La danza dell’imperfezione: trasformare l’errore in opportunità

errore

Mi chiamo Silvano Biagiola e sono un infermiere. 

Nel silenzioso balletto delle corsie ospedaliere, dove le vite si intrecciano tra il bianco delle divise e i campanelli che suonano, si nasconde una verità scomoda che nessuno osa pronunciare: anche gli “angeli custodi” della salute possono inciampare.

L'universo infermieristico, quel microcosmo dove ogni gesto può essere la differenza tra la vita e la morte, vive una contraddizione profonda che lacera il tessuto stesso dell'assistenza sanitaria.

Come diceva Maya Angelou, "Non esiste agonia più grande del portare dentro di sé una storia mai raccontata", e gli infermieri portano dentro di sé il peso silenzioso degli errori non confessati, delle paure non espresse, delle lezioni mai condivise.

Le aziende sanitarie si ergono come antiche fortezze medievali, con mura impenetrabili costruite su fondamenta di colpa e punizione, dove ogni errore viene cacciato come una bestia selvaggia da abbattere piuttosto che da addomesticare e comprendere. In questo scenario, l'infermiere diventa un equilibrista che cammina su un filo teso tra la perfezione impossibile e l'umanità inevitabile, costretto a nascondere le proprie vulnerabilità dietro maschere di infallibilità che soffocano l'anima e impediscono la crescita.

Albert Einstein sosteneva che "Chiunque non abbia mai commesso un errore non ha mai tentato nulla di nuovo", ma negli ospedali questa saggezza sembra trasformarsi in un lusso che non ci si può permettere, un rischio troppo alto da correre quando in gioco ci sono vite umane.

Il paradosso è che proprio questa cultura punitiva genera il terreno più fertile per la proliferazione degli errori, creando un circolo vizioso dove la paura di ammettere lo sbaglio porta a nasconderlo, e nasconderlo impedisce di imparare, e non imparare condanna a ripetere all'infinito gli stessi sbagli. È come pretendere che un giardiniere coltivi rose perfette in un terreno avvelenato dalla paura, dove ogni germoglio di onestà viene strappato prima di poter fiorire. Winston Churchill diceva che "Il successo è la capacità di passare da un fallimento all'altro senza perdere l'entusiasmo", ma come si può mantenere l'entusiasmo quando ogni caduta viene trasformata in una condanna a vita?

Nella mia esperienza professionale, ho dovuto spesso confrontarmi con la paura di sbagliare e con il terrore di essere punito. Soprattutto il primo anno di lavoro sono stato una virgola che spesso era posizionata male all’interno della frase. E quando rileggevo tutto il paragrafo, a posteriori magari, mi rendevo conto che mi ero allocato nel posto sbagliato. Spesso mi sono sentito come un’espressione scorretta, che doveva essere cancellata invece che accolta.

Ma oggi però, rileggendo quei periodi e capendo dove potevo essere posizionato, mi sto accorgendo che sono state le fondamenta per comprendere veramente il mio agire professionale ed essere quindi fiero di come sono e di quello che faccio per migliorarmi. Andando avanti con gli anni, ho capito che la vera soddisfazione lavorativa e la vera arte di imparare dagli errori, deve venire esclusivamente da me. Mi serve accogliermi per come sono e ammettere lo sbaglio che inevitabilmente faccio, affinchè io possa crescere.

Più vado avanti con l’età, più vedo che si, imparo... ma vedo anche che l’errore continua a capitare. Ammettere a me stesso questa inevitabilità, mi aiuta ad essere una virgola che può essere spostata nel paragrafo e rendere il testo più scorrevole.

L'ambiente sanitario dovrebbe essere un ecosistema dove l'errore viene accolto come un messaggero portatore di insegnamenti preziosi, un laboratorio dove ogni fallimento diventa il seme di una competenza futura. Invece, troppo spesso si trasforma in un tribunale permanente dove gli infermieri si trovano a processo per la loro umanità. Come sosteneva Thomas Edison, "Non ho fallito. Ho solo trovato diecimila modi che non funzionano", ma negli ospedali ogni modo che non funziona viene etichettato come incompetenza piuttosto che come tappa necessaria del percorso verso l'eccellenza.

La vera rivoluzione culturale dovrebbe trasformare le corsie in giardini zen dove l'errore viene contemplato, studiato, compreso e trasformato in saggezza collettiva. Immaginare reparti dove gli infermieri possano riunirsi attorno al fuoco sacro della condivisione, dove ogni storia di fallimento diventa una parabola di crescita, dove ogni confessione di imperfezione si trasforma in un dono per l'intera comunità professionale.

Nelson Mandela affermava che "Non cado mai. O vinco o imparo", una filosofia che dovrebbe permeare ogni angolo delle strutture sanitarie, trasformando ogni reparto in una scuola di vita dove l'apprendimento nasce dall'ammissione coraggiosa dei propri limiti.

Il cambiamento deve iniziare dalla metamorfosi del linguaggio stesso: non più "errore" ma "opportunità di apprendimento", non più "colpevole" ma "maestro involontario", non più "punizione" ma "crescita condivisa". È necessario tessere una nuova narrazione dove l'infermiere che ammette un errore non viene visto come un soldato che ha disertato, ma come un esploratore coraggioso che ha mappato un territorio pericoloso per il bene di tutti i colleghi che verranno dopo di lui. Per sapere di più, dovremmo prima avere il coraggio di ammettere che non sapevamo abbastanza.

La trasformazione richiede leader visionari che abbiano il coraggio di costruire ponti invece di muri, che sappiano trasformare le sale riunioni in cerchi di condivisione, che riescano a vedere nell'errore confessato non un segno di debolezza ma un atto di forza straordinaria. Samuel Beckett diceva "Prova ancora.

Fallisci ancora. Fallisci meglio", un invito che dovrebbe risuonare nei corridoi di ogni ospedale, trasformando ogni turno di lavoro in un'opportunità per fallire meglio, per imparare di più, per diventare curatori di anime ancora più saggi e compassionevoli. Solo quando l'errore smetterà di essere il nemico da combattere e diventerà l'alleato da abbracciare, le corsie potranno trasformarsi in veri templi di guarigione, dove la perfezione nasce dall'accettazione amorevole dell'imperfezione umana.

 

Vi auguro il meglio, care colleghe e cari colleghi,

sempre. Dott. Silvano Biagiola

 

Foto di RDNE Stock project

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