Il corpo umano è come un sistema dove tutto deve scorrere al ritmo giusto: il cuore pompa, i vasi distribuiscono, gli organi ricevono. Quando questo equilibrio si spezza, si verifica lo shock, una condizione in cui i tessuti non ricevono più ossigeno e nutrienti sufficienti.
È un'emergenza che richiede il contributo coordinato di tutto il team sanitario, dove l'infermiere gioca un ruolo professionale fondamentale e autonomo nel riconoscimento precoce, nel monitoraggio continuo e nella gestione terapeutica.
Quando il cuore stesso diventa il problema, come nello shock cardiogeno, il paziente arriva in condizioni critiche: pallido, sudato, con respiro affannoso e giugulari turgide. L'infermiere valuta rapidamente e lo aiuta a mettersi seduto a 45 gradi, quella posizione che alleggerisce il lavoro cardiaco e permette di respirare meglio. Da quel momento il monitoraggio diventa la bussola: imposta la pressione arteriosa invasiva, allestisce e verifica che il monitor funzioni con gli allarmi giusti, inserisce un catetere vescicale. Quella diuresi, misurata ogni ora, racconta quanto i reni stanno ancora lavorando. Quando arriva la prescrizione della dobutamina, prepara il farmaco calcolando la diluizione, imposta la pompa siringa con il dosaggio preciso e da lì tiene gli occhi sul paziente: la pressione risponde? Il cuore regge? Ogni variazione viene registrata, ogni cambiamento riconosciuto. Se servono diuretici, li somministra secondo prescrizione monitorando il bilancio idrico, sapendo che ogni millilitro ha il suo peso. I prelievi seriati emogasanalitici per i lattati seguono il timing stabilito, perché quel numero dice se le cellule stanno ancora soffrendo o se la situazione migliora.
Lo scenario dello shock ipovolemico è completamente diverso: il volume circolante è crollato per un'emorragia o una disidratazione grave. Il paziente è freddo, pallido, con le labbra secche e il polso che si sente appena. Viene sistemato subito supino o con le gambe sollevate (in Trendelemburg) mentre la priorità diventa garantire accessi venosi adeguati, come ad esempio due agocannule di grosso calibro nelle braccia, possibilmente 18G o maggiori. Se la situazione è davvero critica e serve un accesso centrale, l'infermiere collabora nella procedura preparando il materiale sterile e tenendo d'occhio il paziente. Poi iniziano le infusioni: sacche di cristalloidi calcolate sul peso che devono entrare veloci. I flussi vengono regolati, i siti controllati per escludere infiltrazioni, la risposta clinica osservata attentamente. Il catetere vescicale permette di misurare la diuresi ogni ora: sotto mezzo millilitro per chilo significa che i reni stanno soffrendo. L'emoglobina viene controllata ripetutamente per capire quanto sangue si è perso, e se servono trasfusioni, identità del paziente, gruppo sanguigno e compatibilità vengono verificati scrupolosamente prima di iniziare. Ogni dato finisce nel bilancio idrico: quanto entra, quanto esce. Il saldo che guida le decisioni successive.
Lo shock settico porta con sé una complessità particolare: l'infezione scatena una tempesta infiammatoria che dilata i vasi in modo incontrollato. Il paziente può avere febbre alta o essere stranamente freddo, confuso, tachicardico. L'infermiere riconosce questi segnali e parte subito con il protocollo della prima ora (la gloden hour), quella finestra cruciale dove ogni minuto conta. Prima di tutto le emocolture: due set da siti diversi, tecnica sterile rigorosa, prima che arrivi qualsiasi antibiotico perché dopo potrebbe essere troppo tardi per identificare il germe. Poi gli antibiotici prescritti vengono preparati, diluiti secondo le indicazioni e infusi nei tempi corretti. Contemporaneamente deve entrare il volume: trenta millilitri per chilo di cristalloidi in tempi rapidi, ma non così rapidi da sovraccaricare un cuore già affaticato. L'infermiere osserva, ascolta il torace, verifica che non compaiano segni di congestione. Se la pressione media resta sotto 65 mmHg nonostante i fluidi, arriva il momento della noradrenalina. La siringa viene preparata con la diluizione appropriata, posizionata su un accesso dedicato, meglio se centrale, e inizia la titolazione: piccoli aggiustamenti guardando continuamente il monitor, cercando quel valore target senza superarlo eccessivamente. Come per tutti i tipi di shock, anche qui gli EGA vengono prelevati ogni poche ore e l’andamento dei valori (soprattutto dei lattati) osservato con attenzione. Questi dati vengono comunicati in tempo reale, contribuendo attivamente alle decisioni del team.
Quando si tratta di shock anafilattico, la rapidità è tutto. Il paziente ha la pelle arrossata, respira male, magari con orticaria o il viso gonfio. Viene messo subito supino con le gambe alzate mentre si prepara l'adrenalina: 0,3-0,5 (fino a 1) milligrammi intramuscolo nella coscia, quella zona ricca di vasi che garantisce assorbimento rapido. L'orologio parte perché potrebbe servire ripeterla dopo cinque-quindici minuti. Nel frattempo si prepara tutto il resto: antistaminici e corticosteroidi per via endovenosa secondo prescrizione, ossigeno ad alti flussi, e soprattutto si tiene pronto il materiale per l'intubazione perché le vie aeree potrebbero chiudersi in qualsiasi momento. Il monitoraggio respiratorio diventa prioritario: si ascoltano i rumori respiratori, si valuta il wheezing (respiro sibilante), si osserva se il paziente riesce ancora a parlare o se sta peggiorando.
Nello shock neurogeno, causato da un trauma spinale, la situazione è paradossale: il paziente è ipoteso ma stranamente bradicardico, un segno che deriva dalla perdita del controllo nervoso sui vasi. La colonna viene mantenuta immobilizzata, gli accessi posizionati, i fluidi infusi secondo prescrizione e l'atropina preparata per quella frequenza cardiaca troppo bassa che non aiuta la perfusione.
Lo shock ostruttivo richiede che l'infermiere sia pronto a supportare procedure salvavita. Se c'è un tamponamento cardiaco e serve una pericardiocentesi, prepara il set sterile, disinfetta l'area, tiene il materiale a portata di mano e durante la procedura non stacca gli occhi dal monitor: pressione, frequenza, ritmo, tutto può cambiare in un istante. Se invece è un pneumotorace iperteso che sta comprimendo il cuore, prepara ago e poi drenaggio toracico, garantisce un'analgesia adeguata tramite la somministrazione di farmaci prescritti e dopo la decompressione valuta se il polmone si sta riespandendo ascoltando bilateralmente con il fonendoscopio. Nell'embolia polmonare massiva che richiede trombolisi, i farmaci fibrinolitici vengono preparati seguendo protocolli precisi, il dosaggio calcolato sul peso, e poi inizia un monitoraggio costante per segni di sanguinamento, perché sciogliere il coagulo comporta rischi emorragici.
In tutti questi scenari, l'infermiere mantiene una vigilanza continua sulla pressione arteriosa media, quel valore che deve restare sopra 65 mmHg per garantire che sangue e ossigeno arrivino dove servono. Ogni parametro viene valutato non come numero isolato ma come parte di un quadro più ampio: la frequenza cardiaca letta insieme alla pressione, la saturazione considerata con il respiro, la diuresi interpretata nel contesto del bilancio idrico complessivo. Le pompe siringhe vengono controllate regolarmente, i siti di accesso ispezionati per escludere complicanze, la documentazione compilata con precisione perché ogni dato registrato oggi servirà domani per capire come sta evolvendo la situazione.
E come un mantra, ripeterò sempre: l'infermiere non si limita a eseguire!
Osserva, valuta, riconosce i cambiamenti prima che diventino critici, anticipa le necessità, comunica efficacemente con il team, prende decisioni autonome nell'ambito delle proprie competenze. Nella gestione dello shock, dove ogni minuto può determinare la sopravvivenza o il danno permanente, l'infermiere è quella figura che tiene insieme il sistema. Come in un impianto idraulico complesso dove la pompa può cedere, le tubature perdere pressione o il contenuto svuotarsi improvvisamente, è necessario qualcuno che sappia riconoscere immediatamente dove sta il problema, che abbia le competenze per intervenire con precisione, che conosca ogni valvola da regolare e ogni parametro da monitorare. L'infermiere è questo professionista: quello che, mentre il sistema sembra sul punto di collassare, mantiene la lucidità per calcolare una diluizione, la prontezza per posizionare un accesso in pochi secondi, la sensibilità clinica per cogliere un cambiamento nel respiro del paziente. Trasforma le conoscenze scientifiche in gesti concreti, i protocolli in azioni mirate, i numeri del monitor in decisioni che salvano vite. E quando finalmente la pressione si stabilizza, i lattati iniziano a scendere, la diuresi riprende e il paziente comincia a rispondere, sa che quel sistema tanto complesso ha retto proprio grazie al suo contributo professionale, a quella competenza tecnica e umana che fa la differenza tra un'emergenza gestita e una vita salvata.
Bibliografia
- Berman A. Et Al., Nursing Clinico - Tecniche E Procedure Di Kozier Ii Edizione, Piccin, 2017
- Incalzi R.a.,medicinainternaperscienzeinfermieristiche, Piccin,2016
- Pontieri G.m., Patologia Generale E Fisiopatologia Generale, Piccin, Iii Edizione, 2012
