CAPO 2: RESPONSABILITÁ ASSISTENZIALE ART. 11: SUPERVISIONE E SICUREZZA.
”L’infermiere si forma e chiede supervisione, laddove vi siano attività nuove o sulle quali abbia limitata conoscenza e competenza, e comunque, ogni qualvolta ne ravvisi la necessità”.
Mi chiamo Silvano Biagiola e sono un infermiere.
Il secondo capo del nuovo codice deontologico finisce con un importante assunto: chiedere aiuto o supervisione quando si è insicuri o non si conosce qualcosa relativa all’assistenza. Esattamente come farebbe un marinaio esperto quando, durante una tempesta, chiama rinforzi per poter governare meglio la barca che senza braccia pronte e forti, affonderebbe sicuramente.
Anche l'infermiere più preparato deve riconoscere quando è il momento di chiedere supporto. In corsia, la tentazione di "cavarsela da soli" può essere forte. Magari per non sembrare incompetenti, per non disturbare i colleghi già oberati, o semplicemente per orgoglio professionale. Ma la verità è semplice: chiedere aiuto quando non si sa qualcosa non è un segno di debolezza, è un atto di responsabilità. La sanità non perdona l'improvvisazione.
Un dosaggio sbagliato, una procedura eseguita in modo scorretto, un segnale clinico frainteso possono avere conseguenze serie. Ogni volta che chiediamo conferma a un collega più esperto o consultiamo il medico su un dubbio, non stiamo mostrando i nostri limiti: stiamo proteggendo il paziente.
Nessuno di noi sa tutto. La medicina evolve continuamente, le procedure cambiano, i pazienti sono tutti diversi. L'infermiere davvero competente è quello che riconosce i confini della propria conoscenza e ha il coraggio di oltrepassarli cercando supporto.
Rispetto al codice deontologico del 2019, questo articolo è rimasto quasi identico: l’unica differenza è che hanno cambiato solo “casistica” con ”conoscenza e competenza”. Credo lo abbiano fatto per rimarcare ancora di più il concetto, per renderlo quindi più ampio e facilmente comprensibile.
Più vado avanti con gli anni di esperienza, più giro per ospedali, reparti e ambienti di lavoro, più mi sto rendendo conto che questo concetto del chiedere aiuto e supervisione è fondamentale ma spesso non praticato. E dico questo sia da quello che vedo in me, nella mia pratica assistenziale, sia quello che vedo nelle altre persone che lavorano con me.
Secondo me questo aspetto varia molto a seconda dell’ambiente di lavoro, della qualità dell’interazione umana tra l’equipe e il modo di come l’azienda e l’organizzazione concepiscono la comunicazione e la cultura dell’errore. Ho lavorato in alcuni posti dove c’era talmente paura di sbagliare, oppure dove vigeva una competizione sfrenata, che il farsi aiutare o ammettere una difficoltà era considerata un errore.
Quindi tutti i marinai della barca lavoravano da soli, senza poi realmente interessarsi se gli sforzi comuni tenessero a galla l’imbarcazione durante una pioggia torrenziale.
Probabilmente questo aspetto mi è capitato di vederlo di più nelle terapie intensive, rispetto ai reparti di degenza a bassa o media complessità: pensavo fosse l’opposto all’inizio della mia carriera, invece più passa il tempo e più credo che gli intensivisti e le intensiviste se la sentono più...”calla” (come diciamo a Roma, che vuol dire tirarsela, sentirsi più bravi). Ma questa mia affermazione, trova il tempo che trova perchè è solo una mia sensazione, e vi parlo da infermiere che ha girato più di 15 reparti da quando lavoro. Quindi, ne ho visti tanti, e non tutte le terapie intensive dove sono stato erano ambienti così “egocentrici”.
Dalla mia esperienza e anche da una revisione sistematica che ho fatto, inerente al carico di lavoro come fattore predittivo positivo sul burnout nelle terapie intensive Covid, emerge che nella pandemia, la condizione di “emergenza sanitaria” e di adattamento ad una calamità, hanno coeso di più i professionisti e ciò è stato un fattore protettivo verso l’esaurimento emotivo e la depersonalizzazione, nonostante gli alti carichi di lavoro e gli orari infiniti di lavoro. Quindi la tempesta del Covid, che ha fatto tremare tantissimo la barca del sistema sanitario, ha reso le infermiere e gli infermieri (i nostri marinai della metafora) più uniti, riuscendo nonostante tutto, a non far naufragare l’Italia.
Questa coesione, questo gioco di squadra, queste difficoltà anche verso un qualcosa che non si conosceva, hanno reso alcuni ambienti di lavoro molto sani seppur stressanti e questo è stata una condizione fondamentale per aumentare l’umiltà che, per quello che mi riguarda, ha come base il fatto di chiedere aiuto se non si conosce qualcosa.
Era Ottobre del 2020. Io e altre persone aprimmo una terapia intensiva Covid in un ospedale romano di provincia. Ricordo che mi era appena passato la malattia causata dal virus, che contrassi in un’altra terapia intensiva Covid, dove ho lavorato da Marzo 2020 fine a fine Settembre. Mi ritrovai a fare questa nuova attività con alcune persone e con una di queste ci avevo litigato di brutto a Maggio. Lui forse era troppo irruento e ”tuttologo”, io forse troppo orgoglioso.
Bene, quando iniziammo tra di noi ci stava un pò di “maretta”, quindi le onde facevano traballare un pò la barca dove stavamo. Poi però, entrambi abbiamo capito che questo conflitto, non ci era utile. Perchè entrambi abbiamo riconosciuto le capacità che avevamo, quindi ci siamo consultati molto spesso su tante cose, e molto spesso abbiamo chiesto un aiuto reciproco. Abbiamo lavorato assieme per molti mesi, addirittura in due terapie intensive diverse, quindi oltre al Covid anche in cardiochirurgia, dal novembre 2022. E sì... comunque tra di noi è rimasto sempre un pò quello scontro diretto, probabilmente anche per incompatibilità caratteriali. Però ci siamo rispettati e abbiamo capito che l’esssere uniti, ci aiutava entrambi nel lavoro, permettendoci di imparare sempre cose nuove e aumentare quindi, la sicurezza del paziente migliorando l’assistenza.
Per governare una barca bene, ci vogliono tante persone che si coordinano tra loro e che comunichino in maniera efficace. Per diminuire al minimo gli errori e per poter concedersi la possibilità di imparare, il chiedere aiuto o una supervisione su un’attività specifica può fare la differenza tra un naufragio e “l’arrivare a destinazione” in un porto sicuro.
Questo lo sto dicendo a voi ma in primis cerco di ripetermelo oggi a me stesso, perchè ve- ramente quando sono riuscito a fare un passo indietro dal mio ego e ho permesso quindi alla mia anima di rilassarsi, sono entrato più in simbiosi con l’ambiente che mi circondava e ciò è stato un elemento fondamentale per imparare un sacco di cose!
Chiedere aiuto è un atto di coraggio. E con il coraggio, nessuna barca affonderà. Vi auguro il meglio, care colleghe e cari colleghi, sempre.
Dott. Silvano Biagiola
