Il punto è questo:

c'è una generazione di infermieri, direttissime discendenti di Florence Nightingale infermiera con la lanterna, che considera assistenza infermieristica l'attuarsi nel risolvere qualsiasi bisogno abbia un paziente.

E se attuarsi nel risolvere un problema può prevedere risolvere un episodio di dolore, di nausea o di crisi ipertensiva, nella restante parte dei casi prevede lo svuotare un sacchetto delle urine o un pappagallo, il dar da bere ad un paziente, il cambio del suo pannolone, dellebsue lenzuola o la sistemazione più comoda del suo cuscino.

Si tratta di una scuola di pensiero antica, il cui tirocinio all'epoca comprendeva persino la pulizia dei letti o dei comodini all'interno delle stanze di degenza. A ciò si contrappone una scuola di pensiero nuova, che non deriva dalla Nightingale ma dal Profilo Professionale del '94 e dalla Legge n. 42 del '99, la quale contempla la risoluzione di bisogni di natura prettamente clinico-assistenziale infermieristica.

Per intenderci, se il paziente ha dolore mi attivo per risolvere il dolore;

se il paziente ha bisogno di aver svuotato una sacca delle urine o cambiato un lenzuolo, delego quel lavoro al personale di supporto.

Non che sia attaccabile quanto prevede la prima corrente di pensiero: nessuno negherebbe un sollievo di qualsivoglia natura ad un paziente in difficoltà, dal direttore sanitario all'ultimo dei portantini, perché chiunque (spero) ha un lato umano, che non si studia ma è innato.

Semplicemente però non si tratta del proprio lavoro, e su questo non c'è discussione che tenga.

Sovente si verifica il caso in cui, al sollevarsi di un minimo dubbio riguardo ciò che spetta fare o non spetta fare ad un infermiere, ci si senta rispondere in un certo modo: "Abbiamo sempre fatto così!", la frase che più di tutte demolisce il pensiero critico, dinamico e riflessivo della nostra professione. O magari chi fa parte della seconda corrente viene anche tacciato di presunzione, perché pretende insegnare il mestiere a chi questo mestiere lo fa da anni.

 

 

Su questa questione occorre ricordare una cosa:

siamo infermieri, mica impiegati alle poste.

Il nodo cruciale è questo:

accettare un compromesso tra vecchio e nuovo, con reciproco rispetto nonostante la non condivisione di idee, al fine di arrivare senza guerre a ciò che la chiave moderna della nostra professione contempla, oppure trincerarci nella vetustità di ciò che è sempre stato, per sentirci più sicuri ma allo stesso tempo per continuare a lamentarci di una professione che non ci piace?

In sintesi, prendiamo coscienza della nostra professione di natura intellettuale (secondo i criteri stabiliti dall'articolo 2229 del Codice Civile) o accettiamo il demansionamento quotidiano al grido di "Abbiamo sempre fatto così."?