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Secondo il recente Digital Wellbeing Report di Unobravo, il 40% dei giovani adulti tra i 25 e i 34 anni ammette che i social influiscono negativamente sul proprio benessere mentale. Il 30% ha invece confermato di provare ansia e stress dopo l'utilizzo delle varie piattaforme. 

Questi sono solo alcuni dei dati che ci raccontano dei nuovi problemi della nostra società, una società iperconnessa che proprio per la sua iperconnessione sembra star mettendo a repentaglio la salute mentale delle persone.

Le nuove tecnologie ci hanno inconfutabilmente migliorato e cambiato la vita sotto molti aspetti, ma hanno anche inoculato in noi stanchezza cognitiva e ansie di cui non sempre è facile avere il controllo.

In questo scenario, prendono vita nuovi termini e acronimi che meglio descrivono questi disagi sociali. Uno di questi MoMo, o Mystery of Missing Out, una forma di paranoia contemporanea legata all'irrefrenabile bisogno di spiare le vite altrui e decifrare la mancanza di informazioni a riguardo: non tanto quindi la paura di perdersi qualcosa di importante, quanto il tarlo costante di non sapere affatto cosa stia accadendo adesso, in questo preciso momento, dietro lo schermo di amici e parenti e nella vita delle altre persone. 

Cos'è la MoMo

Mystery of Missing Out: il mistero di ciò che ci sfugge. Sì, perché a differenza di altre forme di disagio legate al web, chi sperimenta la MoMo non teme di sentirsi escluso da qualcosa che gli altri stanno vivendo, ma di non riuscire a decifrare un'informazione parziale o un'assenza di informazioni.

In pratica, chi prova la MoMo vive in uno stato di irrequietezza alimentato dai vuoti lasciati dagli altri sul web, in particolare sui social. La mancanza di post sul profilo di un amico, una storia su Instagram tagliata a metà, un messaggio visualizzato e senza risposta, un gruppo di amici che partono insieme e non documentano sui social la propria vacanza: tutte queste non-informazioni attivano una sorta di caccia al dettaglio mancante.

Perché questo accade? Semplicemente, perché la società odierna ci ha abituati ad assistere costantemente, anche senza volerlo, alle vite degli altri. Per questo il non sapere diventa intollerabile e viene percepito come una perdita di controllo.

Il nesso tra social media e ansia da iperconnessione

Il nesso tra i social media e l'insorgere di questa nuova forma di ansia moderna non è casuale. Tutte le piattaforme social che frequentiamo ogni giorno sono infatti progettate appositamente per stimolare la nostra attenzione tramite meccanismi oramai noti.

Il consumo passivo di contenuti, ovvero lo scorrere infinito delle bacheche social senza nemmeno interagire, ci espone di continuo a brevi estratti di vita altrui che ci porta a paragonare la nostra normalità e quotidianità, fatta anche di noia e routine, a piccoli momenti di gioia, reali o costruiti, condivisi dalle altre persone sui social.

Tutto questo ha un impatto considerevole sulle nostre vite e sotto diversi punti di vista. Dai report, infatti, emergono anche altri dati preoccupanti:

  • il 34% dei giovani adulti ammette di confrontarsi con gli altri online
  • il 35% riconosce che questo influisce sulla propria autostima
  • il 34% ammette di sentirsi obbligato a mostrare online attimi di vita perfetta anche se ciò non corrisponde alla realtà
  • il 32% dichiara di sentirsi ancora più solo dopo aver utilizzato i social.

A tutto questo si somma poi il loop da dopamina. Ogni notifica, ogni like e ogni aggiornamento non sono altro che piccole ricompense che ci spingono a voler passare ancora più tempo sulle varie piattaforme. Quando però queste piccole ricompense vengono meno, perché le persone non pubblicano nulla oppure perché non interagiscono o rispondono a messaggi e commenti, il sistema va il tilt.

Succede che l'assenza di storie, post o messaggi da parte delle persone che conosciamo creano una specie di mistero su dove siano e cosa stiano facendo, spingendoci a riaprire in continuazione le app e le piattaforme per controllare se nel frattempo qualcuno sia tornato attivo.

FOMO, JOMO e MoMo: tre concetti che ci parlano di ansia sociale

L'evoluzione tecnologica e digitale ha generato inevitabilmente nuovi termini e concetti, alcuni dei quali descrivono proprio il disagio legato a questo periodo storico. Per capire dove collocare la MoMo, bisogna osservarla accanto ad altri due termini più noti e strettamente connessi tra loro: FOMO e JOMO.

La FOMO (Fear of Missing Out) è la paura di essere tagliati fuori da qualcosa di divertente, che sia una festa o un evento a cui gli altri partecipano e noi no. È qualcosa che quindi ha a che vedere con l'azione e l'esserci, con la paura che gli altri si stiano divertendo senza di noi e che la nostra assenza possa costarci in termini di status sociale. 

La MoMo, ciò di cui stiamo parlando, possiamo definirla come una sorta di evoluzione della FOMO, una paranoia strettamente legata a quest'ultima, ma che riguarda appunto il non sapere cosa sta succedendo, a prescindere da tutto il resto.

La JOMO (Joy of Missing Out) si presenta invece come l'antidoto a tutto questo. La gioia di perdersi qualcosa è la risposta all'ansia, è l'allontanamento volontario e consapevole da tutta questa iperconnessione, è l'accettare con serenità di non avere il controllo su ciò che non ci riguarda, è non provare interesse nel dover essere online, mostrare e dimostrare la propria vita, sempre e a tutti i costi.

MoMo e ansia da social media: come si combattono?

Uno studio condotto dalla Iowa State University ha dimostrato che limitare a massimo 30 minuti al giorno l'uso dei social media riduce in modo significativo i livelli di ansia, depressione, FOMO e solitudine.

Dopo due settimane di esperimenti, gli studenti universitari sottoposti al test hanno migliorato il loro benessere generale e impugnato una visione più ottimistica della vita.

Come si legge nell'articolo ufficiale, il punto non è infatti eliminare dalla nostra vita i social, perché questo starebbe a dire eliminare anche i reali vantaggi che questi strumenti ci offrono in termini di contatti e relazioni con amici e parenti. Piuttosto, bisogna autolimitarsi per avere il controllo, per usare questi strumenti come tali, senza lasciarsi sopraffare e con consapevolezza. 

Alla fine, il rimedio più efficace alla MoMo e alle altre ansie da social media non è una dieta digitale estrema, ma un sano e periodico social detox e il diritto di non sapere sempre tutto. Accettare che la vita degli altri possa rimanere in gran parte qualcosa di sconosciuto è il lasciapassare per tornare a vivere pienamente la propria.

 

Foto di Viralyft 

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