Per un attimo, pensate di svegliarvi al mattino con una forte miopia e di decidere, per pura testardaggine o semplice abitudine, di non indossare gli occhiali. I contorni della stanza sono sfocati, gli ostacoli diventano invisibili e vi muovete a tentoni, affidandovi esclusivamente alla memoria di dove si trovano i mobili.
All'inizio potreste anche cavarvela, ma prima o poi inciamperete, cadendo e peggiorando inevitabilmente la vostra condizione. La pratica clinica quotidiana, se affrontata senza gli strumenti adeguati, assomiglia molto a questa situazione.
Molti professionisti si affidano esclusivamente all'abitudine, ripetendo come un mantra la pericolosa frase "si è sempre fatto così". Ma l'infermieristica senza l'Evidence Based Practice (EBP) e senza le linee guida è esattamente come quel miope che rifiuta gli occhiali: non vede bene il presente, non mette a fuoco i reali bisogni dell'assistito e, procedendo alla cieca, rischia di compromettere la qualità delle cure, peggiorando inesorabilmente la condizione clinica del paziente e lo status della professione stessa.
L'oceano della medicina e dell'assistenza, infatti, è in continuo e rapido mutamento. Rimanere ancorati a vecchie convinzioni, navigando senza lenti correttive, non solo è limitante, ma espone a enormi rischi clinici. Per non naufragare in questa complessità, l'infermiere moderno deve abbandonare la navigazione a vista e diventare un professionista armato di strumenti precisi, in primis la ricerca scientifica. Indossare le lenti dell'EBP significa compiere una scelta di lucidità professionale.
L'Evidence Based Practice non è solo un astratto concetto accademico da relegare ai banchi universitari, bensì un approccio decisionale fondamentale e tangibile che consiste nell'integrare le migliori prove scientifiche attualmente disponibili con l'esperienza clinica del professionista e le specifiche preferenze e valori del paziente. Questo approccio tridimensionale funge da vera e propria lente bifocale, permettendoci di vedere chiaramente sia il dato scientifico che l'essere umano che stiamo curando.
Oltre a rappresentare un profondo dovere etico e professionale per erogare la migliore assistenza possibile, l'applicazione rigorosa delle migliori evidenze scientifiche è diventata oggi un preciso obbligo normativo, come sancito chiaramente anche dalla Legge Gelli/Bianco del 2017. Questa transizione dalla consuetudine all'evidenza dimostra che la ricerca, la formazione continua e la costante applicazione di protocolli aggiornati costituiscono ormai i pilastri insostituibili della nostra professione. Senza questi pilastri, la nostra "vista" clinica si annebbia, lasciandoci confusi di fronte alle nuove sfide sanitarie. Ogni viaggio nella ricerca infermieristica, ogni tentativo di mettere a fuoco la realtà, inizia sempre da un dubbio che nasce direttamente in corsia, durante l'assistenza quotidiana. Un paziente che non risponde come previsto a una medicazione, un aumento dei decubiti in un reparto, una procedura che appare obsoleta e superata: sono queste le scintille visive che accendono il bisogno imperativo di vederci chiaro.
Una volta che abbiamo individuato e formulato in modo chiaro il problema clinico o assistenziale, sorge spontanea la domanda: come facciamo a trovare la risposta giusta nell'immenso, e talvolta disorientante, mare della letteratura scientifica? Entrare in questo oceano di dati senza un criterio è come cercare di leggere un libro minuscolo senza lenti. Abbiamo bisogno di una bussola.
Questa bussola è il Modello PICO, uno strumento essenziale e metodologicamente rigoroso per formulare un quesito di ricerca che sia veramente preciso e mirato. Il PICO ci impedisce di disperderci, focalizzando la nostra attenzione diagnostica su quattro elementi cardine che compongono l'acronimo:
- P per Paziente o Popolazione, definendo esattamente chi stiamo studiando;
- I per Intervento, ovvero la procedura o la terapia che vogliamo valutare;
- C per Confronto, che rappresenta l'alternativa rispetto al nostro intervento (spesso proprio quella vecchia abitudine del "si è sempre fatto così");
- O per Outcome o Risultato, che descrive l'esito clinico o assistenziale che ci aspettiamo di misurare o migliorare.
Strutturare il dubbio in questo modo è l'esatto equivalente di calibrare la gradazione delle nostre lenti: improvvisamente, ciò che cerchiamo diventa limpido e definito.
Una volta impostata la nostra rotta clinica con il rigore del PICO, dobbiamo procedere alla ricerca dei documenti e degli studi pertinenti. Ma a chi rivolgerci per trovare le informazini corrette? È fondamentale comprendere che, per una visione veramente specialistica e sicura, i motori di ricerca generici non bastano; dobbiamo affidarci alle grandi biblioteche della scienza.
Il nostro porto sicuro e specifico per eccellenza, dedicato alla ricerca infer- mieristica e alle discipline delle professioni sanitarie, è Cinahl. Accanto ad esso, per ampliare il nostro campo visivo, non possiamo fare a meno di PubMed, che rappresenta il più vasto e consultato database medico internazionale.
Quando cerchiamo il massimo grado di evidenza e la nitidezza assoluta per confrontare interventi clinici, la Cochrane Library diventa uno strumento essenziale, essendo il punto di riferimento mondiale per le revisioni sistematiche di alta qualità. Infine, per completare il nostro panorama letterario e catturare anche le pubblicazioni periferiche, Web of Science e Google Scholar si confermano ottimi strumenti complementari che permettono di allargare significativamente lo spettro della nostra ricerca.
Dopo aver navigato in queste immense biblioteche e aver finalmente trovato un articolo scientifico pertinente al nostro quesito, si presenta la sfida finale: dobbiamo saperlo leggere, decifrare o persino scrivere, qualora stessimo conducendo noi stessi una ricerca sul campo. Avere gli occhiali perfetti è inutile se non conosciamo l'alfabeto. Fortunatamente, la maggior parte degli studi segue uno schema molto preciso per organizzare i contenuti, rendendo la lettura un processo guidato e logico.
Questo schema si chiama IMRAD, un acronimo che scompone l'anatomia dell'articolo scientifico.
Inizia con la "I" di Introduzione, la quale introduce l'argomento e fornisce il background estrapolato dalla letteratura esistente, preparandoci al contesto. Segue la "M" di Materiali e Metodi, una parte vitale che descrive in modo dettagliato il tipo di studio condotto, la strategia di campionamento e le caratteristiche della popolazione coinvolta. Il fulcro della visione chiara risiede nelle lettere "RA", ovvero i Risultati, dove gli autori espongono in modo asettico e oggettivo gli esiti dell'intervento testato o della revisione effettuata. L'ultima lettera, la "D" di Discussione, è il momento in cui gli autori argomentano i risultati ottenuti, ne valutano criticamente l'applicabilità nella realtà clinica quotidiana e forniscono spunti per orientare la ricerca futura. Per concludere e garantire trasparenza, tutto deve sempre terminare con una bibliografia accurata, precisa e sufficientemente ampia.
Indossare questi occhiali metodologici e abbracciare l'aggiornamento costante è un imperativo da cui non possiamo più sottrarci. Come ci ricorda in modo illuminante Denise F. Polit nel suo noto testo "Fondamenti di ricerca infermieristica", la ricerca costituisce un ambito vasto e incredibilmente affascinante. Ma soprattutto, la ricerca rappresenta l'unico vero modo che abbiamo a disposizione per far evolvere la nostra professione e per poter garantire ai pazienti cure che siano sempre sicure, efficaci e all'avanguardia. Essere infermieri oggi significa rifiutare categoricamente la miopia intellettuale. Significa smettere di camminare a tentoni affidandosi alle vecchie abitudini e iniziare a guardare il volto del paziente attraverso la lente cristallina delle evidenze scientifiche.
Bibliografia
- Polit D. F., Beck C. T., Fondamenti di ricerca infermieristica, seconda edizione, McGraw- Hill,2014.
- Chiari P. et al., Evidence Based Clinical Practice, seconda edizione, McGraw-Hill, 2011.
