Mi chiamo Valentina e sono un'infermiera.
Quando penso alla professione infermieristica mi viene spesso in mente l'immagine di un faro robusto, piantato su uno scoglio isolato in mezzo all'oceano. Giorno e notte le onde dell'emergenza, del dolore e della sofferenza dei pazienti si infrangono con violenza contro le nostre mura. Il nostro compito è rimanere lì, saldi, a fare luce nel momento più buio di chi soffre.
Ma cosa succede quando la tempesta è così forte e prolungata che l'acqua inizia a infiltrarsi nelle fondamenta del faro?
Cosa succede quando le luci dei monitor, le grida di un codice rosso e gli sguardi dei parenti non restano confinati tra le mura del reparto, ma ci seguono a casa, fin dentro il nostro letto, togliendoci il sonno e il respiro?
Spesso tendiamo a considerarci invincibili, come macchine da assistenza programmate per reggere ogni situazione; eppure, sotto la divisa batte un cuore umano. Ed è proprio in quella vulnerabilità silenziosa che può mettere radici una condizione invisibile, ma potenzialmente profonda: il disturbo da stress post-traumatico.
Cos’è e chi è maggiormente a rischio?
Il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) è un disturbo psicopatologico potenzialmente invalidante che può svilupparsi in seguito all'esposizione a un evento traumatico (1,9). Le persone affette da PTSD sono state esposte, direttamente o indirettamente, a eventi caratterizzati da lesioni gravi (reali o minacciate), violenza sessuale e morte.
Queste esperienze possono determinare intense reazioni emotive e psicologiche e, in alcune persone, portare allo sviluppo del PTSD (2,3). Il disturbo da stress post-traumatico, tuttavia, non riguarda esclusivamente chi vive direttamente un evento traumatico. Anche l'esposizione professionale ripetuta a eventi traumatici può rappresentare un importante fattore di rischio.
Questo rende particolarmente rilevante il problema per le professioni sanitarie, soprattutto per chi lavora nei contesti di emergenza. Tra le persone maggiormente esposte al rischio di sviluppare il PTSD troviamo: vittime di violenza interpersonale, operatori di primo soccorso e sanitari, veterani di guerra, rifugiati o vittime di gravi incidenti.
Come si manifesta?
Le persone con PTSD possono manifestare una combinazione di sintomi emotivi, fisici e comportamentali.
Tra le manifestazioni più comuni troviamo ricordi intrusivi, inclusi i flashback, incubi, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, irritabilità e una persistente sensazione di allerta.
La sintomatologia, secondo la letteratura scientifica, può essere classificata in gruppi di sintomi principali:
- Intrusione: il trauma continua a ripresentarsi nella mente della persona attraverso flashback, ricordi intrusivi e ricorrenti o incubi legati all'evento traumatico (8,9).
- Evitamento: la persona mette in atto sforzi persistenti per evitare pensieri, emozioni, persone, luoghi o situazioni che possono ricordare l'evento traumatico (9).
- Alterazioni negative dell’umore e della cognizione: possono manifestarsi attraverso sentimenti persistenti di paura, colpa, vergogna, difficoltà a provare emozioni positive, perdita di interesse e alterazioni delle memorie relative ad alcuni aspetti importanti dell'evento traumatico (9,10).
- Iperattivazione: la persona può rimanere in uno stato di allerta costante, manifestando irritabilità, scatti d’ira, difficoltà di concentrazione, problemi del sonno e una maggiore reattività agli stimoli ambientali (5,9).
Questi sintomi possono interferire significativamente con la vita quotidiana, le relazioni personali e l’attività professionale. Come se il corpo e la mente rimanessero ancora dentro quella situazione di emergenza, incapaci di riconoscere che la tempesta è ormai passata.
Perché gli infermieri sono a rischio di sviluppare PTSD?
Gli infermieri rappresentano una categoria professionale particolarmente esposta a eventi potenzialmente traumatici. Quotidianamente entrano in contatto con dolore, sofferenza, morte, emergenza, incidenti, rianimazioni e situazioni cliniche caratterizzate da elevata imprevedibilità e pressione emotiva. A differenza di un'esposizione occasionale, quella dell'infermiere può essere ripetuta e cumulativa, soprattutto nei contesti di emergenze, terapia intensiva, area critica e assistenza psichiatrica (11).
Anche la violenza sul luogo di lavoro rappresenta un importante fattore di rischio: aggressioni fisiche, minacce e comportamenti violenti da parte di pazienti o familiari possono costituire vere e proprie esperienze traumatiche. Una revisione sistematica con metanalisi condotta sugli infermieri ha evidenziato che coloro che avevano subito violenza sul luogo di lavoro presentavano una probabilità di riportare sintomi di PTSD più che doppia rispetto agli infermieri non esposti (12).
A rendere più complessa la situazione possono contribuire anche alcuni fattori legati all'organizzazione del lavoro. Carichi assistenziali elevati, turni, carenza di personale e scarso supporto possono aumentare lo stress lavorativo e rendere più difficile il recupero dopo l’esposizione a eventi traumatici. La letteratura individua infatti i fattori organizzativi, interpersonali e individuali tra gli elementi che possono influenzare il rischio di PTSD negli infermieri (11).
Ciò non significa, naturalmente, che ogni infermiere esposto ad un evento traumatico svilupperà un disturbo post-traumatico: l'esposizione rappresenta un fattore di rischio, non una conseguenza inevitabile.
Tuttavia, la combinazione tra esposizione frequente alla sofferenza, responsabilità assistenziale, coinvolgimento emotivo e possibile violenza sul luogo di lavoro rende particolarmente importante prestare attenzione alla salute psicologica di chi ogni giorno si prende cura degli altri.
In questo senso riconoscere il rischio non significa considerare gli infermieri più fragili, ma riconoscere che anche chi cura può essere esposto alle conseguenze psicologiche di ciò che vive.
Trattamento
Il trattamento del PTSD dovrebbe essere personalizzato sulla base dei sintomi della storia della persona e delle sue preferenze. Quando i sintomi persistono e compromettono il funzionamento quotidiano, relazionale o professionale, è importante rivolgersi a un professionista della salute mentale per una valutazione clinica.
Le evidenze scientifiche indicano che la psicoterapia focalizzata sul trauma rappresenta uno degli interventi di prima scelta nel trattamento del PTSD.
Tra gli approcci maggiormente studiati rientrano la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma, tra cui la Cognitive Processing Therapy (CPT), la Prolonged Exposure (PE) e l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) (13, 14).
Questi trattamenti mirano, attraverso modalità differenti, a intervenire sui ricordi traumatici, sulle emozioni e sulle convinzioni associate all'esperienza, contribuendo a ridurre l'evitamento e a recuperare un senso di sicurezza e di controllo.
Anche il trattamento farmacologico può rappresentare un'opzione terapeutica. Le evidenze disponibili indicano che alcuni antidepressivi, tra cui gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, possono contribuire alla riduzione dei sintomi del PTSD (15, 16).
È importante sottolineare che il trattamento non dovrebbe essere visto come un segno di debolezza professionale, per un infermiere chiedere un supporto psicologico dopo un'esposizione traumatica significa riconoscere tempestivamente un possibile bisogno di cura, esattamente come si farebbe di fronte a qualsiasi altra condizione che possa compromettere il proprio benessere psicofisico.
Prendersi cura della propria salute psicologica non significa sottrarsi al ruolo di professionista della cura. Significa creare le condizioni per poter continuare a svolgerlo senza lasciare che ciò che si è vissuto sul lavoro continui a occupare, anche a distanza di tempo, ogni spazio della propria vita.
Conclusione
Torno allora all'immagine da cui sono partita: quella del faro.
Un faro non è indistruttibile, è esposto alle intemperie, alle onde e alle tempeste e proprio per questo ha bisogno di fondamenta solide, di manutenzione, di qualcuno che si prenda cura della sua struttura.
Lo stesso vale per noi infermieri. Essere professionisti della cura non significa essere immuni dalla sofferenza.
Significa essere consapevoli che anche la nostra salute psicologica merita attenzione e protezione.
Parlare di PTSD significa quindi abbattere un'idea pericolosa: quella secondo cui chi lavora nell'emergenza debba essere sempre forte, sempre pronto, sempre capace di andare avanti.
A volte il primo passo per tornare a fare luce è riconoscere che per un momento quella luce si è affievolita. Chiedere aiuto non significa spegnere il faro. Significa ripararlo perché possa tornare a illuminare la strada senza consumarsi nel buio.
Bibliografia e sitografia
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