La carenza di infermieri in Italia è una crisi destinata a crescere. Non riguarda solo il numero di professionisti disponibili, ma si ripercuote direttamente sui risultati delle cure, sulla sicurezza dei pazienti, sulla qualità dell’assistenza e sulla tenuta dei gruppi di lavoro. È una crisi che rischia di autoalimentarsi: meno infermieri significa più carico di lavoro, più stress, più difficoltà organizzative e, di conseguenza, maggiore probabilità di abbandono della professione.
Quando un infermiere incontra delle difficoltà, troppo spesso l’attenzione si concentra sul singolo: è lui che non regge, è lui che sbaglia, è lui che non si adatta. Sono invece pochi i contesti lavorativi che si fermano davvero a riflettere sulle cause organizzative del disagio e cercano soluzioni condivise.
Se non esistono discussione, confronto e miglioramento continuo, si crea progressivamente un silenzio interno. È il silenzio di chi non ha più fiducia nel sistema, di chi smette di proporre, di chi si eclissa.
A quel punto il singolo infermiere inizia a lavorare da solo. A volte riesce a trovare sintonia con i colleghi, altre volte entra in attrito con loro, ma resta comunque dentro un clima di dubbio, fatica e insoddisfazione. Non è solo stanchezza: è la percezione di non essere più parte di un sistema capace di ascoltare, proteggere e migliorare.
Quando ho iniziato a lavorare, il primo consiglio che mi diede mio padre, anche lui infermiere, fu di separare la vita lavorativa da quella familiare. Oggi darei lo stesso consiglio a un giovane infermiere, ma riconosco che è molto più difficile metterlo in pratica. Il lavoro entra nella vita privata attraverso i turni, la reperibilità mentale, la stanchezza, il mancato recupero psicofisico e la difficoltà di lasciare davvero il reparto fuori dalla porta di casa.
Io ho iniziato a fare l’infermiere nel secolo scorso. Allora la professione cercava ancora un’impalcatura capace di configurare l’infermiere come professionista e non come mero dipendente esecutore. All’inizio degli anni Duemila, la cultura infermieristica ha iniziato a permeare maggiormente il concetto di procedure prodotte dagli infermieri per rispondere alle esigenze dei processi assistenziali e dei contesti di lavoro.
Successivamente, però, questo percorso si è spesso tradotto in strutture centralizzate che producono documenti basati soprattutto sul potere scientifico derivante dalla referenzialità internazionale, ma non sempre fondati sui dati reali del proprio contesto lavorativo. È un aspetto che anche i medici discutono frequentemente negli eventi formativi: le evidenze sono necessarie, ma devono dialogare con la realtà concreta dei servizi, delle risorse, dei pazienti e dei professionisti.
I problemi della professione infermieristica devono essere definiti e analizzati con chiarezza. In caso contrario, la crisi delle “vocazioni” non si risolverà.
Non ho scelto per errore il termine vocazioni. Lo uso perché oggi non credo che un giovane appena diplomato, alla ricerca di un buon rapporto tra capacità tecnico-scientifica, riconoscimento professionale e retribuzione, possa scegliere facilmente infermieristica. Se desidera essere un professionista riconosciuto, con responsabilità proporzionate al ruolo e una prospettiva di crescita chiara, rischia di non trovare nella professione infermieristica una risposta convincente.
La soluzione apparentemente più semplice è aumentare lo stipendio. Sarebbe certamente un segnale importante di riconoscimento sociale, ma da solo rischierebbe di essere una risposta temporanea e non sufficiente. Spesso sento ripetere che bisognerebbe uscire dal comparto, ma questo, da solo, non cambierebbe la sostanza del problema.
Il vero cambiamento inizierebbe quando si riconoscessero profili diversi, retribuiti anche in base alla complessità, alla competenza, alla responsabilità e all’esperienza. Riconoscere, ad esempio, che un infermiere in grado di lavorare in sala operatoria con un robot da milioni di euro merita una valorizzazione diversa rispetto a un collega neoassunto sarebbe già una conquista. Non per creare gerarchie inutili, ma per riconoscere la crescita professionale reale.
Secondo la mia esperienza, il disagio professionale e il conseguente fenomeno dell'abbandono della professione sono alimentati principalmente da sei fattori critici:
- La gestione dei turni
- La fruizione delle ferie
- Il ricorso agli straordinari
- I modelli di organizzazione del lavoro
- Il rapporto con il coordinatore
- L’immagine pubblica dell’infermiere"
Li ho definiti pilastri, ma non sono elementi immutabili o monolitici. A seconda delle risorse disponibili, delle capacità relazionali e delle competenze organizzative, possono diventare una risorsa oppure trasformarsi in una fonte pesante di disagio. Possono favorire equilibrio, appartenenza e soddisfazione professionale, oppure contribuire a stress negativo, burnout e desiderio di cambiare lavoro. Io stesso ci ho provato tre volte.
Nella mia vita lavorativa, fra pochi mesi raggiungerò 38 anni di servizio, ho sperimentato sia gli effetti positivi sia quelli negativi di questi pilastri.
Il turno, ad esempio, può creare problemi, ma può anche offrire vantaggi. Può rendere difficile la vita familiare, alterare il sonno e complicare le relazioni sociali, ma può anche consentire spazi di libertà che altri lavori non permettono. Dipende da come è costruito, da quanto è prevedibile, da quanto rispetta il recupero e da quanto tiene conto della vita reale delle persone.
Le ferie sono un altro elemento decisivo. Nei primi anni di lavoro sono stato fortunato: eravamo dodici infermieri in turno e tre sostituzioni coprivano ferie e permessi. Negli anni Novanta c’erano meno permessi e, potendo fare ferie regolari, riuscivo a gestire lo stress di un reparto di oncologia.
Successivamente ho lavorato in un reparto di chirurgia nel privato, dove per sette mesi non ho fatto ferie. Quando poi finalmente arrivarono, feci tutto agosto a casa, ma il cervello continuava a funzionare con i ritmi dei turni. Ogni cinque giorni, come se dovessi ancora fare la notte, non riuscivo a dormire. Questo dimostra che il recupero non è solo assenza dal lavoro: è anche possibilità reale di staccare mentalmente e fisicamente.
L’infermiere esprime pienamente la propria attività professionale quando è chiamato a confrontarsi, a gestire casi clinici complessi, a organizzare il proprio lavoro e, ancora meglio, a scrivere o adattare le procedure del proprio reparto. Quando invece è escluso dal ragionamento organizzativo e clinico, diventa un mero esecutore. In quel caso il termine “professionista” viene svuotato del suo valore.
Il coordinatore è un punto determinante. Guardarsi negli occhi, confrontarsi, sapere di potersi fidare, sentire che esiste una guida presente e competente sono elementi essenziali per la qualità del lavoro. Ma se il coordinatore segue troppi infermieri e troppi OSS, il numero di richieste supera la sua capacità di risposta. A quel punto il coordinatore porta il lavoro a casa, accumula pressione e rischia a sua volta di diventare un nodo critico del sistema invece che una risorsa.
Ho sempre assistito e curato le persone. Per molto tempo il modello era semplice: il medico scriveva e l’infermiere eseguiva. Ma ero io a somministrare le terapie, a vedere se andavano a buon fine, a osservare la persona assistita nel tempo, a cogliere i cambiamenti. Il mio operato era giudicato soprattutto da chi mi conosceva e mi vedeva lavorare.
Poi sono arrivati i forum, spesso moderati dal buon senso degli amministratori. Successivamente sono arrivati i social, ed è stato un “libera tutti”. Oggi l’immagine dell’infermiere può essere influenzata dall’influencer di turno, dal troll o da chi, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, produce contenuti acchiappa click senza pensare alle conseguenze.
Le conseguenze possono essere pesanti. Quello che tra sanitari può sembrare ironico o divertente può non esserlo per un cittadino che paga le tasse e vede sprechi di materiale, oppure per una persona che ha vissuto un lutto e percepisce un eccesso di leggerezza. I contrasti tra la realtà del lavoro sanitario e la rappresentazione sui social non sono necessariamente utili alla professione. Sono invece spesso utili alle piattaforme, che guadagnano proprio dai contenuti capaci di generare reazioni emotive.
La realtà che viviamo come infermieri è frenetica e spesso non ci permette di assumere il giusto punto di vista. Per questo ho posto alcune domande a Gemini e ChatGPT: volevo capire se quello che ho vissuto fosse solo un’esperienza personale oppure se rappresentasse una condizione più ampia, generata dalle caratteristiche stesse del lavoro infermieristico.
La risposta non può essere ridotta a una sola causa. La carenza di infermieri, il disagio professionale, il burnout e l’abbandono non nascono da un singolo elemento, ma dall’intreccio tra organizzazione, riconoscimento, carichi di lavoro, turni, leadership, possibilità di confronto e immagine sociale della professione. Se questi aspetti non vengono nominati e discussi, continueranno ad agire in silenzio. E il silenzio, nei luoghi di cura, non è mai neutrale.
Conclusione:
La comprensione del problema potrema potrebbe essere un passo per cercare da soli delle soluzioni, quindi ho chiesto alle IA di descrivere in modo scientifico se quei 6 pilastri hanno effetto nel quotidiano dell'infermiere.
Il prompt usato, con deep research attivo, è:
- i turni; sei un sociologo che deve scrivere un articolo per infermieriattivi.it, l'argomento è l'effetto negativo o positivo dei turni dell'infermiere sulla vita quotidiana del neolaureato. Scrivi nel testo il nome degli autori di teorie. Scrivi la bibliografia come in un articolo scientifico. Quindi la variante; sei un sociologo che deve scrivere un articolo per infermieriattivi.it, l'argomento è l'effetto negativo o positivo dei turni dell'infermiere sulla vita familiare. Scrivi nel testo il nome degli autori di teorie. Scrivi la bibliografia come in un articolo scientifico.
- le ferie; In Italia le ferie sono un diritto costituzionale, nel contesto pubblico in ambito infermieristico questo diritto non si completa appieno. Ci sono degli studi che indicano quanto un infermiere può evitare di fare le ferie e di conseguenza quale può essere il carico di lavoro massimo prima di una rottura ed un rifiuto del lavoro di infermiere?
- gli straordinari; Il contesto lavorativo dell'infermiere è spesso stressante, l'effetto degli straordinari è equivalente agli altri lavori? Che effetto hanno sugli infermieri gli straordinari nelle varie declinazioni del CCNL sanità, per quanto riguarda il recupero psicofisico, il burnout e l'affezione all'azienda. Scrivi gli autori delle diverse teorie, scrivi la bibliografia come in un articolo scientifico.
- l’organizzazione del lavoro; Ci sono modelli o teorie che vedono nel coinvolgimento e partecipazione dell'infermiere clinico all'organizzazione del lavoro, degli spazi, delle procedure e nella ricerca degli effetti positivi, o negativi? Scrivi gli autori e la bibliografia come se fosse un articolo scientifico.
- il coordinatore; Il coordinatore degli infermieri ha un limite di operatori sanitari da coordinare? Superare quel limite ha un effetto positivo o negativo sull'equipe lavorativa e sull'assistito. Le capacità comunicative del coordinatore hanno un effetto positivo o negativo sull'affezione al lavoro e alla professione? Ci sono autori e teorie che hanno fatto degli studi?
- l’immagine dell’infermiere; l'immagine dell'infermiere, da parte degli stessi infermieri, del paziente e dei cittadini è mutata con l'azione dei social? Ci sono teorie e studi, sugli effetti positivi o negativi, riporta gli autori. Scrivi la bibliografia come in un articolo scientifico.
Questi prompt li ho proposti a Gemini pro e ChatGPT, le ricerchè più interessanti sono:
- Gemini: Il diritto alle ferie sospeso: impatto su burnout e turnover infermieristico nel SSN
- Gemini: Modelli organizzativi e teorie del coinvolgimento infermieristico: impatti su strutture, spazi, procedure e ricerca clinica
- Gemini: Le dinamiche relazionali nel coordinamento infermieristico
- Gemini: L'evoluzione dell'immagine infermieristica nell'era digitale: un'analisi multidimensionale tra identità professionale, percezione pubblica ed E-Professionalism
