Il 16 luglio scorso è stata pubblicata, a cura di Valentina Ognibene, la recensione del romanzo:“LA MIA CASA A MUZAWA - Una missione umanitaria estrema” di Alessio Paša, il cui acquisto, come noto, è associato a una campagna di donazione per Medici Senza Frontiere.

In virtù del forte interesse destato dalla recensione mi è stato chiesto di scrivere un articolo sul “come” nasce un romanzo come questo. Raccolgo volentieri l’invito di Valentina e proverò a rispondere al quesito che mi ha posto.

Chi sono

In primo luogo mi presento, ho 71 anni, sono genovese e per cinquant’anni, dal 1974 al 2024, ho lavorato in campo commerciale. Scrivo, pur in modo non continuativo, sin da quando avevo diciotto anni. Ho iniziato a scrivere con maggior metodo e sistematicità solo verso i cinquant’anni e ho avuto la mia prima pubblicazione nel 2007 (si trattava di un romanzo “in versi” dal titolo “Appuntamento con il notaio”, che allora aveva avuto una buona accoglienza).

Da allora 5 diversi piccoli editori hanno pubblicato altri 9 romanzi sino a quando, nel 2023 ho deciso di autopubblicarli sulla piattaforma KDP di Amazon in quanto i piccoli editori purtroppo non garantiscono né promozione adeguata né distribuzione sufficiente. Si tratta di tre nuovi romanzi, uno dei quali è “La mia casa a Muzawa-Una missione umanitaria estrema”.

Che genere di storie scrivo

Le mie storie sono connotate da una ambientazione molto precisa che, allo scopo di creare situazioni di tensione narrativa, vengono alterate.

  • In “Traversata a nuoto”, pubblicato nel 2023 dall’editore Leonida, ho immaginato due nuotatori che affrontano una traversata in mare aperto di 42 km, d’inverno, in una notte senza luna, senza barca d’appoggio, senza boa di sicurezza e senza occhialini, una sfida insensata, studiata appositamente per far emergere i caratteri dei due protagonisti.

  • In “Helga G.” (autopubblicato nel 2024, la cui scheda di presentazione è disponibile al link https://www.amazon.it/dp/B0F2WFRQLC) ho pensato di modificare alcuni dettagli degli ultimi giorni di Hitler e dei suoi luogotenenti nel bunker della cancelleria di Berlino assediata dai Russi.

  • In “In fratello gemello” (link https://www.amazon.it/dp/B0GXZPN78T) ho creato il personaggio del gemello di Gesù di Nazareth, un uomo di nome Bartimeo che partecipa alle vicende della predicazione del più famoso fratello.

  • In “La mia casa a Muzawa” ho concepito uno stato africano di fantasia (il Thaire) e una cittadina (Muzawa), sempre di fantasia.

In letteratura questa modalità di approccio viene chiamata “ucronia”, un metodo che ha illustri precedenti (per esempio Philip Dick, l’autore americano di fantascienza dal quale ha attinto il regista Ridley Scott per il suo celeberrimo Blade Runner, che in “La svastica sul sole” ha immaginato che tedeschi e giapponesi avessero vinto la seconda guerra mondiale e si fossero spartiti gli Stati Uniti).

Per me l’ucronia è il sistema più adeguato per rendere le mie storie più avvincenti e per far risaltare i caratteri dei personaggi.

La mia casa a Muzawa

Veniamo a “La mia casa a Muzawa”. Come nasce l’idea, e come si sviluppa l’intreccio? Ciascun autore ha il suo modo. A me accade di immaginare una situazione, e, dopo, un incipit.

La situazione può essere generica (per esempio “una guerra”, “un divorzio”, un “licenziamento” etc.) oppure più specifica (“Hitler e i suoi generali nel bunker della cancelleria”, “una prova sportiva impossibile”, “il gemello di Gesù”, per citare me medesimo).

L’incipit è la frase, piuttosto esatta e definita, che costituisce l’avvio del romanzo e nasce dopo la “situazione”. Se “l’incipit”, davvero cela una storia allora nasce il romanzo, se invece risulta vuoto, subito, oppure dopo un certo numero di pagine (talora molte) il romanzo non si avvia e si torna ad attendere che si palesi un nuovo incipit.

Sottolineo il termine “attendere” in quanto, nella mia personale esperienza non studio e non analizzo, né progetto o comparo, semplicemente, pensando ad altro, aspetto che la situazione prima e l’incipit dopo arrivino.

Nel caso de “La mia casa a Muzawa” avevo da tempo in mente di scrivere dell’Africa, e per alcune settimane ho passato in rassegna questioni sociali, politiche, economiche e di ogni altro genere. Avevo visioni precise:

  • i pirati Somali all’assalto delle navi mercantili occidentali,

  • il Mahatma Ghandi capo dei barellieri indiani durante la guerra anglo-boera,

  • l’incontro di pugilato Muhammad Ali-George Foreman a Kinshasa nel 1974,

  • gli stermini dei nativi in Etiopia da parte degli italiani durante la colonizzazione fascista,

  • il virus dell’Ebola,

  • il raid israeliano a Entebbe in Uganda nel 1976,

  • Boko Haram che rapisce centinaia di ragazze nel nord-est della Nigeria…

Alla fine, mentre facevo e pensavo ad altro è arrivata la “missione umanitaria”, le ONG, la Croce Rossa, l’UNHCR, la situazione era quella. Dunque ho acquistato numerosi libri, li ho letti tutti, avidamente, e in fretta, perché avevo premura di cominciare e dunque, un giorno, ho scritto l’incipit.

Il giorno era il 31 agosto 2024 (conservo tutte le stesure per, come mi accade spesso, andare a riprendere vecchie parti rifiutate che invece tornano valide) e suonava così:

“Dove sei ora?”

La ricezione è perfetta, e la voce di papà è quella alla quale mi sono abituata, tesa e venata di collera, anche se è evidente l’impegno che pone nel provarsi ad addolcirla

“Ad Addis Abeba, sono appena arrivata in aeroporto, ho il volo questa sera, atterro a Malpensa domani mattina alle nove”

L’incipit della versione finale che è stata pubblicata è:

«Dove? Dove hai detto che sei?»

«Addis Abeba, mamma».

«Addis Abeba, Etiopia?»

«Si, mamma, Etiopia. Sono in aeroporto. Atterro a Milano domani mattina alle nove».

Come è evidente il padre si è trasformato nella madre (e questo è accaduto dopo alcune decine di stesure), ma l’evento è rimasto identico. L’incipit era valido perché “dentro” c’era una storia che ha preso a svilupparsi all’interno della “situazione” immaginata.

Qui, per motivi di spazio, mi interrompo. Se i lettori di InfermieriAttivi ne saranno interessati e se Valentina sarà d’accordo, proseguirò volentieri in un secondo articolo per affrontare il tema della costruzione del romanzo dopo aver verificato la validità dell’incipit e per parlare più fondo delle fonti sulle quali ho lavorato. In particolare vorrei parlare dell’infermiera protagonista, la Agnese Bertozzi, che è l’io narrante, che racconta in prima persona la vicenda.

 

Foto di Tima Miroshnichenko

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