La medicazione ad alginato è oggi un presidio di uso quotidiano nella gestione delle lesioni da pressione essudanti, tanto diffuso da sembrare “sempre esistito”. In realtà racchiude quasi un secolo e mezzo di storia: una scoperta di chimica applicata ottocentesca, un’intuizione chirurgica nata dal bisogno bellico, un brevetto tessile britannico e, solo negli ultimi trent’anni, una verifica scientifica sistematica della sua reale efficacia clinica.
Ricostruire questo percorso aiuta a capire da dove viene lo strumento utilizzato ogni giorno in reparto, e perché la letteratura più recente ne descriva l’efficacia con una cautela che può sorprendere chi lo considera un presidio ormai consolidato.
Dall'alga al laboratorio: la scoperta dell'acido alginico (1881-1930)
Tutto comincia con una scoperta di chimica applicata. Nel 1881 il chimico britannico Edward C. C. Stanford isola per primo l’acido alginico dalle alghe brune (generi Laminaria e Ascophyllum), individuando un polisaccaride capace di formare un gel in presenza di ioni calcio[1].
Per oltre quarant’anni l’alginato resta un prodotto a uso esclusivamente industriale: negli anni Venti F. C. Thornley tenta senza successo di commercializzarlo nelle Orcadi come legante per la polvere di antracite; trasferitosi in California avvia una produzione più fortunata destinata alla sigillatura delle lattine, che nel 1929 dà origine alla Kelco Company. Nello stesso periodo si avvia la produzione anche nel Regno Unito, tra il 1934 e il 1939[1]. In questa fase l’alginato è un addensante e un legante industriale: nessuno lo immagina ancora come medicazione.
Il chirurgo che riportò l'alginato in sala operatoria (1947)
Il passaggio alla medicina arriva nel secondo dopoguerra, con il lavoro del chirurgo britannico George Blaine. Nel 1947 Blaine pubblica su Annals of Surgery uno studio che descrive gel, film, garze e schiume di alginato come materiali chirurgici riassorbibili, con proprietà emostatiche dimostrate sperimentalmente[2]. È il primo lavoro clinico a proporre l’alginato non più come sostanza industriale ma come materiale da sala operatoria, capace di favorire l’emostasi e di essere riassorbito dai tessuti.
Lo studio di Blaine resta per decenni un riferimento della letteratura chirurgica, ma l’applicazione su larga scala nella cura delle ferite richiede un ulteriore passaggio tecnico: trasformare l’alginato in una fibra tessile lavorabile su scala industriale.
Dalla fibra tessile alla medicazione: il brevetto che cambia tutto (1979-1983)
Quel passaggio arriva alla fine degli anni Settanta, in un contesto tutt’altro che farmaceutico: quello tessile. Nel 1979 due tecnici della Courtaulds PLC, storica azienda tessile britannica, Fred Crowther Aldred e Charles Robert Moseley, depositano il brevetto per un processo che trasforma filamenti di alginato di calcio in un tessuto non tessuto, ottenuto disperdendo le fibre in un flusso d’acqua e facendole essiccare su un supporto permeabile; il brevetto viene pubblicato nel 1981[3].
È l’innovazione industriale che rende possibile produrre su scala un tessuto morbido, assorbente e gelificante progettato specificamente per la medicazione delle ferite, e non più semplice garza imbevuta. Su questa base nascono i primi prodotti commerciali: Sorbsan, lanciato nel 1983 da Unomedical e insignito nel 1989 del Queen’s Award for Technological Achievement[4], seguito da altri prodotti sulla stessa base tecnica, tra cui Kaltostat, oggi commercializzato da ConvaTec.
Mettere alla prova l'evidenza: gli studi clinici e il ruolo di Steven Thomas (1987-2000)
Un conto è disporre di un prodotto, un altro è dimostrarne l’efficacia. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta arrivano i primi studi clinici comparativi: un lavoro di Odugbesan e Barnett del 1987 riporta buoni risultati nell’uso dell’alginato su ulcere in pazienti diabetici; nel 1989 Thomas e Tucker descrivono un tasso di guarigione o miglioramento del 73% contro il 43% ottenuto con la garza tradizionale; nel 1991 Gupta, Foster e Miller documentano una riduzione del dolore e una migliore clearance batterica rispetto ai trattamenti convenzionali (dati riportati in[4]).
Il contributo più specifico per le lesioni da pressione arriva nel 1990, quando Chapuis e Dollfus pubblicano su Spinal Cord uno studio sull’impiego della medicazione ad alginato di calcio nella gestione delle ulcere da decubito in pazienti con lesione midollare[5]; nel 1997 O’Donoghue e colleghi dimostrano che le medicazioni ad alginato di calcio favoriscono la guarigione dei siti donatori di innesto cutaneo[6].
In questi stessi anni il farmacista e ricercatore britannico Steven Thomas, alla guida del Surgical Materials Testing Laboratory (SMTL) di Bridgend, in Galles, sistematizza la valutazione di laboratorio delle medicazioni ad alginato — capacità di assorbimento, comportamento gelificante, gestione dell’essudato — e ne descrive il meccanismo d’azione nella revisione storica pubblicata nel 2000 su Journal of Wound Care: lo scambio ionico tra il calcio della fibra e il sodio presente nell’essudato, che innesca la gelificazione e mantiene un ambiente di guarigione umido[7]. Per questo lavoro Thomas riceverà l’OBE per i servizi resi al Servizio Sanitario Nazionale britannico.
Cosa dice oggi la scienza: il verdetto Cochrane (2015)
Restava un passaggio: sottoporre l’intero corpo di evidenza a una revisione sistematica rigorosa, specificamente sulle lesioni da pressione. Lo fa nel 2015 il gruppo Cochrane Wounds guidato da Jo Dumville, che analizza sei studi randomizzati controllati per un totale di 336 partecipanti. La conclusione è più cauta di quanto la diffusione clinica del prodotto potrebbe far pensare: non esiste evidenza sufficiente per affermare che le medicazioni ad alginato guariscano le lesioni da pressione meglio di altre medicazioni, e la qualità delle prove disponibili viene giudicata bassa o molto bassa, per la scarsa numerosità, la breve durata e il rischio di bias degli studi inclusi[8].
Perché questa storia conta per la pratica infermieristica
Nel carrello della medicazione di ogni reparto convive, quasi senza che nessuno se ne accorga, la storia di un chimico ottocentesco che studiava le alghe, di un chirurgo che cercava un emostatico per la sala operatoria nel dopoguerra, di due tecnici tessili che risolsero un problema di manifattura, e di un farmacista che ha dedicato una carriera a misurarne le proprietà in laboratorio.
È una storia utile da conoscere non per erudizione, ma perché ricorda che ogni presidio “ampiamente usato” ha attraversato fasi distinte — scoperta, applicazione, industrializzazione, verifica — e che l’ultima fase, quella della verifica scientifica rigorosa, resta un processo aperto anche per gli strumenti più familiari della pratica clinica quotidiana.
Bibliografia
- McHugh DJ. Production and Utilization of Products from Commercial Seaweeds. FAO Fisheries Technical Paper 288. Roma: Food and Agriculture Organization of the United Nations; 1987. Disponibile su: fao.org/4/x5822e/x5822e04.htm
- Blaine G. Experimental observations on absorbable alginate products in surgery: gel, film, gauze and foam. Ann Surg. 1947;125(1):102-114. PMID: 17858907.
- Aldred FC, Moseley CR, inventori; Courtaulds PLC, assegnatario. Process for producing a non-woven fabric from alginate fibers, suitable as a wound dressing. Brevetto europeo EP0027113A1, pubblicato il 22 aprile 1981. Disponibile su: patents.google.com/patent/EP0027113A1
- Timmons J, Gray D. Celebrating 25 years of Sorbsan and its contribution to advanced wound care. Wounds UK. 2007. Disponibile su: wounds-uk.com
- Chapuis A, Dollfus P. The use of a calcium alginate dressing in the management of decubitus ulcers in patients with spinal cord lesions. Spinal Cord. 1990;28(4):269-271. doi:10.1038/sc.1990.35
- O’Donoghue JM, et al. Calcium alginate dressings promote healing of split skin graft donor sites. Acta Chir Plast. 1997;39(2):53-55.
- Thomas S. Alginate dressings in surgery and wound management — Part 1. J Wound Care. 2000;9(2):56-60.
- Dumville JC, Keogh SJ, Liu Z, Stubbs N, Walker RM, Fortnam M. Alginate dressings for treating pressure ulcers. Cochrane Database Syst Rev. 2015;(5):CD011277. doi:10.1002/14651858.CD011277.pub2
