C'era una volta un uomo (da ora in poi lo chiameremo Q), che si chiedeva sempre troppo.
Si chiedeva sempre troppo sui perché della vita. Si chiedeva sempre troppo riguardo alla morale e alla giustezza delle cose. Si chiedeva sempre troppo sulle strade da prendere.
Si chiedeva sempre troppo se valesse la pena chiedersi sempre così TROPPO.
E intanto, il tempo passava. Tra un pensiero e un altro, tra un'esperienza e un'altra... il tempo passava. Inesorabilmente, i mesi e gli anni si accumulavano e facevano il loro lavoro pedissequamente, creando stanchezza, rughe, fatiche quotidiane, traumi subiti, passioni e traguardi raggiunti. Per tanto tempo Q ha avuto paura di guardare quelle lancette che si muovevano velocemente sopra quell'orologio composto da sogni, paure e ambizioni. I suoi pensieri riecheggiano ancora oggi, e si possono ascoltare se si presta attenzione ai contorni di questa storia:
"Ah... non ho mai tempo per fare tutto quello che voglio..."
"Mi devo sbrigare, mi devo sbrigare, mi devo sbrigare! Mi è rimasto poco tempo ormai!"
"Aoh, ancora sto qua a cercà de capì 'sta cosa? Ma non avevo detto che avevo già capito tutto? E invece non c'ho capito niente! E altro tempo perso..."
Poi, a un certo punto, la lancetta dell'orologio è scattata sui 40 anni. E lì Q, dopo tanti anni passati tra pensieri ossessivi, paure paralizzanti, traumi subiti e indotti, e situazioni al limite, comprese una cosa nuova: che il tempo c'era, ma probabilmente, fino a quel momento, lo aveva percepito come un ostacolo. Si rese conto che era arrivato il momento di "stare" piuttosto che fuggire, di costruire piuttosto che distruggere, e di smettere di dedicare tanta energia inutilmente a questioni vaghe e prive di importanza. Il nostro protagonista, però, ha mantenuto quello spirito di "persona che corre" con la mente e con il fisico. Ora si sente più stanco ma più consapevole, proprio perché sa che ormai i 40 anni sono arrivati.
Questi concetti, narrati finora, fanno parte di tutte le dimensioni umane che compongono Q: affetti, famiglia, hobby, etica, morale e lavoro. E ora ci soffermeremo proprio su quest'ultimo aspetto.
Il lavoro
Q ha sempre avuto a cuore il lavoro. In parte per schemi familiari acquisiti: i suoi genitori gli hanno insegnato la quotidianità del lavoro e il raggiungimento di obiettivi contingenti ottenuti con l'impegno, la perseveranza e la passione. In parte perché, nel suo animo, l'essere completamente autonomo era un requisito fondamentale per vivere in armonia con se stesso e con il mondo. Avendo sempre digerito male l'autorità, ha visto nel lavoro un'opportunità di indipendenza. Ha trovato nella professione una bevanda buona e fresca, gustata in una calda giornata d'estate, pronta a dargli sollievo, soddisfazione e sapore.
Fin dall'adolescenza ha svolto i lavoretti più disparati, fino ad arrivare ai 17 anni, quando iniziò a fare l'operaio per i concerti: un mondo assurdo, molto duro e fatto di regole spietate. Eppure, in quel delirio, lui aveva trovato una sua dimensione che lo rendeva libero dentro. Ma fu un'illusione: non aveva fatto i conti con delle parti di sé che lo stavano lacerando lentamente. Alla fine, anche quel lavoro si stava trasformando in un boomerang, pronto a colpirlo e a fargli male. E fu lì, durante l'ennesima sofferenza, verso i 24 anni, che capì di voler fare l'infermiere. Si ammalò di una brutta polmonite, e in quell'occasione ci fu un suo amico, un infermiere di nome Giovanni, che si prese cura di lui. Giovanni lo assistette in un modo tale da lasciarlo estasiato per tutta quella passione, professionalità e umanità che trasudavano dal suo operato. Una cura offerta in maniera totalmente spontanea e gratuita, che lasciò Q senza parole.
E disse dentro di sé: "Sì... io sarò un infermiere!". Ma non aveva nemmeno il diploma di scuola superiore, e quindi? E quindi Q andò alle scuole serali, continuando a lavorare. Si diplomò dopo tre anni, si iscrisse all'università e... Beh, voilà! Infermiere sia!
Preso dall'estasi del traguardo raggiunto, si mise a lavorare subito dopo la laurea: centri di psichiatria e SerT, comunità di recupero per le dipendenze, assistenza domiciliare, reparti di medicina d'urgenza, chirurgia generale, rianimazioni e terapie intensive di varie specialità, poi il COVID... e poi ancora rianimazioni e pronto soccorso. Quel grande correre che caratterizzava la vita di Q si stava palesando prepotentemente anche nella sua vita lavorativa. Era sempre poco, sempre non abbastanza, sempre insufficiente. E spesso, nel silenzio dei tempi morti, il suo EGO urlava a gran voce:
"È poco per te!"
"Le altre persone non hanno i tuoi stessi obiettivi"
"Hai ragione tu! Sono loro che non vogliono evolversi"
"Lo vedi che i vecchi avevano ragione? L'infermieristica è per disadattati. Solo se sei un disadattato puoi fare l'infermiere"
"I medici sono considerati. Tu non sei nulla, perché fai l'infermiere"
"Ma chi ti credi di essere? Tu non sarai mai libero. Sei uno schiavo di questa società, basata sul capitalismo, sui padroni, sul potere e sui medici, che sono i tuoi superiori"
Questi sono i pensieri che hanno caratterizzato gli anni di lavoro di Q. Fino a che non venne assunto in un grande ospedale pubblico, proprio alla soglia dei 40 anni. Proprio quando aveva acquisito una consapevolezza maggiore del proprio essere. Proprio quando si era reso conto che il tempo era un alleato, non un nemico.
Fu contento dell'assunzione: questa arrivò in un periodo in cui Q aveva perso il lavoro. Lo aveva perso perché aveva commesso un errore... e anche perché i padroni non vogliono errori. Vogliono avere solo robottini che eseguono, che non pensano. Ma Q sapeva benissimo di aver sbagliato, e aveva appreso la lezione. Iniziò quindi nel nuovo ospedale con la fiducia, la speranza e la passione che da sempre contraddistinguono la sua vita.
Venne assegnato a un reparto che non era il suo: nonostante l'esperienza quinquennale in rianimazione, i master e i corsi sull'area critica, lo destinarono alla Stroke Unit. Questa fu per lui la prima, piccola insoddisfazione. Perché gli infermieri vengono messi solo dove serve, e non dove sono competenti? Perché, ovunque andasse, le sue competenze avanzate non venivano prese in considerazione? E come mai queste valutazioni venivano fatte da suoi colleghe – quindi da infermiere, non da medici, pizzaioli o ingegneri – che avrebbero dovuto ben conoscere questi valori, queste necessità di crescita e queste ambizioni? Invece no. Probabilmente, i valori di Q sono diversi dalla media. Oppure è solo il suo EGO che ancora parla, facendolo sentire "diverso"?
Q aveva acquisito un buon dialogo interiore, quindi accolse tutte quelle riflessioni e andò avanti. Cercò di lavorare al meglio delle sue capacità, impegnandosi a insegnare il più possibile ai tirocinanti le basi dell'assistenza, e con esse i principi che rendono l'infermieristica una professione grandiosa e indispensabile per una buona società. Portò avanti la sua etica, scontrandosi spesso con quella di alcuni colleghi che la pensavano diversamente su molte cose. Fece il possibile, e capì che era proprio sull'insegnamento, sui valori e sulla crescita infermieristica che doveva perseverare. Quell'etica professionale, applicata nel lavoro quotidiano, lo rendeva libero: dai preconcetti, dalle paure, dall'autoritarismo e dalla pressione sociale. Quello era il terreno su cui capì di poter coltivare delle belle piantine, estirpare le erbacce infestanti e fornire continuamente acqua fresca per nutrire la vita.
L'autonomia e l'umanità
E lì decise: per potersi finalmente fermare, per non fuggire più e prendersi il tempo di "stare", doveva fare leva sul principio fondamentale dell'autonomia professionale. Aveva compreso che gli infermieri sono professionisti autonomi, formati e intellettualmente indipendenti; non sono meri esecutori, né tanto meno missionari chiamati al sacrificio e all'obbedienza cieca. Rivendicare la propria professionalità significava dare dignità al proprio sapere. Allo stesso tempo, però, Q sapeva che questa competenza tecnica e questa indipendenza rischiavano di diventare fredde se non fossero state guidate dal cuore: mantenere una profonda umanità nel lavoro restava il requisito essenziale per operare bene. L'equilibrio perfetto risiedeva proprio in questo: essere menti autonome e scientifiche, ma mani e cuori empatici, vicini alla sofferenza dell'altro.
Come aveva preso nota di ciò che voleva, sapeva anche ciò che non voleva e chi era. Q sa di avere ambizioni, certo. Ma sa anche che queste ambizioni saranno valide solo se i suoi valori di uomo, di professionista e di cittadino del mondo verranno rispettati il più possibile. Q ha capito che ora è il momento di restare. Q ora sa che "se non si affretta, troverà il tempo per tutto". E per Q, "tutto" è rappresentato dall'espressione di un sé più alto, legato ai valori piuttosto che ai ruoli apicali.
Q sa di essere umano, sa di poter essere attratto dai soldi e dal potere, così come dal prestigio e dall'illusione dell'onnipotenza. Ma sa ancora meglio che essere infermiere, essere una persona calata nel mondo e restare fedele a se stesso, è molto più importante di queste futili questioni terrene. Se Q, quindi, non ha ancora capito del tutto cosa fare, sa perfettamente cosa NON VUOLE ESSERE.
Q non vuole essere potere, perché rifiuta l'autorità rigida con tutta la sua anima.
Q non vuole essere piatto, perché la routine lo annoia e lo porta a pensare troppo.
Q non vuole essere immobile, perché senza cambiamento non può esserci crescita.
Q non vuole essere stanco, perché senza energia non c'è vita.
Q crede che questi valori siano la leva per poter vivere bene, nel mondo e per il mondo.
Lo vuole per Giovanni, morto all'età di 34 anni per un tumore al cervello, che non ha potuto vedere quanto la sua opera amorevole abbia contribuito alla realizzazione di Q.
Lo vuole per tutti quei colleghi che con amore, passione e dedizione gli hanno insegnato l'infermieristica.
Lo vuole per tutte quelle persone che meritano di ricevere la migliore assistenza possibile, per ritrovare la salute e poter riabbracciare i propri cari.
E lo vuole, infine, per potersi guardare allo specchio, ascoltare il ticchettio di quell'orologio senza più provare paura, fare un respiro profondo e dirsi con tutta la calma del mondo:
"Ok, sto cercando di migliorare un pochino questo posto, unendo la mia autonomia di professionista alla mia umanità. Forza Q, va bene così, non mollare!"
