La violenza contro il personale infermieristico non è un fenomeno marginale né recente. I dati raccolti a livello internazionale e nazionale mostrano un'esposizione ricorrente che riguarda una parte sostanziale della professione.
Una metanalisi che ha sintetizzato 253 studi su oltre 331.000 operatori sanitari nel mondo ha stimato che il 61,9% dei professionisti ha riferito di aver subito almeno una forma di violenza sul lavoro, e il 57,6% ha riportato episodi di abuso verbale [9]. Un'altra metanalisi, condotta su 65 studi e oltre 61.800 professionisti in 30 Paesi, ha stimato una prevalenza annua di violenza fisica pari al 19,33% (intervallo di confidenza al 95%: 16,49-22,53%) [8].
1. Premessa: la portata del fenomeno
In Italia, l'Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (ONSEPS) del Ministero della Salute ha registrato, nel 2025, poco meno di 18.000 segnalazioni di aggressione, con oltre 23.000 operatori coinvolti (un singolo episodio può interessare più persone contemporaneamente), in lieve calo rispetto alle 18.392 segnalazioni del 2024 ma con un aumento del numero complessivo di persone aggredite [12]. Il personale infermieristico risulta la categoria più colpita, con il 55% degli episodi, seguito da medici (16%) e operatori socio-sanitari (11%) [12]. Le aggressioni verbali restano prevalenti (69%), seguite da quelle fisiche (25%) e da quelle contro le proprietà (6%); le donne risultano le più colpite, con percentuali superiori al 60% nella maggior parte delle Regioni [12].
Un sondaggio della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI), relativo al 2023, ha rilevato che il 40,2% degli infermieri intervistati aveva subito almeno un'aggressione nel corso dell'anno, con una media di 10-12 episodi annui per persona aggredita; il profilo più esposto era quello di una donna tra i 30 e i 40 anni, impiegata nel servizio pubblico, soprattutto in pronto soccorso (42% dei casi) [13]. Il sondaggio relativo al 2025 ha confermato la tendenza: il 44% dei 6.232 rispondenti dichiarava di aver subito violenza nell'anno precedente [12].
Questi numeri descrivono un fenomeno strutturale, non episodico. Riguardano in larga parte aggressioni a bassa intensità — insulti, minacce, intimidazioni — che però, in una minoranza di casi, evolvono fino al contatto fisico. È su questa fase di passaggio, dalla tensione verbale all'atto fisico, che si concentra questo lavoro: comprendere come riconoscerla per tempo e come intervenire per impedirne il compimento.
2. La rabbia come processo: il ciclo dell'aggressività
Un primo punto utile alla pratica clinica è concettuale: la violenza raramente esplode senza preavviso. Anche quando appare improvvisa, è quasi sempre l'esito di un processo che attraversa fasi riconoscibili. Questa idea ha una radice antica nella psicologia della rabbia: già Dollard e colleghi, nella loro ipotesi frustrazione-aggressione, osservavano che il comportamento aggressivo nasce tipicamente come risposta a un blocco percepito rispetto a un obiettivo o a un bisogno [1]. Nel contesto sanitario questo blocco assume forme concrete e quotidiane: l'attesa prolungata, il dolore non alleviato, l'informazione che non arriva, la sensazione di non essere ascoltati, la perdita di controllo sul proprio corpo o sulle proprie decisioni.
Il modello che ha avuto maggiore applicazione clinica nei contesti sanitari è il cosiddetto ciclo dell'aggressione (assault cycle), proposto da Kaplan e Wheeler nel 1983 e ripreso da numerosi autori successivi, tra cui Breakwell [2,3]. Il modello descrive cinque fasi:
- Fase del trigger (innesco): un evento, una parola, un rifiuto attiva nella persona uno stato di tensione che si discosta dal comportamento abituale.
- Fase di escalation: il comportamento diventa progressivamente più agitato; aumentano il tono di voce, la gestualità, la rigidità muscolare, l'irrequietezza motoria.
- Fase di crisi: la tensione accumulata si traduce in comportamento direttamente aggressivo, verbale o fisico.
- Fase di recupero: la persona inizia un graduale ritorno al comportamento di base, ma resta vulnerabile a nuove escalation se sollecitata.
- Fase di depressione post-critica: subentra un esaurimento fisico e psichico, spesso accompagnato da vergogna o rimorso.
Kaplan e Wheeler sottolineavano che l'intervento dell'operatore deve collocarsi, quando possibile, nella fase di escalation: è in questa fase che il personale deve agire al primo segno osservabile di scostamento dal comportamento abituale del paziente [2]. Attendere la fase di crisi per intervenire riduce in modo sostanziale i margini di manovra disponibili.
È corretto segnalare un limite di questo modello: la letteratura più recente ha osservato che non tutti gli episodi di violenza seguono una progressione lineare e prevedibile in cinque tappe; alcune crisi insorgono con una rapidità tale da non lasciare una finestra di osservazione utile. Un'analisi concettuale pubblicata nel 2017 ha proposto di considerare il disinnesco non come una tecnica isolata, ma come un insieme interconnesso di componenti — comunicazione, autoregolazione dell'operatore, capacità di valutazione, azione e mantenimento della sicurezza — che opera in modo variabile a seconda del tipo di aggressione e del contesto [7]. Il modello del ciclo resta comunque uno strumento concettuale utile: non perché descriva ogni caso, ma perché orienta l'attenzione clinica verso i segnali che precedono, nella maggioranza dei casi, l'atto violento.
Dal punto di vista fisiologico, la progressione descritta dal ciclo ha un correlato comprensibile: l'attivazione del sistema nervoso simpatico che accompagna la rabbia intensa riduce progressivamente la capacità di elaborazione cognitiva e di autocontrollo della persona agitata. Più la tensione sale, più si restringe la finestra in cui un intervento verbale, basato sul ragionamento e sulla negoziazione, può ancora avere effetto. Questo è il motivo clinico per cui riconoscere i segnali precoci non è un esercizio teorico, ma una condizione pratica per poter intervenire con strumenti non coercitivi.
3. Riconoscere i segnali precoci dell'escalation
Due strumenti, sviluppati in ambiti diversi ma convergenti negli esiti, offrono indicazioni operative su quali segnali osservare.
Il modello STAMP
Luck, Jackson e Usher hanno elaborato il modello STAMP a partire da uno studio osservazionale condotto in un pronto soccorso australiano, durante il quale le autrici hanno seguito 290 ore di attività clinica e intervistato 20 infermieri, raccogliendo dati su 16 episodi di violenza verificatisi nel periodo di osservazione [4]. Lo studio ha identificato cinque categorie di segnali comportamentali osservabili che precedono l'aggressione:
- Staring (sguardo fisso): un contatto visivo prolungato e insistito, presente in nove dei sedici episodi osservati dalle autrici, è risultato l'indicatore precoce più frequente [4].
- Tone and volume of voice (tono e volume della voce): innalzamento improvviso o cambiamento brusco nel registro vocale.
- Anxiety (ansia): irrequietezza motoria, sudorazione, tremore, incapacità di stare fermi.
- Mumbling (borbottio): un parlare a bassa voce, spesso rivolto a sé stessi, che segnala un processo interno di elaborazione della rabbia.
- Pacing (camminare avanti e indietro): un'attivazione motoria che precede frequentemente il passaggio all'azione.
Le autrici osservavano inoltre che il numero di segnali presenti contemporaneamente cresceva con l'avvicinarsi del momento di crisi: più indicatori STAMP si manifestano insieme, maggiore è la probabilità che la situazione stia evolvendo verso un esito violento [4].
La Brøset Violence Checklist
Il secondo strumento è la Brøset Violence Checklist (BVC), sviluppata in Norvegia da Almvik, Woods e Rasmussen in ambito psichiatrico e successivamente impiegata anche in altri contesti, comprese le strutture per anziani [5]. La BVC valuta la presenza o assenza di sei comportamenti — confusione, irritabilità, comportamento chiassoso o disturbante, minacce verbali, minacce fisiche e attacchi a oggetti — assegnando un punteggio che orienta la previsione del rischio di violenza nelle 24 ore successive. Gli autori hanno verificato che un punteggio pari o superiore a due si associava a una probabilità di comportamento violento significativamente più elevata rispetto a punteggi inferiori [5]. La forza dello strumento sta nella sua semplicità: può essere applicato rapidamente, anche da personale non specialistico, come parte della routine di osservazione clinica.
Questi strumenti non sostituiscono il giudizio clinico, ma lo strutturano. Il loro valore pratico è duplice: da un lato rendono condivisibile, tra colleghi e nella documentazione clinica, un'osservazione che altrimenti resterebbe intuitiva e soggettiva; dall'altro, anticipano la soglia di attenzione, permettendo di attivare misure preventive — chiamare un collega, allertare la sicurezza, modificare l'approccio comunicativo — prima che la situazione raggiunga la fase di crisi.
4. Contesti e fattori di rischio in Italia
I dati ONSEPS confermano un pattern già noto alla letteratura internazionale: la violenza si concentra in alcuni ambiti più di altri. In Italia, la maggior parte degli episodi si verifica in ambito ospedaliero, in particolare nei Pronto Soccorso, nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) e nelle aree di degenza; restano invece stabili, e numericamente più contenute, le segnalazioni provenienti dagli istituti penitenziari [12]. Il dato è coerente con quanto osservato a livello internazionale: la metanalisi di Liu e colleghi ha rilevato che la prevalenza di violenza sul lavoro è più elevata nei reparti psichiatrici e nei dipartimenti di emergenza, e tra le figure infermieristiche e mediche [9].
Gli aggressori sono, nella maggioranza dei casi italiani, gli stessi pazienti, seguiti da familiari e caregiver [12]. Questo secondo dato merita attenzione clinica: la presenza di un familiare agitato accanto al paziente introduce una dinamica di gruppo che può accelerare l'escalation, sia perché il familiare agisce da amplificatore emotivo, sia perché la sua presenza può indurre nel paziente un bisogno di tenere la scena che ostacola la de-escalation individuale.
Va segnalata anche una distinzione clinicamente rilevante, richiamata dalla più recente Raccomandazione ministeriale n. 8: gli atti di violenza possono essere volontari oppure involontari, questi ultimi tipici di pazienti la cui consapevolezza e intenzionalità sono compromesse da condizioni quali deficit cognitivi, patologie psichiatriche, disorientamento post-anestesia o patologie neurodegenerative [11]. La distinzione non riduce la gravità dell'evento per chi lo subisce, ma orienta in modo diverso la valutazione del rischio e la scelta delle strategie di prevenzione: nel caso di violenza involontaria, la priorità clinica si sposta dalla negoziazione verbale alla gestione ambientale e alla riduzione degli stimoli scatenanti.
A livello sindacale, il Nursing Up ha proposto, incrociando i dati ufficiali con proprie rilevazioni interne, una stima di oltre 130.000 episodi complessivi nel 2025, una cifra che include il fenomeno sommerso delle aggressioni verbali non formalmente denunciate. Si tratta di una stima sindacale, non di un dato istituzionale, ma il divario tra le segnalazioni ufficiali e questa cifra più ampia segnala comunque un problema di sottostima strutturale del fenomeno, riconosciuto anche dallo stesso Ministero della Salute, che attribuisce parte dell'aumento delle segnalazioni recenti a una maggiore diffusione della cultura della denuncia piuttosto che a un incremento reale degli episodi [12].
5. Casi italiani documentati: una lettura attraverso il modello dell'escalation
Per illustrare in modo concreto come il ciclo dell'aggressione si manifesti nella pratica quotidiana, riporto alcuni episodi realmente accaduti, ricostruiti sulla base di fonti giornalistiche e sindacali pubblicamente disponibili. Non si tratta di casi clinici nel senso classico — non sono qui accessibili dati sanitari protetti né cartelle cliniche — ma di episodi di cronaca documentati, che permettono comunque di osservare la dinamica dell'escalation così come si presenta nei reparti italiani.
Civitanova Marche, febbraio 2025
Un uomo in attesa di essere visitato al pronto soccorso ha colpito un infermiere; un collega è intervenuto in sua difesa [15]. L'innesco è il più comune nei contesti di emergenza-urgenza: il tempo di attesa percepito come eccessivo rispetto al bisogno soggettivo del paziente. Il pattern — attesa prolungata, irritazione crescente, passaggio all'azione — è coerente con quanto descritto dal modello STAMP a proposito dell'innalzamento progressivo della tensione in sala d'attesa.
Ciriè, dicembre 2025
Un paziente già noto alle forze dell'ordine ha prima creato allarme tra gli altri utenti in attesa, poi ha colpito un infermiere alla testa con una bottiglia di gel disinfettante, danneggiandogli gli occhiali, infine ha minacciato di colpirlo con un estintore [16]. L'episodio mostra con chiarezza la fase di escalation distinta dalla fase di crisi: il comportamento minaccioso e la creazione di allarme nell'ambiente hanno preceduto di un intervallo di tempo apprezzabile l'atto fisico, offrendo — almeno in teoria — una finestra per l'intervento preventivo, finestra che in questo caso non è stata sufficiente a evitare l'aggressione.
Napoli, ospedale San Paolo, dicembre 2025
Durante la gestione di un sospetto caso di meningite, l'attivazione dei protocolli di isolamento per un paziente ha incontrato l'opposizione dei familiari di un'altra persona presente in pronto soccorso, che ne contestavano l'efficacia e pretendevano la dimissione immediata della propria congiunta. Il confronto verbale è degenerato rapidamente: dalle urla agli insulti, dalle minacce all'aggressione fisica, con un infermiere colpito al torace [17]. Il caso evidenzia un fattore di rischio specifico: una decisione clinica corretta e necessaria — la gestione del rischio infettivo — può diventare essa stessa l'innesco dell'aggressione quando entra in conflitto con le aspettative o i bisogni percepiti di terzi presenti nello stesso ambiente.
Napoli, Ospedale del Mare, 2026
Un paziente con codice di bassa gravità, infastidito dall'attesa, ha colpito alla testa l'infermiere che lo invitava ad attendere; subito dopo anche il padre del paziente ha aggredito lo stesso operatore e un secondo collega, mentre uno degli aggressori ha tentato di sottrarre l'arma a una guardia giurata intervenuta [18]. L'episodio illustra un meccanismo di amplificazione tipico delle aggressioni in presenza di più membri della stessa famiglia: l'azione violenta di un primo soggetto abbassa la soglia di inibizione degli altri presenti, generando un'escalation collettiva più difficile da contenere rispetto a un confronto individuale.
Roma, ospedale Sandro Pertini, maggio 2026
Un uomo esasperato dai tempi di attesa ha aggredito un infermiere di turno e tre addetti alla sicurezza, ed è stato bloccato e arrestato dai carabinieri [19]. Anche in questo caso il trigger riconducibile all'attesa percepita come eccessiva si conferma fattore ricorrente nei contesti di pronto soccorso.
Letti in sequenza, questi episodi — tutti verificatisi nell'arco di un anno e mezzo, in regioni diverse del Paese — condividono alcuni elementi: l'innesco quasi sempre legato all'attesa o a una decisione clinica percepita come ostacolo; la presenza frequente di un secondo soggetto, familiare o accompagnatore, che amplifica la tensione; il contesto del pronto soccorso come ambiente a maggiore esposizione. Questi elementi non sono casuali: corrispondono punto per punto ai fattori di rischio già identificati dalla letteratura internazionale e dai dati ONSEPS discussi nella sezione precedente.
6. Il disinnesco verbale: il modello Project BETA
Il riferimento più solido, in letteratura, per le tecniche di disinnesco verbale resta il documento di consenso elaborato nel 2012 dal gruppo di lavoro Project BETA (Best practices in Evaluation and Treatment of Agitation) dell'American Association for Emergency Psychiatry [6]. Gli autori propongono un approccio in tre fasi: il coinvolgimento verbale del paziente, la costruzione di una relazione collaborativa e, infine, il disinnesco progressivo dello stato di agitazione [6]. L'obiettivo dichiarato non è ottenere obbedienza, ma aiutare la persona a recuperare il controllo delle proprie emozioni e del proprio comportamento, evitando per quanto possibile la contenzione fisica o farmacologica [6].
Il documento sintetizza dieci ambiti operativi, i cosiddetti dieci domini del disinnesco, che riporto con una sintesi del razionale clinico di ciascuno [6]:
- Rispettare lo spazio personale, proprio e del paziente. Mantenere una distanza di almeno due lunghezze di braccio riduce la percezione di minaccia territoriale nel paziente e garantisce all'operatore una via di fuga in caso di aggressione fisica.
- Non essere provocatori. Evitare un contatto visivo fisso e prolungato, mantenere una postura non frontale e le mani visibili: il linguaggio del corpo deve comunicare assenza di intenzione ostile, perché un'incongruenza tra parole e postura viene percepita dal paziente come insincerità e può intensificare l'agitazione.
- Stabilire un contatto verbale. Un solo operatore dovrebbe condurre l'interazione verbale: la presenza di più voci che parlano contemporaneamente aumenta la confusione e il senso di accerchiamento.
- Essere concisi. Frasi brevi e semplici, ripetute se necessario: la capacità di elaborazione cognitiva si riduce con l'aumentare dell'arousal, per cui istruzioni complesse rischiano di non essere comprese o di generare ulteriore frustrazione.
- Identificare desideri e sentimenti. Chiedere esplicitamente cosa la persona desidera in quel momento, anche quando la richiesta non potrà essere soddisfatta integralmente, comunica attenzione e riduce il senso di invisibilità che spesso alimenta la rabbia.
- Ascoltare attentamente quanto il paziente sta dicendo. L'ascolto non valutativo, senza interrompere per correggere o giustificarsi, ha un effetto regolatorio sull'arousal emotivo, perché restituisce alla persona la sensazione di essere considerata.
- Concordare, oppure concordare di essere in disaccordo. Quando è possibile dare ragione al paziente su un punto reale, farlo; quando non lo è, riconoscere esplicitamente il disaccordo senza sminuire la posizione dell'altro evita lo scontro frontale.
- Stabilire limiti chiari, con conseguenze esplicitate. La definizione di ciò che non è accettabile, ad esempio la violenza fisica, deve essere comunicata in modo diretto, incluse le conseguenze, anche legali, di un'eventuale aggressione.
- Offrire scelte e ottimismo. Restituire al paziente margini di scelta reali, per quanto limitati, contrasta il senso di impotenza che è spesso alla base dell'escalation; comunicare che la situazione può risolversi positivamente sostiene questo processo.
- Effettuare un debriefing del paziente e del personale dopo l'evento. La fase successiva alla crisi richiede un momento di rielaborazione, sia per il paziente sia per gli operatori coinvolti.
Un punto sottolineato dagli stessi autori merita di essere ripreso: il paziente può non rispondere ai primi tentativi di disinnesco, ed è necessaria persistenza, in particolare quando l'agitazione non sta ulteriormente progredendo verso la violenza [6]. Questo richiede, da parte dell'infermiere, una tolleranza alla frustrazione che non sempre è semplice da mantenere in un turno già sotto pressione: è qui che entra in gioco l'autoregolazione emotiva dell'operatore, elemento esplicitamente incluso, accanto alla comunicazione, tra le componenti del disinnesco nell'analisi concettuale di Hallett e Dickens [7].
7. Dopo la crisi: recupero e tutela dell'infermiere
Il modello di Kaplan e Wheeler, descritto in apertura, non si esaurisce con la fase di crisi. Le fasi di recupero e di depressione post-critica riguardano il comportamento dell'aggressore, ma un parallelo — spesso trascurato nella formazione del personale — va tracciato anche per l'operatore che ha subito o assistito all'episodio. Dopo un'aggressione, anche solo verbale, l'infermiere attraversa una propria fase di attivazione fisiologica e psicologica che richiede tempo per esaurirsi: la capacità di tornare immediatamente all'attività clinica ordinaria, spesso richiesta implicitamente dall'organizzazione del lavoro, non corrisponde al tempo fisiologico necessario al sistema nervoso per regolarsi.
Il decimo dominio del modello Project BETA — il debriefing — si riferisce esplicitamente a questo bisogno, ma riguarda tanto il paziente quanto il personale coinvolto [6]. Un debriefing strutturato dopo l'evento permette di ricostruire la sequenza dei fatti in modo condiviso, distinguendo ciò che era prevedibile da ciò che non lo era; di riconoscere le emozioni provate, comprese rabbia, paura, senso di colpa o di inadeguatezza; di individuare eventuali criticità organizzative — carenza di personale, assenza di vigilanza, ambienti non adeguati — che hanno contribuito all'episodio.
L'assenza di questo passaggio ha conseguenze cumulative. La letteratura sulla violenza occupazionale in sanità segnala, oltre alle lesioni fisiche dirette, esiti quali aumento del turnover, riduzione della soddisfazione lavorativa e compromissione della qualità dell'assistenza erogata [9]. Questi esiti rendono il tema della tutela post-evento non un'aggiunta accessoria alla gestione della violenza, ma una componente integrante della stessa, al pari del riconoscimento precoce e del disinnesco verbale.
8. Cornice organizzativa e normativa
In Italia, il riferimento normativo principale resta la Raccomandazione ministeriale n. 8, emanata per la prima volta nel novembre 2007 e aggiornata più volte, da ultimo nel 2025, sotto il titolo Raccomandazione per prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori in ambito sanitario e socio-sanitario a causa dell'esercizio delle loro funzioni [11]. Il documento colloca gli atti di violenza tra gli eventi sentinella del sistema di gestione del rischio clinico, richiedendo l'adozione di programmi di prevenzione basati sull'analisi dei contesti lavorativi, sulla formazione del personale e sull'implementazione di misure di controllo ambientale [11]. La versione più recente amplia il perimetro di applicazione anche al personale di supporto, come gli operatori dei front office e dei Centri Unici di Prenotazione [11].
A livello regionale, la Lombardia ha approvato nel 2020 una legge specifica sulla sicurezza del personale sanitario e sociosanitario, volta a prevenire e contrastare ogni forma di violenza ai danni degli operatori di questi settori [14]: un esempio di come la materia, pur disciplinata a livello nazionale, trovi anche declinazioni territoriali.
A livello internazionale, il riferimento resta il documento congiunto elaborato nel 2002 dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), dal Consiglio Internazionale degli Infermieri (ICN), dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e da Public Services International (PSI), le Framework Guidelines for Addressing Workplace Violence in the Health Sector [10]. Il documento, pur avendo carattere non prescrittivo, ha fornito per primo un'impostazione sistemica al problema, indicando la violenza occupazionale in sanità non come un problema individuale isolato, ma come una questione strutturale, radicata in fattori sociali, economici, organizzativi e culturali [10].
Questa impostazione — dalla responsabilità individuale alla responsabilità organizzativa — è coerente con quanto emerge dai casi italiani discussi in precedenza: la carenza di vigilanza, l'assenza di sistemi di videosorveglianza funzionanti, l'organico ridotto nei turni notturni sono fattori che ricorrono nelle denunce sindacali successive agli episodi di aggressione, come segnalato ad esempio dalla FIALS dopo il caso di Lecce [20]. Il disinnesco verbale, per quanto efficace come competenza individuale, non può sostituire interventi strutturali sull'ambiente di lavoro.
9. Conclusioni operative
Riconoscere l'escalation che precede la violenza richiede attenzione clinica a segnali specifici e osservabili — sguardo fisso, alterazione del tono di voce, irrequietezza motoria, minacce verbali — più che intuizione generica [4,5]. Questi segnali, quando vengono colti nella fase di escalation anziché in quella di crisi, ampliano il margine temporale e cognitivo disponibile per un intervento non coercitivo [2].
Il disinnesco verbale efficace si basa su principi verificabili e trasmissibili — rispetto dello spazio, comunicazione concisa, ascolto, limiti chiari — più che su un'attitudine personale non insegnabile [6]. Questo ha un'implicazione diretta per la formazione: le competenze di de-escalation possono e dovrebbero essere oggetto di addestramento strutturato, non lasciate all'esperienza individuale accumulata sul campo.
Infine, i dati italiani e internazionali concordano su un punto: la violenza contro gli infermieri è un fenomeno radicato nei contesti organizzativi prima ancora che nei singoli episodi [9,10,12]. La formazione individuale al riconoscimento e al disinnesco resta necessaria, ma produce risultati limitati se non è accompagnata da interventi strutturali — dotazione di personale adeguata, sistemi di sicurezza funzionanti, procedure di debriefing post-evento — che riguardano la responsabilità delle organizzazioni sanitarie, non soltanto quella del singolo professionista.
Bibliografia
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- TorinoToday. Infermiere aggredito al pronto soccorso dell'ospedale di Ciriè [Internet]. 1 dicembre 2025 [citato 19 giugno 2026]. Disponibile su: https://www.torinotoday.it/cronaca/infermiere-aggredito-pronto-soccorso-ospedale-cirie-1-dicembre-2025.html
- NapoliToday. Caso di sospetta meningite in pronto soccorso, paura in reparto: infermiere preso a pugni [Internet]. 14 dicembre 2025 [citato 19 giugno 2026]. Disponibile su: https://www.napolitoday.it/cronaca/aggredito-infermiere-san-paolo-meningite.html
- Il Mattino. Choc all'Ospedale del Mare di Napoli, aggressione a due sanitari: «Hanno devastato il triage» [Internet]. Giugno 2026 [citato 19 giugno 2026]. Disponibile su: https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/choc_ospedale_mare_aggressione_sanitari_devastato_triage_napoli-9594152.html
- ANSA. Aggredisce infermiere e operatori al pronto soccorso, arrestato [Internet]. 28 maggio 2026 [citato 19 giugno 2026]. Disponibile su: https://www.ansa.it/lazio/notizie/2026/05/28/aggredisce-infermiere-e-operatori-al-pronto-soccorso-arrestato_1031b278-3d88-4ec2-8212-bff307b2287c.html
- NurseTimes. Lecce, infermiere aggredito in Pronto soccorso. La denuncia Fials: “Telecamere fuori uso e sicurezza assente” [Internet]. 1 giugno 2026 [citato 19 giugno 2026]. Disponibile su: https://nursetimes.org/lecce-infermiere-aggredito-al-pronto-soccorso-telecamere-fuori-uso-e-sicurezza-assente-la-denuncia-della-fials
