Guilty Vacation Syndrome

Le ferie di agosto sono passate e, per la maggior parte delle persone, settembre è il mese in cui si ritorna alla normalità, alla routine. È in questo momento di rientro dalle vacanze che negli ultimi tempi sembra verificarsi uno strano fenomeno che si contrappone a quello del Post-Vacation Blues, una sorta di cortocircuito per cui la fine delle tanto desiderate vacanze e il ritorno al lavoro ci fa sentire nuovamente tranquilli. 

Diversi studi recenti, infatti, hanno rilevato come moltissime persone si sentano in colpa per essere state in vacanza e che, per questo stesso senso di colpa, spesso preferiscono rimandarle se non addirittura annullarle e rinunciarci del tutto. 

Questo fenomeno ha un nome: Guilty Vacation Syndrome.

Guilty Vacation Syndrome, un nuovo fenomeno sociale

Attendiamo le ferie tutto l'anno, ma poi quando si avvicinano una strana sensazione di malessere ci assale e quasi tentenniamo a partire. 

Nella nostra mente iniziano a farsi strada tante domande che non pensavamo nemmeno di porteci porre: "sarà il momento giusto per andare in vacanza?", "non sarà forse il caso di rimanere e dare una mano?", "saranno in grado di portare avanti il lavoro bene anche senza di me?"

Spesso la conseguenza di questi tanti quesiti è la rinuncia alla partenza oppure, nel migliore dei casi, la partenza insieme a un intruso: il senso di colpa.

Ma perché ci sentiamo in colpa?

Oggigiorno viviamo in una società in cui la produttività è e deve essere una costante, e dove invece il tempo libero è finito per diventare tempo perso. 

L'hustle culture ci ha letteralmente intrappolati nel fare senza sosta rendendoci schiavi del Workaholism, e così non sappiamo più vedere oltre. 

Riposarci o prenderci qualche giorno di vacanza sembra essere un’infrazione, come se stessimo sottraendo il nostro tempo a qualcosa o qualcuno di più importante, dimenticandoci invece che il riposo è essenziale, che non è un premio che dobbiamo meritarci in qualche modo, ma un diritto e un bisogno della nostra mente e del nostro corpo al cui richiamo non possiamo rimanere indifferenti.

La storia a cui siamo abituati è quella per cui il nostro valore in quanto persone si misura in base agli obiettivi raggiunti e alle ore che impieghiamo nel produrre. Questa scala di misurazione di conseguenza ci porta anche a credere di essere insostituibili. Pensiamo che i colleghi non possano farcela senza di noi, che nessuno sarebbe in grado di fare bene quanto noi o che un periodo di assenza possa mettere in discussione la nostra affidabilità e professionalità. 

Cosa succede allora? Succede che molte persone rimandano le ferie, le accorciano oppure (come spesso accade) vanno sì in vacanza ma portandosi dietro il lavoro per poter continuare a lavorare a distanza e sentirsi più “nel giusto”.

Una sindrome studiata negli Stati Uniti e non solo

Questa distorsione psicologica non è ovviamente sfuggita agli studiosi, specie negli Stati Uniti.

Secondo uno studio, nonostante negli Stati Uniti più dell'88% dei lavoratori a tempo pieno può usufruire di ferie retribuite, moltissimi preferiscono non godere di questo "privilegio" per come spetterebbe loro, e questo per diversi motivi:

  • il 52% crede di non averne bisogno
  • il 49% teme di rimanere indietro con il lavoro
  • il 43% crede di fare un torto ai colleghi che dovrebbero assumersi più lavoro.

Secondo la ricerca, le donne tra i 18 e i 49 anni sarebbero più soggette alla sindrome, seguite dai lavoratori neri e dai lavoratori che hanno il posto da meno di un anno e che per questo avrebbero paura di perdere il lavoro.

Ma non solo. Anche il livello di responsabilità al lavoro incide. Secondo un sondaggio condotto dall'azienda inglese Perkbox nel Regno Unito, la possibilità di sperimentare questo disagio cresce man mano che i lavoratori assumono ruoli di maggiore responsabilità.   

Come tenere a bada la Guilty Vacation Syndrome

La prima verità incontrovertibile che dobbiamo abbracciare e tenere sempre bene a mente è che il riposo è necessario. Non è solo un diritto, non è solo un premio meritato dopo tanto lavoro: è un bisogno primario che serve per ricaricarsi e scrollarsi di dosso tutto lo stress accumulato. 

E poi, prendersi una vacanza e viaggiare fa bene e ci rende più produttivi anche secondo la scienza, mentre non farlo mai potrebbe portare a gravi conseguenze come il burnout.

Dunque, cosa fare per smettere di sentirci in colpa per come scegliamo di vivere il nostro tempo libero e per tenere a bada questa sindrome? Tre cose sono basilari.

  • Primo: comunicare in anticipo il periodo in cui andremo in vacanza e non saremo reperibili, stabilendo confini netti prima di partire e comunicando come contattarci solo in caso di vera urgenza.
  • Secondo: accettare il fatto che il nostro cervello potrebbe avere bisogno di qualche giorno prima di decelerare e farci godere le ferie senza quel senso di vuoto o irrequietezza tipici di chi ha tanto lavorato.
  • Terzo: ridefinire il concetto di successo senza ridurlo alla produttività lavorativa, ricordando che il riposo è ciò che realmente alimenta la lucidità mentale, la creatività e la nostra energia in generale.

Le ferie agostane sono già passate, ma ricordiamoci di questo vademecum per i prossimi ponti e vacanze invernali o per tutte le volte in cui sentiremo il bisogno di qualche giorno di stop. Ne abbiamo tutto il diritto.

 

Foto di Efrem Efre

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