libro di di Arianna Esposito

C'è un suono, dice l'autrice nel prologo, che chi non lavora in ospedale non conosce davvero: non il rumore dei monitor, non il carrello delle terapie, non la voce di un collega che chiama da un'altra stanza. È il campanello. Quel trillo breve e insistente che parte da un letto e arriva in fondo al reparto, e che significa sempre la stessa cosa: qualcuno ha bisogno di te.

Arianna Esposito racconta che nei primi mesi di lavoro, a ogni campanello, correva davvero — con il cuore in gola, perché ogni chiamata poteva essere qualcosa di grave. Poi sono arrivati gli anni, i turni di notte, i doppi turni, le carenze di personale, i pazienti che si spazientiscono mentre tu ne stai tenendo in vita un altro nella stanza accanto. E un giorno, non ricorda quale, ha sentito suonare quel campanello e dentro di sé non è successo niente. Nessun sussulto, nessuna corsa: solo un pensiero stanco — e adesso cosa c'è.

Di cosa parla il libro

Il volume è costruito in due movimenti. Nella prima parte l'autrice ripercorre, per accenni, il proprio ingresso nella professione: la laurea nel 2020, i primi turni, la fatica di trovare un posto — proprio ed emotivo — dentro un reparto. Sono pagine personali, che qui non anticipiamo, perché il loro valore sta nel modo in cui accompagnano chi legge dentro l'esperienza, non nella trama in sé.

La seconda parte cambia registro e diventa una guida riflessiva, capitolo per capitolo, su ciò che la formazione clinica non insegna: come restare umani accanto alla sofferenza, cosa dire quando non c'è niente da dire, come riconoscere — e nominare — il costo psicologico di un lavoro che troppo spesso si misura solo in ore e prestazioni.

Non è un manuale di tecniche, ma nemmeno pura testimonianza: è un ibrido che funziona proprio perché tiene insieme il racconto e la riflessione clinica.

Il dolore raccontato da chi lo cura

Il capitolo più denso, dal punto di vista professionale, è probabilmente quello dedicato al dolore. Esposito parte da un episodio minimo — una paziente anziana che le stringe la mano prima di una procedura — per arrivare a una distinzione che ogni infermiere riconosce ma raramente formula così bene: sui libri il dolore è un sintomo che si misura con un numero; nella stanza, il dolore è soprattutto paura di perdere il controllo sul proprio corpo.

Da qui l'autrice deriva alcune indicazioni molto concrete — avvisare sempre prima di agire, raccontare cosa si sta facendo anche a un paziente che sembra non poter rispondere, chiedere il permesso prima di scoprire o toccare, chiudere la porta anche quando manca il tempo — e le lega a una spiegazione neurofisiologica accessibile, sui meccanismi di risonanza e assuefazione al dolore altrui.

«Non mi fare male.»

«Le dico tutto quello che faccio, signora. Passo per passo.»

È la sezione in cui il libro rende più esplicito il proprio messaggio centrale: la gentilezza clinica non è un optional emotivo, ma una componente della cura che ha conseguenze misurabili su chi la riceve.

Il danno morale, oltre il burnout

Ancora più incisivo è il passaggio in cui l'autrice distingue il burnout — l'esaurimento di chi ha dato troppo — dal danno morale: la ferita che si apre quando si è costretti, per carenza di personale o di tempo, a fare un lavoro peggiore di quello che si saprebbe fare. È una delle pagine in cui il libro smette di parlare solo al singolo infermiere e si rivolge direttamente a chi organizza il lavoro in corsia.

«Quando sai qual è la cosa giusta per quel paziente, e non puoi farla perché siete in due su trenta.

È questo che ci distrugge, molto più della fatica fisica. La fatica passa dormendo. Il senso di aver tradito qualcuno no.

E chi ci amministra dovrebbe saperlo: quando un infermiere se ne va, quasi mai è perché il lavoro era troppo pesante. È perché gli è stato impedito di farlo bene.»

È un passaggio che merita di essere letto e riletto anche fuori dal libro, perché dà un nome preciso a un'esperienza che moltissimi professionisti vivono senza riuscire a formularla: non è la stanchezza a spingere fuori dalla professione, ma la sensazione ricorrente di aver dovuto scegliere chi non assistere bene.

Uno stile che sceglie la misura

Il pregio maggiore del libro è la misura: Esposito non scrive un pamphlet di denuncia né un memoir lacrimevole. Alterna episodi clinici brevi a sezioni di riflessione più strutturata, e chiude ogni capitolo con domande dirette rivolte a chi legge — un espediente semplice ma efficace, che trasforma la lettura in un momento di verifica personale più che in una scorsa passiva. Il registro resta colloquiale, vicino al linguaggio reale di corsia, senza scadere nel semplicismo quando affronta i meccanismi neurofisiologici dello stress e dell'empatia.

Senza entrare nel dettaglio del percorso narrativo — che è la parte da scoprire leggendo — va detto che il libro non si chiude su un tono amaro: la parte finale offre a chi legge alcuni strumenti pratici da portare in reparto e uno spazio esplicitamente dedicato a chi sta attraversando un momento difficile della professione, con un registro che negli ultimi paragrafi si fa più intimo e, per alcuni lettori, anche spirituale.

Scheda del libro

Titolo

Prima che suoni quel campanello

Sottotitolo

Oltre la divisa dell'infermiere: come sopravvivere alla sanità reale senza perdere l'empatia

Autrice

Arianna Esposito

Pagine

105

Struttura

Prologo · Parte prima (il racconto) · Parte seconda (la guida) · Epilogo

Temi principali

Dolore e comunicazione, danno morale, carichi di lavoro, empatia sostenibile

Per chi è

Infermieri neolaureati e di lunga esperienza, coordinatori, chiunque lavori a contatto con la sofferenza altrui

A chi lo consiglio

Un libro breve, che si legge in poche ore ma lascia materiale per settimane di riflessione. È utile soprattutto a chi è agli inizi della professione e cerca parole per esperienze che non aveva ancora nominato, ma anche a infermieri esperti che riconosceranno, capitolo dopo capitolo, episodi già vissuti.

Vale la pena segnalarlo anche a coordinatori e a chi si occupa di organizzazione del lavoro in corsia: il capitolo sul danno morale, in particolare, dovrebbe essere lettura obbligata per chi decide sui carichi di personale.

compertina integrale libro arianna esposito

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