Quando ci si chiede perché i giovani non vogliono fare l'infermiere o perché fare l'infermiere non dia soddisfazione, siamo sicuri di avere le domande giuste?
Oggi fare l'infermiere è considerato una vocazione, e lo dimostrano le difficoltà della professione infermieristica nel trovare nuove leve. L'evoluzione della professione infermieristica mi lascia spesso forti dubbi. Quando ho iniziato nei lontani anni '80, sapevo che era un lavoro difficile, ma era ben pagato e a 22 anni ho comprato casa con mia moglie.
Le lezioni erano difficili da alternare al tirocinio, che era pagato. Il risultato era che di tre classi solo una arrivava alla fine.
Nel tempo la professione è cambiata. Oggi potrebbe sembrare una sciocchezza, ma quando si è diffuso l'utilizzo delle agocannule, queste non erano previste dal mansionario. Tuttavia, erano utili per il bene del paziente, e tutti hanno imparato ad utilizzarle. Le associazioni infermieristiche facevano, ieri come oggi, i loro congressi e avevano la loro rivista professionale, che metteva in evidenza i dettagli del quotidiano dell'infermiere. Oggi ANIARTI è una di quelle associazioni che vanta nel suo sito la rivista più longeva e liberamente disponibile.
Gli infermieri di allora si formavano sui libri forniti dalla scuola e poi, negli anni successivi, in reparto si trovavano i trattati medici, dato che la diffusione dei computer sarebbe arrivata a metà degli anni '90, esplodendo definitivamente all'inizio degli anni 2000. L'inizio degli anni 2000 vedeva la presenza di internet in reparto e sembrava un grande inizio. L'EBN (Evidence-Based Nursing) fece il suo ingresso nella vita degli infermieri e negli anni successivi ne cambiò il punto di vista.
L'infermiere professionale che ero faceva di tutto e pensavo di avere come obiettivo il benessere quotidiano del paziente (ero in oncologia) e che il medico avesse sempre ragione (ero molto giovane). Poi i tempi sono cambiati.
La diffusione di internet ha cambiato pesantemente la percezione che noi stessi abbiamo della professione. Le notizie sulle sentenze, e visto il nostro coinvolgimento con i social, l'amplificazione di eventi singoli inevitabilmente nel tempo descriveranno la nostra professione.
Oggi internet, con i social più che mai, influenza le nostre vite, ma le notizie che si leggono più spesso sono negative. Lo posso capire nei quotidiani che speculano sul fattore emozionale, lo capisco da parte di chi lavora nel contesto legale, insomma, lo capisco se ci sono degli interessi economici.
La continua diffusione degli aspetti negativi della professione è come se due persone si incontrassero e parlassero solo degli aspetti negativi: perché dovrebbero conoscersi meglio e diventare amici?
Forse sembra che abbia perso il filo dell'introduzione.
La domanda giusta per definire la linea di azioni per convincere i giovani a fare infermieristica è sempre la più semplice: perché?
Perché un giovane diplomato che non ha mai lavorato dovrebbe diventare infermiere?
L'aspetto economico del lavoro è un elemento importante, perché da un lato con i soldi garantiamo un futuro a noi stessi e la possibilità di avere una famiglia, e dall'altro è una scala di valutazione sociale: il professionista pagato di più, vale di più.
L'infermiere oggi guadagna dai 1700 ai 2000 euro (con gli straordinari), mentre un lavoratore del privato potrebbe avere uno stipendio mensile di 1500-2000 euro a seconda della specializzazione.
L'aspetto economico dell'infermiere è visto dall'azienda sanitaria come un costo su cui risparmiare continuamente, e gli spazi dove risparmia sono tanti: permessi (puoi fare un cambio), ferie (adesso non c'è la sostituzione), straordinari (poi li recuperi). Spesso chiedono di fare 36 ore effettive in reparto e non da timbratura.
Nel privato il piano ferie è deciso in anticipo, in questo modo si possono prenotare le ferie a prezzi contenuti, si è più riposati e ci si ammala meno. Se possibile, poi si fanno i ponti a casa. In ospedale i ponti te li scordi e spesso solo le ferie estive sono programmate, mentre per le altre non c'è certezza.
Inutile girare il dito nella piaga. È vero che nel privato ci sono lavori pagati poco e sfruttatori che se ne approfittano, ma l'aspetto economico non è a vantaggio del fare l'infermiere.
Forse le ferie le fai o le pagano quando dai le dimissioni?
Di solito succede che nel passaggio tra un'azienda ospedaliera e l'altra ci sono dei tempi obbligatori e non c'è la possibilità di recuperare le ferie, e potresti perdere anche 30 giorni di ferie così facendo, cancellate come se niente fosse.
Nel privato, se accadono cose del genere, vai da un sindacato, ti rivolgi all'ispettorato del lavoro e il problema si risolve. Negli ospedali devi trovare un sindacato disponibile a fare ricorso e aspettare anni.
Forse un giovane può pensare di fare questo lavoro perché il carico di lavoro è tranquillo, ma non è così, perché ci sono attività pianificate in modo serrato e modulistiche infinite utili come infermieristica difensiva. Di solito si va a casa stanchi morti.
Riepilogando alcuni aspetti che possono aiutare un giovane a decidere, basandosi su alcuni dati di fatto:
- Fare l'infermiere ha uno stipendio appena superiore alla media di un diplomato, e anche nel contesto ospedaliero il diplomato, nella categoria degli assistenti, nella paga base prende 2000 euro/anno in meno dell'infermiere.
- Fare l'infermiere dovrebbe prevedere 36 ore timbrate, invece ci sono le consegne e il cambio divisa che fai con il tuo tempo extra.
- Fare l'infermiere non consente di fare tutte le ferie dell'anno nell'anno in corso.
- Fare l'infermiere non ti consente di avere sempre gli straordinari pagati; l'azienda potrebbe decidere unilateralmente uno stop.
- Fare l'infermiere ti espone a denunce con processi che durano 5-10 anni.
- Fare l'infermiere ti espone al rischio di un recupero economico da parte dell'azienda per una causa che perde.
- Fare l'infermiere in molte realtà ha un carico di lavoro frettoloso e con molta burocrazia.
Se un giovane, nella prospettiva di un impiego, rinuncia a guadagni adeguati e a un soddisfacente equilibrio tra lavoro e vita privata (considerando che il lavoro spesso influenza la sfera privata), quale motivazione spinge oggi un professionista, o chi dovrebbe diventare infermiere se non una forte 'vocazione', ad affrontare sacrifici così impegnativi?
Il neodiplomato che cerca un lavoro con delle prospettive economiche non si sogna di fare l'infermiere, e se lo fa, non ha valutato l'aspetto economico oppure ha una vocazione al sacrificio, non si può negare in altro modo.
Malgrado tutto, durante la giornata di lavoro dell'infermiere, c'è quel momento in cui puoi pensare di essere un professionista pagato "per essere gentile, cortese e per occuparti della salute del tuo assistito".
In fondo, dopo tanti anni di cambiamenti per me è ancora il lavoro più bello del mondo, ma è una decisione molto personale che arriva dopo diversi anni.
