perché l'empatia aveva intessuto un filo sottile ma resistentissimo tra me e quell'uomo. Vederlo spegnersi, e dover affrontare subito dopo lo smarrimento dei suoi cari, mi ha lasciato per un attimo raggelato, facendomi sentire come un cucciolo di foca disperso nell'immensità di ghiaccio dell'Antartide, disperatamente in cerca del rifugio della sua tana e del calore di sua madre.
In fondo, però, sono fiero di non nascondere le lacrime che bagnano questo racconto. È proprio questa vulnerabilità a mantenermi umano, a permettermi di vivere questa sfaccettatura amara della mia professione con spogliata naturalezza, senza corazze artificiali.
Oggi possiedo strumenti preziosi per arginare l'urto di queste mareggiate emotive, e uno di questi è la scrittura: una potentissima forma di espressione che mi concede il lusso di urlare quando non ho il permesso di farlo. Proprio come in questo momento, nel chiaroscuro ovattato della terapia intensiva. Mentre i pazienti intorno a me riposano, io mi rifugio nelle parole, dando finalmente voce alla mia anima.
Non può esistere un infermiere che non sia costretto a specchiarsi profondamente nel mistero e nel significato della morte. Ognuno di noi attraversa questa tempesta vitale in modo unico, costruendo difese e strategie diverse per restare a galla. Ma scegliere di essere infermiere significa avere scolpita nell'anima una certezza: bisogna esserci sempre, divenire il porto sicuro per la persona assistita e per chi la ama.
Come una bussola nel buio, ce lo ricorda l'articolo 29 del nostro Codice Deontologico:
"L’infermiere garantisce la cura fino al termine della vita della persona assistita. L’infermiere riconosce l’importanza della pianificazione e attuazione dell’assistenza attraverso il modello delle cure palliative per il sollievo delle dimensioni fisiche, psicologiche, relazionali, spirituali e ambientali. Riconosce, promuove e sostiene il valore della pianificazione condivisa delle cure. L’infermiere si prende cura dei familiari e delle persone di riferimento della persona assistita nell’evoluzione finale della malattia, nel momento della perdita e nella fase di elaborazione del lutto”.
Esserci, ostinatamente, anche quando ogni fibra del tuo corpo vorrebbe fuggire altrove. Perché l'infermiere è la meravigliosa incarnazione della Presenza, proprio in quell'istante esatto in cui la vita si arrende per esclamare, in silenzio, la sua eterna assenza.
