L'attuale panorama sanitario, caratterizzato da una crescente complessità assistenziale e da rapidi progressi tecnologici e clinici, impone la formazione di professionisti infermieri dotati non solo di solide competenze tecniche, ma anche di pensiero critico, autonomia decisionale e una radicata identità professionale.1
In risposta a questa esigenza, la formazione universitaria infermieristica ha progressivamente abbandonato un modello basato sul mero addestramento per abbracciare un paradigma fondato sull'apprendimento dall'esperienza, in cui il tirocinio clinico assume un ruolo centrale e qualificante.5 In questo contesto, emerge con forza la figura dell'infermiere tutor, un professionista esperto che agisce come perno strategico del processo formativo, un vero e proprio ponte tra il "mondo della conoscenza e il mondo dell'esperienza".3
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Il tutor non è un semplice supervisore di procedure, ma un facilitatore dell'apprendimento, un modello di ruolo che incarna i valori della professione e un agente di socializzazione che accompagna lo studente nell'immersione nel contesto lavorativo.3 La sua funzione non è un accessorio pedagogico, ma una risposta strutturale all'evoluzione stessa della professione infermieristica.
L'emanazione del Decreto Ministeriale 739/1994, che ha definito l'infermiere come un professionista autonomo e responsabile della pianificazione e valutazione dell'assistenza, ha di fatto reso imprescindibile un modello formativo capace di sviluppare tali competenze.8 L'autonomia e la responsabilità, infatti, non si apprendono unicamente sui banchi dell'università, ma si costruiscono attraverso un'immersione guidata e riflessiva nella pratica clinica, un percorso che solo un sistema di tutorato efficace può garantire.5
Questo report si propone di analizzare in modo approfondito la figura dell'infermiere tutor, sostenendo la tesi che l'efficacia del tutorato, e di conseguenza la qualità dei futuri professionisti, sia direttamente proporzionale al grado di integrazione sistemica tra solidi fondamenti pedagogici, un chiaro inquadramento normativo e un adeguato riconoscimento professionale e contrattuale.
A tal fine, l'analisi si articolerà in quattro capitoli distinti: il primo delineerà l'architettura del sistema tutoriale, definendone ruoli e competenze; il secondo esplorerà le basi teoriche e metodologiche dell'apprendimento clinico; il terzo esaminerà il quadro normativo e deontologico di riferimento; infine, il quarto capitolo affronterà la cruciale questione del riconoscimento della funzione tutoriale nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) della Sanità.
Capitolo 1: l'architettura del sistema tutoriale: definizioni, ruoli e competenze
1.1 dalla guida al facilitatore: evoluzione e frammentazione concattuale
Nel contesto formativo italiano, il termine "tutor" è polisemico e si riferisce a un sistema complesso, composto essenzialmente da due figure professionali distinte ma interconnesse, la cui terminologia può variare a livello locale, generando talvolta disomogeneità e confusione.11 Una chiara tassonomia è fondamentale per comprendere la struttura e le dinamiche del tutorato.
Il Tutor Clinico, spesso definito anche Guida di Tirocinio, è un infermiere esperto, incardinato nell'organico dell'unità operativa che ospita lo studente.11 La sua funzione è quella di affiancare lo studente (o piccoli gruppi di studenti) direttamente nel setting assistenziale, rappresentando un "modello di ruolo" fondamentale.3 Questo professionista ha il compito di facilitare l'apprendimento in situ, traducendo gli obiettivi formativi del corso di laurea in opportunità di apprendimento concrete e significative, e supervisionando lo studente durante le attività cliniche.3
Il Tutor Didattico, noto anche come Tutor Pedagogico o Tutor di Sede, è una figura che svolge la sua funzione a tempo pieno presso le sedi dei Corsi di Laurea.11 Questo professionista agisce come interfaccia tra l'università e le diverse sedi di tirocinio, assumendo una funzione di "regia pedagogica".12 Le sue responsabilità includono la progettazione e l'organizzazione delle attività di tirocinio, la supervisione del processo formativo nel suo complesso, la valutazione finale degli studenti e, crucialmente, il supporto e la formazione continua degli stessi tutor clinici.13
Questa architettura a due livelli, sebbene rifletta una necessaria specializzazione delle funzioni, nasconde una delle maggiori criticità del sistema. La distinzione tra il polo "clinico-pratico" e quello "accademico-pedagogico" non è solo organizzativa, ma rispecchia una tensione irrisolta tra l'identità accademica e quella clinica della professione infermieristica. Un sistema di tutorato realmente efficace non si limita a definire questi due ruoli, ma costruisce attivamente i processi e le strutture che li mettono in sinergia. La debolezza attuale risiede spesso nella mancanza di un'integrazione strutturata e di un linguaggio comune, che rischia di perpetuare il divario tra teoria e pratica anziché colmarlo.14 La sfida non è definire i ruoli, ma trasformare due funzioni separate in un unico, coerente processo formativo.
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Denominazione della Figura |
Collocazione Organizzativa |
Funzioni Principali |
Riferimenti Normativi/Regolamentari Principali |
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Tutor Clinico/Guida di Tirocinio |
Personale dell'Azienda Sanitaria, in servizio presso l'U.O. |
Affiancamento one-to-one, modeling, facilitazione apprendimento in situ, valutazione in itinere. |
Regolamenti di tirocinio aziendali/universitari.5 |
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Tutor Didattico /Pedagogico/di Sede |
Personale dell'Azienda Sanitaria/Università, dedicato al Corso di Laurea. |
Progettazione tirocini, coordinamento, supervisione pedagogica, valutazione finale, formazione dei tutor clinici. |
Legge 341/1990, Regolamenti Didattici di Ateneo.12 |
1.2 il profilo di competenze del tutor efficace: un modello multidimensionale
L'efficacia del tutorato dipende da un profilo di competenze complesso e multidimensionale, che va ben oltre la semplice esperienza clinica. La letteratura scientifica concorda nell'identificare quattro aree di competenza interdipendenti.
Competenze clinico-assistenziali: questo è il prerequisito imprescindibile. Il tutor deve essere un professionista esperto, con una profonda conoscenza della propria area di specializzazione e dei meccanismi operativi dell'organizzazione.7 La sua pratica deve essere ancorata alle migliori evidenze scientifiche (Evidence-Based Practice) e ai principi etici e deontologici della professione, poiché egli stesso è un modello di riferimento per lo studente.3
Competenze pedagogiche e andragogiche: Riguardano la capacità di "insegnare ad imparare", applicando i principi della formazione degli adulti.5 Questa dimensione include abilità specifiche quali: creare un ambiente di apprendimento positivo e sicuro dove lo studente possa esprimersi liberamente 3; progettare e programmare esperienze formative coerenti con gli obiettivi didattici 2; facilitare i processi di elaborazione cognitiva, ad esempio attraverso tecniche di scaffolding che sostengono lo studente senza sostituirsi a lui 13; e padroneggiare le tecniche di valutazione, sia formativa (in itinere) che sommativa (finale).2
Competenze relazionali e comunicative: considerate da molti studi il "core curriculum" della funzione tutoriale, queste competenze sono essenziali per instaurare una relazione educativa efficace.18 Includono l'ascolto attivo per comprendere i bisogni e le difficoltà dello studente, la capacità di interagire positivamente con l'intera équipe e, soprattutto, l'arte di fornire feedback.3 Il feedback del tutor deve essere costruttivo, chiaro, non ambiguo, specifico e puntuale, al fine di aiutare lo studente a mettere in atto processi di cambiamento significativi.13
Competenze meta-cognitive e di valutazione: un tutor efficace non si limita a trasmettere conoscenze, ma stimola nello studente la capacità di riflettere criticamente sulla propria pratica (meta-cognizione).13 Supporta lo studente nell'analisi delle proprie risorse, nell'autovalutazione e nello sviluppo del pensiero critico, elementi fondamentali per diventare un professionista autonomo e responsabile.1 Parallelamente, deve possedere solide abilità di valutazione, essendo in grado di formulare giudizi oggettivi e, in caso di esiti negativi, di chiarirne le motivazioni in modo costruttivo per promuovere il miglioramento.3
Capitolo 2: fondamenti teorici dell'apprendimento clinico guidato
L'efficacia del tutorato non si basa sull'improvvisazione, ma affonda le sue radici in solidi modelli pedagogici che concettualizzano come l'esperienza pratica possa trasformarsi in apprendimento significativo e duraturo.
2.1 Il modello dell'apprendimento esperienziale di Kolb: dal fare al sapere
Il modello dell'apprendimento esperienziale, sviluppato da David Kolb nel 1984, fornisce un framework teorico di riferimento per comprendere e strutturare il processo di apprendimento durante il tirocinio clinico.19
Secondo Kolb, l'apprendimento è un processo ciclico a quattro fasi, e il ruolo del tutor è quello di guidare lo studente attraverso l'intero ciclo per garantire che l'esperienza si traduca in competenza.
- Esperienza Concreta (EC): è il momento dell'immersione dello studente nella situazione clinica. Il tutor ha la responsabilità di selezionare e creare le condizioni per un'esperienza che sia al contempo sicura, protetta e formativamente rilevante, permettendo allo studente di "fare" e di "sentire".19
- Osservazione Riflessiva (OR): dopo l'esperienza, lo studente viene guidato a osservare e riflettere su ciò che è accaduto, analizzando l'evento da diverse prospettive. In questa fase, il tutor stimola la riflessione attraverso domande mirate e sessioni di debriefing, aiutando lo studente a "guardare" e "pensare" a ciò che ha fatto.19
- Concettualizzazione Astratta (CA): la riflessione viene elaborata per estrarre concetti generali e principi teorici. Il tutor svolge qui una funzione cruciale di mediazione, aiutando lo studente a "esplicitare i modelli teorici sottostanti all'intervento professionale" 3 e a collegare la pratica alla teoria studiata in aula. Si passa dal caso specifico alla regola generale.
- Sperimentazione Attiva (SA): lo studente applica i nuovi concetti e le teorie elaborate in nuove situazioni pratiche, testando le ipotesi e pianificando azioni future. Questo dà inizio a un nuovo ciclo di apprendimento, in un processo a spirale che porta a una competenza sempre più solida e consapevole.19
2.2 La pratica riflessiva: cuore metodologico del tutorato
Strettamente connessa al modello di Kolb, la pratica riflessiva è la metodologia centrale del tutorato moderno. Essa sposta l'enfasi dal semplice "fare" al "pensare sul fare", promuovendo un'attitudine mentale che consente al professionista di apprendere continuamente dalla propria esperienza.14 Il tutor agisce come catalizzatore di questo processo, utilizzando strumenti specifici per stimolare la riflessività dello studente.3
Tra gli strumenti più efficaci vi sono:
- Il diario di bordo (Dialogue Journal): concepito non come strumento di valutazione, ma come spazio protetto di dialogo tra studente e tutor, il diario permette di annotare e rielaborare esperienze, pensieri, emozioni e dilemmi etici incontrati nella pratica. Diventa un potente mezzo di autoanalisi e di confronto guidato.7
- Il debriefing: è una conversazione strutturata che segue un'esperienza significativa (come una procedura complessa, un evento critico o una simulazione). Attraverso una facilitazione esperta, il tutor guida i partecipanti ad analizzare le azioni compiute, i processi mentali che le hanno guidate e i risultati ottenuti, con l'obiettivo di consolidare l'apprendimento e migliorare le performance future.22
- L'analisi di casi e le mappe concettuali: sono metodologie attive che il tutor può utilizzare per stimolare il ragionamento clinico, la capacità di problem-solving e l'abilità di connettere i diversi aspetti di una situazione assistenziale complessa.25
L'adozione di questi modelli pedagogici avanzati, tuttavia, non è priva di criticità. La loro efficacia dipende in modo cruciale dalla competenza pedagogica del tutor clinico. Molti studi evidenziano come gli infermieri tutor, pur essendo esperti dal punto di vista clinico, sentano un forte bisogno di formazione specifica sulle strategie di insegnamento, sulle tecniche di valutazione e sugli aspetti comunicativi.2
La semplice designazione di un professionista esperto non è sufficiente a garantire la qualità del processo formativo. Esiste un divario significativo tra le aspettative teoriche del ruolo e la preparazione reale dei professionisti. La criticità maggiore del sistema, quindi, non risiede nella mancanza di modelli teorici validi, ma nell'assenza di un percorso strutturato e capillare di "formazione per formatori", senza il quale le più avanzate teorie dell'apprendimento rischiano di rimanere mere enunciazioni di principio.
2.3 modelli internazionali di tutorato clinico: uno sguardo comparativo
L'analisi del sistema di tutorato italiano beneficia di un confronto con i principali modelli di insegnamento clinico adottati a livello internazionale, come descritti in una recente revisione della letteratura.27
- Il Preceptorship Model: basato su un rapporto uno-a-uno tra un infermiere esperto (preceptor) e uno studente, è il modello che più si avvicina a quello del tutor clinico italiano. I suoi punti di forza sono la continuità del rapporto e l'efficacia del role modeling. Il limite principale è il rischio di un'eccessiva dipendenza dello studente dal singolo modello professionale.27
- Il Faculty-supervised practicum: in questo modello, un docente universitario supervisiona un gruppo di studenti in tirocinio. Sebbene garantisca un forte controllo accademico, presenta il rischio di uno scollamento del docente dalla realtà clinica quotidiana, una criticità talvolta riscontrata anche in Italia.14
- Il modello di supervisione da parte dell'intero team: lo studente non ha un unico riferimento ma viene supervisionato da tutti i membri dell'équipe. Questo favorisce l'integrazione e l'esposizione a diversi stili assistenziali, ma può rendere problematica la coerenza del percorso formativo e la valutazione finale.27
Il sistema italiano, nella sua configurazione ideale, tenta di integrare gli aspetti positivi di più modelli, combinando la supervisione diretta del tutor clinico (preceptorship) con la regia pedagogica del tutor didattico (faculty-supervised). Tuttavia, nella pratica, spesso soffre delle criticità di entrambi, faticando a creare quella sinergia che ne costituirebbe il vero punto di forza.
Capitolo 3: inquadramento normativo e deontologico del tutorato infermieristica
La funzione tutoriale non è solo una pratica pedagogica, ma è sostenuta e richiesta da un solido impianto normativo e deontologico che ne definisce il ruolo, le responsabilità e il valore etico all'interno della professione infermieristica.
3.1 Le pietre miliari della normativa italiana
L'evoluzione del tutorato è strettamente legata al percorso di professionalizzazione dell'infermieristica in Italia.
- D.M. 14 settembre 1994, n. 739 (Profilo Professionale): questo decreto rappresenta l'atto fondativo della moderna professione infermieristica.8 Pur non menzionando esplicitamente la parola "tutor", ne crea i presupposti logici e professionali. Definendo l'infermiere come "responsabile dell'assistenza generale infermieristica" e attribuendogli funzioni di pianificazione, gestione, valutazione ed educazione, il decreto sancisce la necessità di formare un professionista autonomo.9 Il comma 4, in particolare, stabilisce che "L'infermiere contribuisce alla formazione del personale di supporto e concorre direttamente all'aggiornamento relativo al proprio profilo professionale", delineando un mandato formativo intrinseco alla professione, un dovere di trasmettere il sapere e di contribuire alla crescita dei colleghi e del sistema.8
- Legge 19 novembre 1990, n. 341 (Riforma degli Ordinamenti Didattici Universitari): questa legge è stata cruciale per aver introdotto e istituzionalizzato la funzione tutoriale all'interno dell'università italiana.4 L'articolo 13, in particolare, stabilisce che le università devono attivare servizi di tutorato con il compito di "orientare e assistere gli studenti lungo tutto il corso degli studi" e di "renderli partecipi del processo formativo", riconoscendo formalmente la necessità di un supporto attivo all'apprendimento.15
- Normativa successiva: l'evoluzione normativa ha ulteriormente rafforzato questo impianto. Il Decreto Ministeriale del 19 febbraio 2009, che regola i Corsi di Laurea delle Professioni Sanitarie, specifica che il tirocinio clinico deve essere svolto "con la supervisione e la guida di tutori professionali appositamente formati".4 Questo passaggio è fondamentale perché non solo richiede la presenza di un tutor, ma ne sottolinea la necessità di una formazione specifica. Inoltre, i protocolli d'intesa tra Regioni e Università, previsti dall'art. 6 del D.Lgs. 502/92, definiscono a livello locale l'organizzazione dei corsi e, di conseguenza, del sistema di tutorato.33
3.2 la responsabilità legale e professionale nella supervisione
La funzione di tutoraggio comporta significative responsabilità legali. La supervisione dello studente non è un'opzione, ma un obbligo la cui omissione può avere conseguenze civili e penali. La giurisprudenza ha chiarito che, sebbene il tutor debba garantire una vigilanza costante, anche lo studente è un soggetto con precisi doveri.35
La Corte di Cassazione ha introdotto il concetto di "colpa per assunzione", secondo cui lo studente risponde personalmente degli errori commessi nello svolgimento di attività non assegnate dal tutor o che esulano dal suo percorso formativo.35 Questo quadro giuridico evidenzia il rischio, purtroppo diffuso, di un utilizzo improprio degli studenti come "manodopera" a basso costo, una pratica che non solo è illegale, ma che compromette gravemente la qualità della formazione e espone studenti e tutor a rischi inaccettabili.35
3.3 il codice deontologico: l'imperativo etico della formazione
Al di là degli obblighi di legge, è il Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche a fornire la più forte legittimazione etica al ruolo del tutor.36
L'articolo 8 ("Educare all'essere professionista") è il fulcro di questo mandato: "L'Infermiere, nei diversi ruoli, si impegna attivamente nell'educazione e formazione professionale degli studenti e nell'inserimento dei nuovi colleghi".37 Questa affermazione non è un semplice auspicio, ma un dovere deontologico vincolante per ogni iscritto all'Ordine. Configura l'attività formativa non come un compito accessorio, ma come una responsabilità intrinseca all'essere infermiere, un impegno a garantire la continuità e la qualità della professione attraverso la crescita delle nuove generazioni.
Questo imperativo etico è rafforzato da altri articoli del Codice, che delineano le qualità del buon tutor: l'agire basato su conoscenze validate e l'aggiornamento continuo (Art. 10) 37, la richiesta di supervisione per pratiche nuove o incerte (Art. 11), garantendo così un ambiente sicuro per il paziente e per lo studente 37, e il mantenimento del decoro professionale (Art. 14), agendo come modello di integrità per il discente.36
Emerge, tuttavia, una profonda contraddizione sistemica. Da un lato, il Codice Deontologico e il Profilo Professionale delineano la formazione come un dovere intrinseco. Dall'altro, il sistema organizzativo e contrattuale la tratta come un'attività accessoria, spesso non formalizzata e non valorizzata. Questa dissonanza crea un "onere etico non riconosciuto" che grava sui singoli professionisti, i quali svolgono una funzione essenziale spinti più dalla motivazione individuale che da un mandato organizzativo chiaro e supportato. La soluzione a questa criticità non è solo economica, ma richiede un riallineamento strategico in cui le organizzazioni sanitarie assumano la formazione come una funzione istituzionale, traducendo il mandato deontologico in un ruolo organizzativo definito e valorizzato.
Capitolo 4: il riconoscimento nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL)
Nonostante la sua importanza strategica, la funzione tutoriale fatica a trovare un riconoscimento adeguato e standardizzato all'interno del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) del comparto Sanità.
Questa lacuna rappresenta una delle maggiori criticità per la valorizzazione e la sostenibilità del sistema di tutorato.
4.1 gli incarichi di funzione: un'opportunità mancata o futura?
Il CCNL Sanità ha introdotto la disciplina degli "Incarichi di Funzione", strumenti pensati per valorizzare l'esercizio di compiti aggiuntivi e complessi che richiedono competenze elevate.46 Il contratto stesso prevede esplicitamente che questi incarichi possano riguardare la gestione di processi "formativi, anche di tutoraggio".48 In particolare, l'Incarico di Funzione Organizzativa per il personale del ruolo sanitario menziona la gestione dei processi formativi, mentre l'Incarico di Funzione Professionale per il ruolo sociosanitario include lo "svolgimento di funzioni di tutoraggio".46
Nonostante questa chiara previsione contrattuale, l'applicazione pratica è estremamente limitata. L'attribuzione di un incarico di funzione specifico per il tutorato non è una prassi diffusa, ma rimane un'eccezione, spesso legata a iniziative e accordi a livello locale o regionale che tentano di ricondurre l'attività di tutoraggio all'interno di questo istituto contrattuale.49 Lo strumento esiste, ma la volontà organizzativa di utilizzarlo sistematicamente per valorizzare i tutor clinici e didattici appare ancora debole. La difficoltà a integrare pienamente il tutorato nel CCNL non è un mero ritardo burocratico, ma rivela un conflitto culturale.
Il modello manageriale prevalente nelle aziende sanitarie, orientato alla misurazione di prestazioni assistenziali a breve termine, fatica a quantificare e quindi a valorizzare un'attività come la formazione, il cui risultato — un professionista più competente — è un investimento a lungo termine.
4.2 La questione economica: tra indennità frammentarie e valorizzazione assente
Il quadro del riconoscimento economico per l'attività di tutoraggio è desolante e profondamente eterogeneo. Una ricerca ha evidenziato che il 23% dei tutor non percepisce alcun compenso economico per la propria attività. La restante parte riceve forme di riconoscimento molto varie e spesso inadeguate, che vanno dalla semplice attribuzione di crediti ECM, alla partecipazione a corsi di formazione, fino a piccoli gettoni forfettari o indennità di coordinamento non specifiche.51 Il CCNL attuale non prevede una "indennità di tutoraggio" standardizzata, a differenza di numerose altre indennità legate a specifici rischi o contesti operativi.52
In questo scenario, emergono come eccezioni virtuose alcuni modelli regionali. L'Emilia-Romagna, ad esempio, ha stipulato un accordo specifico con le organizzazioni sindacali, stanziando fondi dedicati per retribuire l'attività di tutoraggio svolta da migliaia di professionisti sanitari.54
Queste iniziative, pur rappresentando un importante cambio di paradigma, evidenziano per contrasto l'assenza di una soluzione nazionale e strutturale, lasciando la valorizzazione del tutor all'iniziativa delle singole amministrazioni. Questo passaggio da una visione della formazione come "centro di costo" a una di "centro di investimento" è la vera sfida culturale che deve essere affrontata a livello di sistema.
4.3 il divario tra responsabilità e riconoscimento: implicazioni sistemiche
Il mancato riconoscimento contrattuale ed economico del tutorato non è solo una questione di equità retributiva per i professionisti coinvolti, ma genera profonde implicazioni negative per l'intero sistema formativo.
- Demotivazione e attrattività: la mancanza di valorizzazione rende il ruolo di tutor poco attraente. L'attività viene così affidata principalmente alla motivazione e alla volontarietà dei singoli 7, con il rischio di non riuscire a coinvolgere e trattenere i professionisti più competenti e di generare burnout in coloro che se ne fanno carico.
- Invisibilità organizzativa: un'attività non formalizzata e non retribuita tende a essere "invisibile" per l'organizzazione. Non viene adeguatamente considerata nella pianificazione dei carichi di lavoro, e al tutor non vengono concesse le ore e le risorse necessarie per svolgere efficacemente la propria funzione, che finisce per essere un "di cui" dell'attività assistenziale.26
- Disomogeneità della formazione: l'assenza di uno standard nazionale di riconoscimento porta a una qualità del tutorato estremamente variabile tra le diverse aziende e regioni, creando inaccettabili disparità formative per gli studenti e minando l'uniformità del livello di competenza dei neolaureati che entrano nel Servizio Sanitario Nazionale.51
Conclusione: sfide attuali e prospettive future per l'infermiere tutor
L'analisi condotta ha messo in luce il ruolo cruciale dell'infermiere tutor come architetto della competenza professionale degli infermieri di domani. Tuttavia, ha anche evidenziato le profonde criticità che minano l'efficacia e la sostenibilità di questa funzione strategica.
La sintesi delle problematiche sistemiche rivela un quadro complesso. In primo luogo, una frammentazione e disomogeneità a livello nazionale, con una terminologia non standardizzata e una carenza di framework condivisi per i ruoli, le competenze e la formazione dei tutor. In secondo luogo, una profonda dissonanza normativo-contrattuale, dove un forte mandato etico-deontologico alla formazione si scontra con un debole o assente riconoscimento organizzativo, contrattuale ed economico. Infine, un significativo gap formativo, con una carenza di percorsi strutturati e obbligatori per la "formazione dei formatori", che lascia i tutor clinici spesso privi degli strumenti pedagogici necessari per gestire la complessità del loro ruolo.
Per superare queste sfide e costruire un sistema di tutorato robusto ed efficace, è necessario un impegno congiunto da parte di tutti gli attori del sistema. Si formulano, pertanto, le seguenti raccomandazioni:
- Al legislatore e alle istituzioni: è auspicabile la definizione di un quadro nazionale per l'accreditamento delle sedi di tirocinio che includa requisiti minimi per la funzione tutoriale, come un rapporto numerico sostenibile tutor/studenti, un monte ore dedicato all'attività di tutoraggio e l'obbligatorietà di un percorso formativo certificato per assumere il ruolo di tutor.
- Alle parti sociali (Sindacati e ARAN): è imperativo che il prossimo CCNL del comparto Sanità superi l'attuale frammentazione, integrando in modo esplicito e strutturato la funzione tutoriale. Si propone l'istituzione di un "Incarico di Funzione Professionale di Tutorato Clinico", con chiari requisiti di accesso, responsabilità definite e una specifica indennità economica che ne riconosca il valore e la complessità.
- Alle università e alle aziende sanitarie: è necessario co-progettare e implementare percorsi di formazione continua, obbligatori e accreditati, per tutti gli infermieri che svolgono funzioni di tutoraggio, con un focus specifico sulle competenze pedagogiche, andragogiche, relazionali e valutative.3 Parallelamente, le direzioni aziendali devono promuovere una cultura organizzativa che consideri la formazione non come un onere, ma come un investimento strategico, valorizzando l'attività di tutoraggio all'interno dei percorsi di carriera professionale.7
In conclusione, investire sull'infermiere tutor significa investire sulla qualità e sulla sicurezza delle cure future. Formare gli infermieri di domani non può essere un compito delegato alla buona volontà individuale, ma deve essere una responsabilità collettiva, un impegno istituzionale e un investimento prioritario per garantire la sostenibilità e l'eccellenza del nostro Servizio Sanitario Nazionale.
L'infermiere tutor non è solo un insegnante: è un costruttore di futuro, un custode della professionalità e il primo garante della competenza che domani si tradurrà in assistenza di qualità per tutti i cittadini.
Bibliografia
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- TUTOR CLINICI: PROGETTO ORGANIZZATIVO PER LA FORMAZIONE E L'AGGIORNAMENTO DEL PERSONALE INFERMIERISTICO INSERITO NEL PERCORSO - UNIVPM, https://tesi.univpm.it/retrieve/4a85672c-8972-4974-8186-783f36f8fd08/Tesi%20di%20laurea%20Pompei%20Alessandra.pdf
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- Il D.M. 739/94, tutto quello che c'è da sapere - InfermieriAttivi,https://www.infermieriattivi.it/leggi-e-normative/6119-sviluppo-profilo-professionale-dellinfermiere.html
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- Infermieristica, come si diventa Tutor didattico o Docente all'università - Nurse24.it,https://www.nurse24.it/specializzazioni/magistrale/come-diventare-tutor-docenti-infermieristica.html
- Tutor clinico di Infermieristica, quali caratteristiche deve possedere - Nurse24.it, https://www.nurse24.it/infermiere/formazione/imparare-esperienza-ruolo-tutor-clinico.html
- CAS Ruolo di tutor clinico - SUPSI, accesso eseguito il giorno settembre 27, 2025, https://www.supsi.ch/cas-ruolo-di-tutor-clinico
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- Educazione Continua in Medicina - Regione Veneto, https://salute.regione.veneto.it/delegate/EcmStampaSchedaEvento?idEvento=279447
- Simulazioni nell'Infermieristica: come apprendere dalle simulazioni. Scopri il tuo stile di Apprendimento? - Infermieri di Successo,https://infermieridisuccesso.wordpress.com/2019/10/14/simulazioni-nellinfermieristica-apprendimento-esperienziale-di-kolb-scopri-quale-il-tuo-stile-di-apprendimento/
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- Emilia-Romagna, riconoscimento economico per gli infermieri che formano gli studenti, https://nursetimes.org/emilia-romagna-riconoscimento-economico-gli-infermieri-formano-gli-studenti
- Infermieri tutor all'università. 7.500 retribuiti dalla regione - Nurse24.it,https://www.nurse24.it/diventare-infermiere/universita/emilia-romagna-tutor-coordinatori-infermieri-corsi-di-laurea-professioni-sanitarie.html
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- I tutor per la formazione nelle Aziende sanitarie dell'Emilia-Romagna,https://assr.regione.emilia-romagna.it/pubblicazioni/dossier/doss246/@@download/publicationFile/doss246.pdf
