Come tutti sappiamo il sistema sanitario e la gerarchia delle funzioni ospedaliere sono sorretti principalmente da due figure professionali specializzate: gli infermieri ed i medici.

All’interno di questa ampia classificazione troviamo diversi livelli di specializzazione e differenti mansioni assegnate a ciascuna di esse, esistono dirigenti medici di primo livello e di secondo, oltre che naturalmente categorie riservate a determinate e sempre più disparate patologie; allo stesso modo esistono differenti categorie di infermieri che in base ai propri studi e all’effettiva esperienza maturata hanno intrapreso percorsi differenti in ambito assistenziale e sanitario.

Esistono anche professioni differenti che ben si integrano nel sistema sanitario, di queste le più note sono forse i fisioterapisti, gli odontoiatri, i tecnici radiologi e così via, che però, in quanto a numero non sono paragonabili alle prime due categorie menzionate.

Gli infermieri pediatrici sono la categoria di cui vogliamo parlare.

Una costituzione professionale relativamente recente e in grado di fare la differenza in ambito interventistico quando si parla di bambini.

Il percorso di studi è infatti non del tutto parallelo a quello di un infermiere tradizionale e prevede ambiti di applicazione completamente differenti.

Entriamo più nel dettaglio e scopriamo bene come e quando è nata la necessità di affidare i più piccoli a una professionalità dedicata.

Io sono Federica Ciardi, giovane laureata in infermieristica pediatrica con alle spalle già diversi anni di pratica nei più disparati reparti della sua città, Napoli, e anche autrice del blog www.mammastobene.com e vi racconto alcuni passaggi della storia di questa professione.

Wikipewdia presenta una sintesi della storia dell'infermiere pediatrico (LINK):

L'infermiere pediatrico è un operatore sanitario responsabile dell'assistenza infermieristica pediatrica, in possesso della Laurea in Infermieristica Pediatrica e dell'iscrizione all'albo professionale.

L'infermieristica pediatrica esisteva come professione con caratteristiche proprie già nell'XIX secolo, insieme all'infermieristica e all'ostetricia.

L'inizio della disciplina si deve a Charles West, che nel 1852 fu tra i fondatori del Great Ormond Street Hospital for Sick Children (GOSH), che aveva tra i suoi obiettivi la cura dei bambini, lo sviluppo della pediatria e la formazione della figura di "infermiere dei bambini".

Il nuovo ospedale non disponeva di medici residenti, ma solo ad orari o su urgenza, e quindi il compito delle infermiere era di grande importanza. Secondo West “l'infermiera dei bambini” doveva avere una preparazione tale da essere in grado di gestire autonomamente le variazioni cliniche dei bambini ricoverati, i loro trattamenti clinici e tutta l'assistenza.

Nel 1853 fu istituito presso il Great Ormond il primo corso di formazione per infermiere dei bambini.

Nel 1854 Charles West pubblicò il primo manuale di infermieristica pediatrica (How to Nurse Sick Children); dove si sottolineava l'importanza del gioco e il ruolo delle infermiere nel tenere allegro il bambino, e l'importanza del mantenimento dell'igiene dei pazienti e il microclima nel reparto.

Era considerata di grande importanza la capacità dell'infermiera di riconoscere dai segni e dai sintomi, nei bambini di diverse età, l'evoluzione delle condizioni cliniche: l'infermiera doveva acquisire la capacità di comprendere il linguaggio del bambino e i segnali nel tipo di pianto e in generale nel comportamento, e la capacità di leggere le disposizioni mediche e di redigere appunti accurati sulle condizioni dei pazienti.

West fu anche in corrispondenza con Florence Nightingale, la quale tuttavia riteneva che i bambini dovessero essere ricoverati insieme agli adulti.

Nella seconda metà dell'Ottocento la necessità di una figura professionale distinta per l'assistenza ai bambini, con un diverso percorso formativo fu ribadita da Catherine Wood.

In Italia la figura distinta dell'infermiera dei bambini ("vigilatrice d'infanzia") venne riconosciuta per legge nel 1940.

Nel 1955 furono istituiti i Collegi provinciali delle infermiere professionali, vigilatrici d'infanzia e assistenti sanitarie visitatrici, riuniti nella Federazione nazionale Ipasvi, e furono istituiti albi professionali distinti.

Le prime scuole per la formazione di questa figura nacquero negli anni sessanta, a Roma, a Firenze, a Genova, a Trieste e a Napoli, in collegamento con centri di assistenza pediatrica. Successivamente all'istituzione dei primi diplomi universitari in scienze infermieristiche (anno accademico 1991-1992), nel 1994 venne definito il profilo professionale dell'infermiere, come responsabile di prevenzione e assistenza ai malati e disabili di tutte le età: di conseguenza la figura di "vigilatrice d'infanzia" venne abolita e nel 1998 cessarono i corsi di formazione per questa figura.

Nel 1997 venne definito anche il profilo di infermiere pediatrico.

Il corso di laurea in infermieristica pediatrica, della durata di tre anni, è istituito nelle facoltà di medicina e chirurgia, tra i corsi di laurea delle professioni sanitarie. Si tratta di un corso di laurea ad accesso programmato ("a numero chiuso"), a cui si accede con il possesso del diploma di istruzione secondaria di secondo grado e mediante il superamento di un test di ingresso, i cui risultati determinano l'assegnazione dei posti disponibili. Il numero dei posti è definito sulla base delle richieste del mercato del lavoro e della disponibilità di strutture didattiche e personale docente.

Il corso è suddiviso in una formazione teorica (discipline dei corsi integrati previsti dal piano degli studi) e pratica (tirocinio o apprendimento in ambito clinico), e comprende attività didattiche opzionali (ADO) e lo studio individuale.

Gli infermieri pediatrici svolgono la funzione di prevenzione delle malattie e di assistenza ai malati e ai disabili in età evolutiva. La pianificazione dell'assistenza pediatrica deve tener conto di alcuni fattori specifici, quali: l'età e il grado di sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino, che influenzano la comunicazione e le possibilità di approccio; l'esigenza di gioco, che può essere un tramite per il bambino per esternare bisogno e desideri; Inoltre è necessario tener conto anche del suo contesto familiare e delle figure dei genitori, in particolare della madre, la cui collaborazione è fondamentale come tramite con il malato.

I genitori devono essere coinvolti nelle cure igieniche e/o per l'alimentazione e devono essere sostenuti ed educati alla gestione della malattia.

Nella somministrazione dei farmaci prescritti dal medico per la terapia, è necessaria un'attenta valutazione dei dosaggi e dei sistemi di erogazione e devono essere applicate tutte le strategie per aiutare il bambino (riduzione del dolore con tecniche di distrazione o l'applicazione di creme anestetiche, preparazione del farmaco fuori dalla sua vista, far rimanere i genitori per confortare il bambino, spiegare scopi e fasi della procedura per avere maggiore collaborazione). Per i neonati si applica la tecnica della "saturazione sensoriale", distraendo e confortando il neonato con massaggio, contatto visivo, parola, olfatto e instillazione di glucosio sulla lingua.

Nella comunicazione è necessario osservare con attenzione il linguaggio non verbale del corpo del bambino e dei genitori, praticare l'ascolto (ambiente tranquillo, rassicurazione sul tempo da dedicare, acconsentire).

Le "strategie di relazione" possono essere utili per comprendere i reali bisogni del paziente e della sua famiglia. A differenza di altri reparti, in quelli pediatrici, medici e infermieri possono avere camici e divise personalizzate per favorire la comunicazione con il bambino. L’assistenza pediatrica, dunque, è caratterizzata da percorsi complessi nei quali le figure emergenti sono i bambini e i loro genitori; pertanto, l’infermiere pediatrico deve considerare costantemente i profili di ciascuno ed in particolare quello dei genitori, la cui collaborazione diviene fondamentale in quanto tramite unico tra struttura ed ammalato.

Monique Formarier  ha elaborato un concetto fondamentale  per l’assistenza infermieristica pediatrica: partendo dalla considerazione che il bambino separato dalla famiglia, ed in modo particolare dalla madre, interiorizza una sofferenza, la studiosa ha analizzato il rapporto tra il bambino, il genitore ed il personale assistenziale nelle loro interrelazioni ed ha delineato un modello di assistenza  infermieristica ed un’organizzazione di procedure aventi l’obiettivo di ridurre al minimo la sofferenza del piccolo.

In base a questo concetto, gli infermieri pediatrici devono: conoscere il bambino attraverso l’osservazione prolungata, gli incontri ripetuti con i genitori, il saper ascoltare, il gioco ed il disegno; evitare traumi emotivi : il bambino deve vivere con la madre in ospedale il più a lungo possibile; ridare al bambino punti di riferimento (il bambino ha bisogno di ritmi e persone che gli diano sicurezza); dialogare costantemente con i genitori per impostare una relazione positiva.  

Federica Ciarli

 

 

Log in to comment