La professione infermieristica è in continua evoluzione, ma si trova spesso a confrontarsi con visioni diverse riguardo il proprio ruolo e le proprie responsabilità.
In particolare, si osserva una dicotomia tra due scuole di pensiero, che affondano le radici in epoche e concezioni differenti dell'assistenza.
Due visioni a confronto: l'eredità di Florence Nightingale e il profilo professionale del '94
Da un lato, troviamo una generazione di infermieri, dirette eredi del modello assistenziale di Florence Nightingale (la celebre "signora con la lanterna"), che concepisce l'assistenza infermieristica come l'attuazione di ogni possibile bisogno del paziente. Questo include, sì, la gestione del dolore, della nausea o di crisi ipertensive, ma si estende anche a mansioni come lo svuotamento di presidi (sacche urine, pappagalli), l'idratazione del paziente, il cambio di pannoloni e lenzuola, o la semplice sistemazione del cuscino per un maggiore comfort.
Questa visione, radicata in una scuola di pensiero antica, prevedeva un tirocinio che contemplava persino la pulizia dei letti o dei comodini.
A questa prospettiva si contrappone una scuola di pensiero più moderna, che non deriva direttamente dalla tradizione nightingaliana, ma è saldamente ancorata al Profilo Professionale dell'Infermiere del 1994 (D.M. 739/94) e alla Legge n. 42 del 1999. Questa corrente interpreta il ruolo dell'infermiere nella risoluzione di bisogni di natura prettamente clinico-assistenziale infermieristica. Per fare un esempio chiaro: se un paziente manifesta dolore, l'infermiere interviene attivamente per gestirlo; se invece necessita dello svuotamento di una sacca delle urine o del cambio di una lenzuola, tali mansioni vengono delegate al personale di supporto (OSS).
L'umanità e il ruolo professionale: un confine necessario
È doveroso sottolineare che la prima corrente di pensiero non è attaccabile sul piano umano: nessuno, dal direttore sanitario all'operatore di supporto, negherebbe un sollievo o un aiuto di qualsivoglia natura a un paziente in difficoltà.
L'empatia e l'umanità sono qualità innate e imprescindibili in ogni contesto assistenziale. Tuttavia, è fondamentale distinguere l'atto di carità o di semplice supporto da quelle che sono le specifiche competenze e responsabilità professionali dell'infermiere.
Su questo aspetto, la discussione è chiara: determinate mansioni non rientrano nel proprio lavoro intellettuale e specialistico.
"Abbiamo sempre fatto così": la sfida al pensiero critico
Spesso, quando si solleva un dubbio riguardo ciò che rientra o meno nelle competenze infermieristiche, la risposta ricorrente è: "Abbiamo sempre fatto così!". Questa frase, purtroppo, tende a demolire il pensiero critico, dinamico e riflessivo che dovrebbe caratterizzare la nostra professione.
Chi adotta la visione più moderna viene talvolta etichettato come presuntuoso, quasi volesse "insegnare il mestiere" a chi lo pratica da anni.
È cruciale ricordare: siamo infermieri, professionisti della salute, non impiegati dediti a mansioni puramente esecutive.
Il nodo cruciale: scelta tra progresso e immobilismo
La questione centrale si riduce a un bivio:
- Accettare un compromesso costruttivo tra le due visioni, basato sul reciproco rispetto pur nella diversità di idee, al fine di progredire verso ciò che la moderna chiave di lettura della nostra professione contempla?
- Oppure trincerarsi nella vetustà del "si è sempre fatto così", sentendosi magari più sicuri, ma al contempo continuando a lamentarsi di una professione che non ci soddisfa pienamente?
In sintesi, si tratta di prendere piena coscienza della nostra professione di natura intellettuale, come stabilito dall'articolo 2229 del Codice Civile, o di accettare un demansionamento quotidiano al grido di un'abitudine ormai superata?
La scelta di riconoscere e affermare il proprio valore professionale è fondamentale per il futuro e la dignità della professione infermieristica.
