Mi chiamo Silvano Biagiola e sono un infermiere.
Ogni mattina, quando varco la soglia del reparto, cerco sempre di ricordare a me stesso una cosa fondamentale: l'infermiere è come una buona cuffia, riproduce la musica per quello che è.
Senza alterarla, senza giudicarla, senza decidere quali note meritano di essere amplificate e quali soffocate. Una cuffia di qualità non censura i suoni che non le piacciono, non distorce il brano originale per adattarlo ai propri gusti. Semplicemente, restituisce con fedeltà ciò che riceve.
In un'epoca dove ogni opinione diventa schieramento, dove i social media trasformano ogni evento in un tribunale popolare e le divisioni attraversano famiglie, comunità e nazioni intere, l'infermieristica custodisce un segreto antico quanto la professione stessa: l’assistenzanon ha colore politico, non chiede credenziali morali, non fa distinzioni. L’assistenza, semplicemente, accoglie la melodia unica di ogni esistenza.
Ricordo una volta in un reparto di subintensiva postchirurgica, dove lavoravo da un pò. Nel letto vicino alla finestra, c’era un anziano immigrato indiano; nel letto accanto, un uomo pakistano che non voleva essere vicino ad un indiano. I due paesi hanno rivalità storiche da decenni. Detta in romanesco “NN SE ponno VEDÉ!”
Due brani completamente diversi, due frequenze che nel mondo esterno si sarebbero sovrapposte in un rumore assordante di conflitto. La malattia li aveva resi vicini di letto, e il dolore suonava la sua nota universale. Io ero lì, tra loro, con le mie competenze e la mia presenza. Non come mixer che decide quale traccia mandare in primo piano e quale abbassare di volume. Non come equalizzatore che corregge le frequenze secondo i propri parametri.
Ero lì come una buona cuffia: per riprodurre fedelmente la loro musica, qualunque essa fosse, cercando di mediare il tutto, senza creare ulteriori disagi.
Quella settimana mi insegnò qualcosa di fondamentale: quando smetto di alterare il suono, quando resisto alla tentazione di equalizzare secondo i miei standard, posso davvero ascoltare. Posso cogliere le sfumature, percepire le dissonanze che nascondono sofferenza, riconoscere le armonie inaspettate che emergono dalla vulnerabilità condivisa.
Il paradosso è potente: più il mondo fuori amplifica le proprie certezze fino alla distorsione, più l'infermiere deve mantenere una fedeltà cristallina della realtà. Non per approvazione, ma per comprensione. Non per complicità, ma per presenza autentica.
Attenzione: essere come una buona cuffia non è ingenuità né passività. Le cuffie migliori sono prodotti di tecnologia sofisticata, design accurato, materiali studiati. Allo stesso modo, la capacità di riprodurre fedelmente l'esistenza dell'altro senza distorsioni giudicanti è una competenza clinica e relazionale raffinata, coltivata con anni di pratica e consapevolezza. Una cuffia economica colora il suono con le proprie caratteristiche: esalta i bassi per sembrare potente, taglia le frequenze alte per mascherare i difetti. Allo stesso modo, un professionista che non ha lavorato su di sé proietta inevitabilmente i propri filtri: "Questo paziente merita più attenzione perché si comporta bene", "Quest'altro ha cercato i suoi problemi", "Questo è simpatico, quell'altro antipatico".
Quando un paziente con dipendenza da sostanze arriva in pronto soccorso per l'ennesima volta, le cuffie scadenti della società amplificano solo il rumore del giudizio: "È colpa sua. Ha sprecato le occasioni precedenti. Ci sono altri più meritevoli". Ma l'infermiere che funziona come una buona cuffia riproduce l'intera gamma: la dipendenza come malattia, il dolore che l'ha generata, la persona intrappolata in una spirale, la dignità che persiste nonostante tutto, l'opportunità forse l'unica di quella giornatadi offrire cura e assistenza.
Questo per me non significa accettare tutto. Una buona cuffia ha i suoi limiti tecnici, può proteggersi dai volumi pericolosi senza per questo distorcere il segnale. Possiamo proteggere i confini professionali necessari, possiamo dire "questo comportamento non è accettabile" senza per questo alterare la musica fondamentale dell'umanità di chi abbiamo davanti.
Nel mondo in subbuglio di oggi, dove tutti vogliono essere DJ che remixano la realtà secondo la propria playlist ideologica, l'approccio dell'infermiere cuffia diventa quasi sovversivo. È un atto di resistenza gentile contro la cultura della distorsione permanente. Ho visto accadere cose straordinarie quando si riproduce la musica per quello che è, senza alterazioni. Nella subintensiva che vi ho citato prima, dopo alcuni giorni, quei due pazienti iniziarono a parlarsi. Non sentii sempre toni amichevoli, però ricordo che si instaurò rispetto tra loro. Le loro melodie diverse non si fusero in un'unica canzone, ma per alcuni giorni suonarono un qualcosa di “orecchiabile”. Non credo siano diventati amici per la vita, e non mi sembrò che cambiarono tutte le loro opinioni. Ma sperimentarono qualcosa che sta diventando raro: la comprensione reciproca della propria sofferenza, l’ascolto attivo e la condivisione delle proprie opinioni li rese, almeno per un pò... Amici.
Ero stato il catalizzatore invisibile di questo incontro, semplicemente riproducendo con fedeltà la musica di entrambi. Quando smetto di giudicare quali note meritano di esistere, riesco a creare uno spazio dove l'incontro autentico diventa possibile.
In un periodo storico dove tutto viene remixato, autotunato, equalizzato secondo algoritmi di like e condivisioni, l'infermieristica custodisce uno spazio sempre più raro: uno spazio ad alta fedeltà, dove la musica dell'esistenza può suonare senza correzioni forzate. Questa non è retorica professionale o idealismo ingenuo. È la condizione necessaria per un’assistenza efficace.
Il paziente che percepisce la distorsione giudicante si chiude, censura le proprie note più vulnerabili, presenta solo la traccia socialmente accettabile. Il paziente che sperimenta l'ascolto fedele si apre, collabora, condivide anche le frequenze più difficili. La fedeltà senza distorsioni non è buonismo: è pragmatismo clinico.
Le cuffie di qualità non hanno preferenze musicali. Riproducono con la stessa fedeltà Mozart e il punk rock, la musica classica e il rap, il jazz e il metal. Non è loro compito giudicare quale genere sia superiore. Il loro valore sta proprio in questa neutralità tecnica, in que- sta capacità di restituire l'originale senza imposizioni.
Come infermiere, non posso cambia- re il mondo fuori. Non posso spegnere il frastuono delle certezze distorte, non posso ricucire le divisioni, non posso imporre armonia dove c'è solo rumore. Ma posso fare qualcosa di profondamente significativo: posso mantenere, un turno alla volta, un paziente alla volta, un'alta fedeltà nell'ascolto dell'altro.
Posso scegliere di essere quella cuffia che non giudica se la musica è bella o brutta, triste o allegra, alla moda o fuori tempo. Posso semplicemente riprodurla per quello che è, con rispetto, con precisione, con presenza. E in quel momento di fedeltà perfetta, qualcosa di te- rapeutico accade: la persona si sente finalmente ascoltata, nella sua interezza non filtrata. E forse, in un mondo che ha dimenticato come ascoltare senza distorcere, questo piccolo gesto quotidiano mantenere l'alta fedeltà nell'incontro con l'altro è esattamente la rivoluzione gentile di cui abbiamo bisogno. Una rivoluzione che non fa rumore, ma che restituisce a ogni esistenza la dignità del proprio suono originale.
Vi auguro il meglio, care colleghe e cari colleghi, sempre. Dott. Silvano Biagiola
