In occasione del II Congresso Nazionale IMI24 Network tenutosi a Brescia, la nostra direttrice Valentina Ognibene ha intervistato Barbara Pariani, esperta infermiera in Malattie Infettive.
Al centro del colloquio, guidato dallo slogan del congresso "È tempo di cambiare", ci sono le grandi sfide organizzative e assistenziali che la professione infermieristica si trova ad affrontare: dall'avvento delle terapie long-acting per l'HIV e l'antibioticoterapia, fino alla gestione strategica degli accessi vascolari e alla tutela del patrimonio venoso del paziente. Un'analisi profonda sul ruolo cruciale dell'infermiere e sulla necessità di un pieno riconoscimento dell'autonomia professionale nel panorama sanitario attuale.
L'intervista
Valentina Ognibene: Ciao a tutti. Sono qui al secondo Congresso Nazionale IMI24 Network di Brescia con Barbara Pariani. Grazie mille per la sua disponibilità. Partirei subito con la prima domanda. Le terapie antiretrovirali (ART) long-acting per le persone che vivono con l'HIV incarnano perfettamente lo slogan del congresso, "È tempo di cambiare". Dal punto di vista organizzativo, però, qual è la reale sfida per l'infermiere nel passaggio dalla terapia orale quotidiana a quella iniettabile a lungo termine?
Barbara Pariani: È una sfida enorme. Parliamo di una terapia recente, utilizzata nei Paesi occidentali solo da pochi anni e che si sta progressivamente implementando. Il passaggio dalla dispensazione della terapia orale a quella iniettiva non rivoluziona solo la vita della persona che vive con l'HIV – migliorandone gli standard qualitativi – ma impatta notevolmente anche sulle organizzazioni e sul personale infermieristico.
In questi anni abbiamo compreso che dobbiamo assumerci questa responsabilità. Le organizzazioni devono rivedere i propri percorsi assistenziali: la terapia long-acting per l'HIV (chiamata terapia LAI) è infatti a retaggio infermieristico. Il percorso funziona così: il medico invia all'ambulatorio infermieristico LAI la persona che vive con l'HIV (definita PLWH) per effettuare questo switch. Qui l'infermiere si assume la responsabilità e la competenza di quella che chiamiamo "alleanza assistenziale". Crea un rapporto fiduciario ancora più stretto rispetto a quello richiesto dalla terapia orale, fondamentale per garantire che l'aderenza terapeutica venga mantenuta nel tempo, seguendo criteri e item ben precisi.
Le organizzazioni devono assolutamente adottare un modello che sostenga questa terapia. La dispensazione orale è un processo importante ma rapido; la formula long-acting è invece molto più impegnativa dal punto di vista organizzativo. In un momento storico caratterizzato da una gravissima carenza infermieristica, in Italia e non solo, è necessario fare delle scelte e puntare sulle priorità. E se riteniamo che questa sia una priorità – come di fatto crediamo – le aziende devono modificare i propri percorsi. Questo si realizza attraverso il rapporto fiduciario e l'adozione di metodi organizzativi che esulino dall'ambulatorio classico, come il Primary Nursing: un modello in cui un infermiere referente segue la persona lungo tutto il percorso.
I dati raccolti anche attraverso le associazioni e le informazioni condivise con altri centri confermano che più la struttura organizzativa è forte, maggiore è l'aderenza alla terapia.
Valentina Ognibene: Oltre alla terapia per l'HIV, nel corso delle sessioni scientifiche si parla molto di estendere l'uso degli antibiotici con il sistema long-acting. Quali sono i vantaggi assistenziali di queste formulazioni, ad esempio nella gestione delle infezioni croniche o nella fase post-dimissione?
Barbara Pariani: Anche questa è una bellissima sfida per il futuro. Direi che, insieme alla long-acting per l'HIV, quella legata all'antibioticoterapia rappresenti il domani.
Oggi ci sono terapie antibiotiche per via endovenosa che devono essere somministrate più volte al giorno e per periodi prolungati, che vanno da due settimane fino a otto o dieci settimane. Spesso il paziente è costretto a rimanere in ospedale solo per ricevere queste somministrazioni, magari quattro o cinque volte al giorno; è evidente che a mezzanotte non sia possibile trovare un professionista disponibile per l'assistenza a domicilio.
Si tratta quindi di una sfida cruciale per il benessere del paziente – poiché restare ricoverati otto settimane solo per una terapia è deleterio sia per il sistema sanitario in termini di costi che per il personale infermieristico.
Le soluzioni possibili sono diverse. Si possono attivare i servizi territoriali (come le Case della Comunità o l'ADI) quando la somministrazione è unica e giornaliera. Quando invece le somministrazioni sono plurime nell'arco della giornata, e il farmaco è stabile, si può utilizzare l'elastomero. L'infermiere riempie l'elastomero seguendo una procedura ben definita e lo collega a un accesso vascolare performante. In questo modo il paziente è coperto per 24 ore, sia durante il ricovero sia dopo la dimissione.
Per fare un esempio pratico: per alcuni farmaci somministrati ogni quattro ore (sei volte al giorno), alcune pazienti mi dicevano che sembrava loro di essere tornate al periodo dell'allattamento, perché venivano svegliate ogni quattro ore per la terapia. Con l'elastomero abbiamo risolto due problemi: il primo riguarda la qualità della vita della persona, sia in ospedale sia a casa, garantendo migliori performance terapeutiche; il secondo è la possibilità di dimettere precocemente il paziente, con un vantaggio per tutti. Questa è un'altra attività prettamente infermieristica che dobbiamo implementare e sviluppare.
Valentina Ognibene: Lei ha moderato anche degli interventi dedicati alla gestione degli accessi vascolari difficili. Come si integrano questa componente e la stabilità del patrimonio venoso con la terapia farmacologica avanzata?
Barbara Pariani: Sono due aspetti assolutamente integrati. Ormai da anni gli infermieri italiani si occupano attivamente di accessi vascolari. Abbiamo master di primo livello dedicati e realtà ospedaliere e territoriali in cui la preservazione del patrimonio vascolare è una priorità infermieristica. Anche nelle persone giovani, se non si adotta una linea di tutela, si rischia di compromettere il patrimonio venoso per tutta la vita.
Oggi gli infermieri possiedono queste competenze. Gli ospedali dispongono ad esempio di Picc Team, composti da professionisti infermieri esperti in accessi vascolari, che collaborano con tutte le unità operative per individuare il dispositivo migliore per il singolo caso clinico e per la terapia, migliorando la qualità della vita della persona ricoverata.
È una competenza pienamente infermieristica. Il nostro sistema fatica ancora a riconoscerla in termini di completa autonomia, ma la valutazione e la scelta del dispositivo, così come l'impianto stesso – basti pensare agli infermieri impiantatori –, sono fondamentali, specialmente nelle terapie oncologiche. Senza questi dispositivi sarebbe difficile sostenere tali percorsi. È un ambito che stiamo faticosamente implementando e in cui dovremmo avere sempre maggiore autonomia.
Valentina Ognibene: Per concludere, guardando anche al titolo del congresso, quale ritiene sia il cambiamento più urgente che la comunità infermieristica delle malattie infettive debba abbracciare oggi?
Barbara Pariani: Questa è una domanda davvero complessa. In un momento storico in cui in Italia mancano infermieri in tutte le specialità, è difficile dare una sola risposta. Il cambiamento deve partire principalmente da noi.
In Italia abbiamo professionisti infermieri tra i migliori al mondo, ma siamo poco valorizzati. Non entro nel merito della questione economica perché non è questo il contesto, ma il riconoscimento professionale è indispensabile. Abbiamo percorsi di formazione e master specifici e operiamo in ogni ambito: in ospedale, sul territorio, a domicilio.
Nello specifico delle malattie infettive, devo essere sincera: durante la pandemia siamo stati esaltati e riconosciuti come figure fondamentali; finita l'emergenza, i riflettori si sono spenti. In questo momento il cambiamento più importante per gli infermieri di malattie infettive consiste nel farsi sentire e nel far riconoscere le proprie competenze specifiche: nell'isolamento, nella gestione delle malattie infettive a rischio o rare e in tutti i percorsi di fidelizzazione legati alle terapie long-acting, sia antibiotiche sia per la cura dell'HIV.
Sono percorsi che richiedono caratteristiche e competenze che non tutti gli infermieri possiedono. Per questo penso che i primi a cambiare dobbiamo essere noi, un principio che vale per tutte le specialità. Nel post-pandemia gli infermieri di malattie infettive sono particolarmente stanchi e demotivati, perché abbiamo sofferto molto. Sentirsi dimenticati o non riconosciuti come professionisti è doloroso. Abbiamo bisogno di questo cambiamento per ritrovare la nostra forza.
Valentina Ognibene: Grazie mille Barbara per le tue parole.
Barbara Pariani: Grazie a voi.
