In occasione della seconda edizione del convegno milanese "WORLD MICROBIOME DAY: YOU FIRST", la comunità scientifica si è interrogata sul cambio di paradigma che sta investendo l'oncologia contemporanea. Il microbiota umano non è più considerato un semplice spettatore, ma un vero e proprio determinante nei processi di carcinogenesi, nella farmacocinetica dei chemioterapici e nella modulazione della risposta all'immunoterapia.
Per comprendere come la metagenomica e la medicina integrata stiano ridisegnando i percorsi di cura — in particolare nel carcinoma del colon-retto — e quali siano le ricadute sulla pratica clinica e sull'educazione terapeutica condotta dagli infermieri, ho intervistato il Responsabile Scientifico dell'evento, il Dottor Salvatore Artale (Ospedale di Vimercate, ASST-Brianza).
L'intervista
Valentina Ognibene: Grazie Dott. Salvatore Artale per la sua disponibilità. Partirei subito con la prima domanda riguardo alla sua relazione, cioè "Pane, olio e batteri". Quali sono le più recenti evidenze metagenomiche e metabolomiche che dimostrano come la dieta mediterranea possa agire non solo in chiave di prevenzione primaria, ma come vero e proprio modulatore del microambiente tumorale, ad esempio nel tumore del colon-retto?
Dott. Artale: Ha detto bene. 'Pane, olio e batteri' è una presentazione divisa in tre parti: il pane e l'olio rappresentano la dieta mediterranea. Questa premessa ci introduce al nostro studio di metagenomica e metabolomica, incentrato sull'analisi del DNA batterico e dei metaboliti prodotti. Oggi sappiamo che la classica equazione 'microbiota-dieta-salute' non è più sufficiente, la realtà è molto più complessa. Sul piano della metagenomica, abbiamo superato il vecchio sequenziamento 16S — che permetteva solo di identificare i generi batterici — per approdare al sequenziamento shotgun, con cui arriviamo a mappare le singole specie. La parte preponderante del lavoro resta però quella metabolomica, legata a ciò che produciamo attraverso l'alimentazione. Se prendiamo il classico esempio della fermentazione delle fibre, i metaboliti ottenuti non sono uguali per tutti: cambiano in base agli enzimi prodotti dai batteri di ciascun individuo, introducendo il nuovo concetto di 'metabotipo'. È un panorama incredibilmente affascinante e complesso, e il nostro studio è finalizzato proprio a trovare una conferma scientifica di queste dinamiche nella pratica clinica quotidiana
Valentina Ognibene: Infatti la seconda domanda era proprio questa: nella pratica clinica quotidiana quanto siamo vicini a poter utilizzare il profilo metabolomico dei pazienti come biomarcatore per predire la risposta ai trattamenti o il rischio di recidiva?
Dott. Artale: Dal punto di vista metabolomico forse non siamo ancora così vicini alla quotidianità clinica, mentre per la metagenomica i tempi sono decisamente più maturi. Tuttavia, come accennavo prima, è proprio l'analisi metabolomica a completare il quadro. Ci stiamo avvicinando a grandi passi: il nostro studio ricalca esattamente il trasferimento di queste evidenze nella pratica clinica. Abbiamo appena concluso l'arruolamento di pazienti con tumore del colon-retto in trattamento di prima linea. Sono stati suddivisi e trattati con due regimi alimentari differenti: la dieta occidentale (Western diet) e una dieta mediterranea modificata, progettata specificamente per stimolare la produzione di metaboliti favorevoli. Trattandosi di un arruolamento appena concluso, non ci resta che attendere i risultati finali.
Valentina Ognibene: Vorrei procedere con un'altra questione: nel programma del congresso si parla ampiamente dell'impatto del microbiota sulla farmacocinetica e sulla risposta all'immunoterapia. Ma dal suo punto di vista di oncologo clinico, quali sono le strategie più promettenti per modulare l'ecosistema microbiotico del paziente durante la terapia?
Dott. Artale: Attualmente stiamo indagando questi meccanismi attraverso uno studio clinico, sebbene si tratti di un approccio che già applichiamo nella nostra pratica quotidiana. I dati preliminari relativi ai primi metaboliti analizzati sembrano indicare una direzione estremamente favorevole, anche se per i risultati definitivi dovremo attendere la conclusione della ricerca. Il nostro obiettivo non è modificare il microbiota attraverso farmaci o probiotici, ma comprendere se la sola alimentazione sia in grado di farlo. Per questo motivo, tutti i pazienti — sia quelli arruolati nello studio sia coloro che afferiscono normalmente al reparto — vengono seguiti dalla nostra nutrizionista e sottoposti a un regime di dieta mediterranea modificata. L'efficacia di questo approccio è già stata dimostrata in un nostro precedente lavoro pubblicato su Nutrients: l'applicazione della dieta ha ridotto l'incidenza della diarrea di grado 3 e 4 a solo il 4%, a fronte del 20% normalmente descritto in letteratura.
Valentina Ognibene: Nel pomeriggio i lavori del congresso si focalizzeranno sul tema della medicina di integrazione in oncologia, un approccio che unisce la centralità del paziente, la nutrizione, lo studio del microbiota e l'attività fisica. Come si inserisce, attualmente, questa visione olistica all'interno delle linee guida terapeutiche e in che modo l'oncologia italiana si sta muovendo per far sì che lo stile di vita diventi parte integrante dei percorsi di cura istituzionali?
Dott. Artale: Questa è una domanda interessantissima, perché la medicina d'integrazione rappresenta una vera e propria nuova frontiera nella visione olistica della cura. Significa unire alimentazione, nutrizione e attività fisica per prendersi cura del paziente a tutto tondo. Oggi, come giustamente ricordava, esistono le linee guida europee ESMO che, nell'algoritmo terapeutico dei tumori del colon, inseriscono la terapia fisica strutturata all'interno del percorso adiuvante. Per questo motivo, indicativamente da settembre, avvieremo un programma di attività fisica strutturata come adiuvante per i pazienti con tumore del colon-retto, con l'obiettivo di estenderlo progressivamente a tutte le altre patologie
Valentina Ognibene: L'attività fisica strutturata come viene intesa?
Dott. Artale: Si chiama "strutturata" perché in realtà nasce da un paper che è stato pubblicato sul New England e poi presentato all'ASCO l'anno scorso, dove l'attività fisica non era lasciata al paziente del tipo "muoviti" o "cammina", fai quello che vuoi. No, c'è un'attività strutturata per un periodo di tempo lungo, che è tutta la durata della terapia adiuvante, che viene poi svolta e coadiuvata da un personal trainer, quindi studiata apposta sul paziente.
Valentina Ognibene: Grazie mille.Un'ultima battuta sulla sessione curata dal dottor Lupankis riguardante il come raccontare la medicina che cambia. Lei, come direttore scientifico di questo evento, qual è il messaggio chiave che la comunità oncologica deve trasmettere ai pazienti per evitare anche le fake news sui "miracoli" delle diete o dei supplementi, mantenendo però fermo il rigore scientifico sull'importanza del microbiota?
Dott. Artale: "La medicina sta cambiando, ma deve rimanere sempre ancorata all'evidenza scientifica. Per questo dico: attenzione, i social non sempre dicono la verità. Con il nostro progetto Oncologia e Cucina – di cui curo la pagina Instagram (LINK) e il sito web – proponiamo ricette sviluppate in stretto accordo con le dieci raccomandazioni del Fondo Mondiale per la Ricerca. Niente di ciò che facciamo o diciamo è in disaccordo con la letteratura scientifica: se non c'è un'evidenza solida, noi non proponiamo nulla. Questo è il nostro dovere. L'oncologia e il modo di intendere la salute stanno evolvendo, ma non dobbiamo commettere l'errore di considerare reale tutto ciò che i social ci 'danno da mangiare'. Oggi questa è una sfida cruciale.
Valentina Ognibene: Veramente interessante, Grazie mille ancora per la sua disponibilità.
Dott. Artale: Grazie a lei.
