Stamattina Roma era deserta. Nell'aria aleggiava quel profumo inconfondibile della domenica, una fragranza tersa che solleva lo spirito. Nonostante la calura, quell’atmosfera trascina in una dimensione parallela, un limbo dove tutto appare immobile e pacificato.
Un mondo distante, governato dalla regola non scritta del riposo, della spensieratezza, della festa. In agosto, questo respiro urbano si fa ancora più sonnolento: sembra quasi cristallizzare il tempo, mettendo in pausa la frenesia della vita per rimandarla a data da destinarsi.
Questa quiete, però, l’ho potuta assaporare solo per una manciata di ore. Ho riempito i polmoni di leggerezza finché ho potuto, immagazzinando ogni briciolo di calma. Poi, inesorabile, è arrivato il momento di strapparsi di dosso quel torpore estivo, quella coperta di torpida rilassatezza che avvolgeva il resto della città.
Perché mi sono ricordato che la malattia non va in vacanza.
Io sono un infermiere, e il lusso di trattenere il respiro in quelle domeniche senza tempo, spesso, non mi è concesso. Vivo scandito dai turni: le mie settimane ignorano il rosso sul calendario, attraversano le notti, fagocitano feste comandate e traguardi personali. A fare da scudo a tutto questo, però, c’è la rete di salvataggio della solidarietà tra colleghi. Una fratellanza che si riassume alla perfezione in un detto che mio nonno romano mi ripeteva sempre giocando a carte: “A chi tocca nun se ‘ngrugna” (a chi tocca non si deve arrabbiare). Credo che questo mantra, inconsciamente, sia tatuato sulla pelle di chiunque faccia questo mestiere. È il patto silenzioso che firmiamo con la nostra professione: queste sono le regole del gioco, e noi lo giochiamo.
Perché la malattia non va in vacanza.
Il dolore non prende ferie.
L’assistenza non si ferma mai.
Anche il reparto, al mio arrivo, sembrava cullarsi in un'ingannevole calma apparente. L'aria era distesa. Durante il passaggio di consegne, le parole dei colleghi scivolavano via tra una battuta e una chiacchierata, mescolando la clinica alla vita quotidiana. Per un istante sospeso, le pareti dell'ospedale sono svanite: mi è quasi sembrato di non essere al lavoro. Mi sembrava di essere ancora seduto su quella panchina al parco, protetto dall'ombra.
Ma la malattia non va in vacanza.
Nel giro di un'ora, l'illusione si è infranta. La Terapia Intensiva è diventata l'occhio di un ciclone: cardiochirurghi, cardiologi, anestesisti, infermieri. Tutti compressi in una manciata di metri quadri, intrecciando mani, tubi e procedure sopra un paziente, alla ricerca disperata della giusta strategia per salvargli la vita. In un battito di ciglia, la domenica è evaporata. L'estate è rimasta fuori dal vetro. Nel nostro lavoro, basta una frazione di secondo per capovolgere il mondo.
Gli istanti sono schegge affilate e preziose. Ti ancorano al presente, ricordandoti che possiedi solo il "qui e ora", nient'altro. La professione infermieristica ne è lo specchio più spietato e sincero: basta l'imprevisto di un attimo per stravolgere la quiete di un turno, le sorti di un'assistenza, la traiettoria di un'intera vita.
Vivere su turni porta spesso a sviluppare una sorta di "sindrome di Atlante", l'illusione subdola di essere diventati indispensabili. Coprire i buchi dell'orologio, garantire presenza ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette, ti fa sentire come se fossi l'unico a reggere il peso di un mondo gigante e sofferente, nonostante tu sia piccolo e fragile.
E questa percezione si alimenta sempre dello stesso dogma: la malattia non va in vacanza.
Eppure, il susseguirsi inesorabile di domeniche in corsia e festività vissute in divisa riporta alla lucidità: convincersi di essere insostituibili è una trappola. Se si cede a questo inganno, si perde la capacità di assaporare quei rari frammenti di libertà che lo stesso incastro dei turni, a volte, regala. Si smarrisce la bellezza di una domenica al parco, il calore di chi aspetta fuori dalle porte dell'ospedale.
È innegabile: la clinica ignora il calendario, e abitare le corsie a ciclo continuo ruba il privilegio di una routine lineare. Ma c'è un antidoto. Consiste nell'imparare ad attraversare ogni istante con la massima intensità, per poi lasciarlo andare e tuffarsi, con la testa libera, in quello successivo.
Significa spogliarsi dell'illusione di essere indispensabili, per riscoprirsi, più semplicemente e nobilmente, utili. Un passaggio che si realizza solo smettendo di essere isole e diventando ingranaggi della stessa macchina: facendo rete, migliorando la comunicazione, dividendo il carico.
Perché se è vero che la malattia non va in vacanza, è altrettanto vero che nessuno può affrontarla da solo. Ed è proprio lì, nell'abbandono dell'io per abbracciare il noi, che chi cura trova finalmente il respiro per salvare, prima di tutto, se stesso.
