In occasione del 2° Congresso Nazionale IMI24 Network a Brescia, ho avuto il piacere di intervistare Cristina Piotti, membro del Consiglio Direttivo di IMI24 Network e figura chiave dell'evento.
Con lo slogan del congresso "È tempo di cambiare", abbiamo esplorato le nuove sfide dell'infettivologia nel Wound Care, l'importanza di un approccio oggettivo alle lesioni e le straordinarie frontiere aperte dall'innovazione clinica.
Trascrizione dell'intervista
Valentina Ognibene: Ciao a tutti! Oggi siamo in diretta da Brescia, dal secondo Congresso Nazionale IMI24 Network. Sono in compagnia di Cristina Piotti, membro del Consiglio Direttivo di IMI24 Network e figura chiave di questo congresso. Cristina, partiamo subito con la prima domanda, prendendo spunto proprio dallo slogan dell'evento: "È tempo di cambiare". In che modo il Wound Care infettivologico sta vivendo questo cambiamento e qual è, oggi, il ruolo dell'infermiere specialista?
Cristina Piotti: La cosa più importante che stiamo vivendo in questo momento è la necessità di una vera e propria stewardship antibiotica e antisettica. Dico "antisettica" perché oggi non parliamo più soltanto di resistenza agli antibiotici, ma anche di resistenza agli antisettici e, in certi casi, persino alle medicazioni avanzate che li contengono.
In questo scenario, il ruolo dell'infermiere – e soprattutto dell'infermiere specialista in malattie infettive o nel Wound Care – diventa centrale. Ci troviamo sempre più spesso a gestire lesioni altamente contaminate o con infezioni locali e sistemiche. Per questo motivo, noi specialiste dovremmo lavorare tantissimo in prevenzione, cercando di evitare che la ferita continui a proliferare di batteri.
L'obiettivo clinico è prevenire l'escalation e non arrivare alla necessità di una terapia antibiotica sistemica. In alcuni casi non è possibile, perché il paziente si presenta quando l'infezione è già sistemica, ma fino a quando l'infezione resta locale, il nostro intervento clinico può davvero riportare la carica batterica a un livello di semplice colonizzazione, evitando che devii verso l'infezione franca.
Valentina Ognibene: Nella sessione che hai moderato hai parlato anche dell'importanza di utilizzare dei criteri oggettivi per identificare una ferita infetta. Quanto è cruciale questa oggettività nell'ottica della antimicrobial stewardship?
Cristina Piotti: Come dicevo prima, tutte le ferite croniche sono colonizzate da batteri; in fondo, noi stessi siamo fatti di più batteri che cellule, quindi la presenza batterica è un dato oggettivo. Il problema è che molto spesso i pazienti arrivano alla nostra attenzione dopo essere passati dai medici di base, i quali, frequentemente, prescrivono prima creme antibiotiche e poi terapie antibiotiche sistemiche a largo spettro, senza però fare un tampone mirato.
Di conseguenza, ci arrivano lesioni complesse, difficili da gestire e spesso colonizzate da germi multiresistenti (MDR). Un approccio oggettivo alla lesione e all'identificazione della reale infezione è fondamentale per decidere se fare o meno un prelievo colturale. Fare tamponi a caso rischia di fuorviare l'attenzione clinica, portandoci a trattare il germe sbagliato. Nella nostra realtà, ad esempio, non usiamo quasi più il classico tampone superficiale, ma eseguiamo un prelievo del fondo della ferita o un curettage. Questa valutazione spetta all'infermiere: è l'infermiere che si approccia per primo alla ferita ed è una nostra precisa competenza clinica. Penso che l'infermiere esperto, magari con un master in Wound Care, debba tenersi stretta questa professionalità, sapendo oggettivare le scelte ed agendo in autonomia.
Valentina Ognibene: Assolutamente sì, concordo pienamente. Voltiamo pagina e parliamo di innovazione clinica. Durante i lavori del congresso sono emersi dei casi studio affascinanti, ad esempio sull'uso della Fish Skin Technology (la tecnologia a base di pelle di pesce). Ci racconti la vostra esperienza?
Cristina Piotti: Volentieri. Il primo caso in cui abbiamo utilizzato questa tecnologia nel nostro ospedale ha riguardato una giovane paziente. A seguito di un intervento chirurgico per una patologia intestinale (verosimilmente un morbo di Crohn), aveva sviluppato una deiscenza di ferita gravata da un pioderma gangrenoso. Questa complicanza le aveva praticamente intaccato gran parte dell'addome, generando una vastissima perdita di sostanza. Lavorando in team con le colleghe stomaterapiste, abbiamo applicato inizialmente una terapia a pressione negativa (NPWT) per recuperare quanto più tessuto possibile.
A un certo punto, però, ci siamo resi conto che mancava una quota importante di tessuto e non sapevamo come procedere: non era possibile fare un innesto cutaneo tradizionale perché la ferita era aperta da tantissimo tempo, fortemente contaminata e colonizzata da germi complessi. Mi avevano presentato questa soluzione e lo specialista dell'azienda mi aveva spiegato che la pelle di pesce può essere innestata anche su ferite contaminate. Abbiamo così deciso di fare un tentativo con questa signora. Ti dico che è andato a buon fine: dopo mesi di ricovero, la paziente – che tra l'altro viveva in Sardegna ed era da noi a Milano solo per l'intervento – è riuscita a chiudere la lesione. Siamo riusciti a dimetterla con le medicazioni e la ferita si è rimarginata direttamente sull'impianto di pelle di pesce, senza bisogno di ulteriori innesti chirurgici.
Dopo questa prima esperienza ne abbiamo fatte altre, in particolare sul piede diabetico, riscontrando ottimi risultati. È una tecnologia che ha decisamente il suo perché e funziona, anche se richiede una gestione iniziale molto attenta perché la matrice tende a decomporsi progressivamente sul letto della ferita per integrarsi. Nel nostro reparto c'è un chirurgo che se ne sta occupando approfonditamente, è stato anche in Islanda per specializzarsi ed è diventato un po' il referente italiano. Questa tecnologia è stata usata molto anche sui ragazzi affetti da sindrome di Crance e sulle sedi di prelievo cutaneo, sempre con eccellenti risultati.
Valentina Ognibene: È una tecnologia davvero interessante e promettente. Venerdì coordinerai un importante working group dedicato alle problematiche e alle strategie di intervento multidisciplinare nel Wound Care. Ci puoi dare un'anticipazione dei punti chiave che confluiranno poi nel documento finale?
Cristina Piotti: Il punto cardine nel Wound Care è proprio l'approccio multidisciplinare. Gli ambulatori che funzionano meglio in assoluto sono quelli in cui si collabora alla pari tra diversi professionisti, ognuno portando la propria specificità clinica. Noi siamo fortunati perché nel nostro ospedale c'è una grande fiducia da parte dei medici con cui lavoriamo, e questo valorizza molto le nostre competenze infermieristiche. Il messaggio principale del gruppo di lavoro sarà proprio questo: ognuno deve mettere in campo le proprie competenze a 360 gradi. Come dicevo prima, questo è un campo di altissima autonomia infermieristica; muovendosi sulle evidenze scientifiche (EBM), l'infermiere deve essere l'attore principale e il coordinatore di questo percorso.
Valentina Ognibene: Ultima domanda per chiudere: qual è il messaggio principale o il consiglio che ti senti di lasciare ai colleghi dopo questo congresso?
Cristina Piotti: I germi multiresistenti sono una minaccia enorme per la salute pubblica. Le proiezioni epidemiologiche ci dicono che, se non invertiamo la rotta, entro il 2050 le infezioni da batteri MDR saranno la prima causa di morte al mondo. Per questo, l'attenzione degli infermieri specialisti nel Wound Care verso la stewardship antibiotica, antisettica e la scelta appropriata dei materiali da medicazione sarà un fattore determinante per il futuro della salute dei nostri pazienti.
Valentina Ognibene: Grazie, grazie mille Cristina per la tua disponibilità e per questi preziosi spunti.
Cristina Piotti: Grazie a te, Valentina.
