turno di notte

È l’una di notte. Il sole ha ceduto il passo, ora regna il buio. 

Il reparto è immerso in un silenzio irreale, rotto solo dal respiro ritmico e greve dei pazienti addormentati. Ora che ci penso, questa calma è un lusso raro da queste parti. Di solito, in mezzo a quei respiri profondi e alla penombra delle luci – luci soffuse, studiate per permetterci di sorvegliare senza destare nessuno – il silenzio si squarcia.

Si levano i lamenti di chi soffre, le urla sconnesse dei malati disorientati dal buio, il trillo impazzito dei monitor. Spesso suonano a vuoto, ingannati da un parametro letto male, eppure bastano a far saltare i nervi a tutti. Altre volte, invece, l'urgenza è reale: è in quegli istanti che il cortisolo, quello che il nostro corpo dovrebbe produrre dolcemente alle sei del mattino, ti esplode nelle vene alle due di notte. La mente si accende di colpo, illuminata a giorno. Ma giorno non è. In quelle ore sospese tutto è alterato, tutto ha un sapore metallico e diverso. Tutto viene vissuto in un'altra dimensione.

All’inizio del mio percorso, le notti le amavo. Ero affamato di esperienza: volevo fare, vedere, assistere, monitorare. Mi sentivo nel mio elemento naturale, come un pesce in un’acqua tiepida e rassicurante, che nuota agile e beato tra scogli e coralli, padrone della corrente. Ma ora... ora che l'età si fa sentire, ora che ho accumulato sulle spalle centinaia e centinaia di notti insonni, l'eco di questo buio mi suona in modo diverso. Mentre scrivo, una mia collega è china a sostituire le pompe siringa, calcolando i tempi al millimetro affinché l'infusione dei farmaci non si interrompa proprio nel bel mezzo del sonno REM dei pazienti. Un’altra si è appena alzata di scatto, scivolando silenziosa nella terapia intensiva, per aiutare un'anziana a tossire e a liberare il respiro.

E io sono qui. Solo con i miei pensieri e con il peso leggero delle mie emozioni, a fissare i tracciati colorati sui monitor dei pazienti che mi sono stati affidati. Prego in silenzio che dormano bene, che la sofferenza dia loro tregua e che ci concedano una notte di pace.

La notte, per un infermiere, non è un'opzione: è la spina dorsale del nostro mestiere, un rito di passaggio obbligato. Non puoi dire di vivere davvero questa professione se non attraversi il buio delle corsie. Eppure, nel silenzio, i dubbi affiorano. Mi chiedo spesso perché il mio cervello continui a girare a mille anche di giorno. Non sarà che tutte queste notti insonni, questa veglia forzata, hanno mandato fuori giri il mio motore interno, amplificando il rumore dei miei pensieri? Come mai, a volte, anche le notti che passo nel mio letto, a casa mia, scivolano via così frenetiche, così dannatamente rumorose dentro?

Credo che ormai, varcata la soglia dei quarant’anni e con più di un decennio di turni notturni alle spalle, la mia stessa anima si sia sintonizzata sul "turno di notte".

La mia mente ragiona al buio. Vivo i momenti della mia esistenza con filtri diversi rispetto a prima, abito i silenzi in un modo tutto mio, quasi difensivo. C’è stato un periodo, durante il buco nero del COVID, in cui tutte quelle notti in corsia continuavano a urlarmi dentro la testa.

Allora il silenzio mi terrorizzava: mi sbatteva in faccia il mio io più agitato e spigoloso, costringendomi a fare a pugni con me stesso. Fuori c’era la calma piatta di un mondo fermo, ma dentro di me infuriava la guerra. Forse il virus, con la sua scia di morte e impotenza, non mi ha aiutato. Forse la mia naturale ostinazione non ha facilitato l’ascolto. Eppure, paradossalmente, sono state proprio quelle urla assordanti, esplose nel silenzio, a svegliarmi per davvero. Mi hanno costretto a guardarmi allo specchio e a vedere l'uomo e il professionista che sono realmente diventato.

Ora, durante queste lunghe veglie in reparto, sto imparando a fare pace con me stesso, a "stare" semplicemente con quello che sono. E quando mi regalano notti come questa – placide, silenziose, quasi anomale – ne approfitto per ascoltarmi davvero. Cosa sento? Chi sono diventato? Cosa voglio ancora?

Fisicamente e mentalmente fatico più di un tempo, è innegabile, ma la consapevolezza che ho guadagnato ha radici molto più profonde e salde. Dopo aver nuotato con spensieratezza in un mare tiepido per poi ritrovarmi a sopravvivere in mezzo alla tempesta, oggi continuo a muovermi in quest'acqua. Sono appesantito, porto i segni della corrente, eppure mi sento intimamente più sereno. I turni di notte, nel bene e nel male, mi hanno forgiato. Hanno fatto di me il pesce che sono oggi: uno che forse non guizza più con l'incoscienza di un tempo, ma che continua a nuotare dritto, instancabile, nel silenzio immenso e profondo del suo oceano.

 

Foto di Anton

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