Proteggere il paziente, preservare il futuro: il contributo infermieristico alla lotta contro l'antibiotico resistenza

batteri

Nel panorama sanitario contemporaneo, poche sfide si presentano con la complessità e l'urgenza dell'antibiotico-resistenza (AMR, Antimicrobial Resistance). Definita dalle principali agenzie sanitarie mondiali come una "pandemia silenziosa", l'AMR non rappresenta meramente una problematica clinica circoscritta ai reparti di malattie infettive, ma costituisce una minaccia sistemica.

L'era post-antibiotica, un tempo scenario distopico ipotizzato dalla letteratura scientifica, sta assumendo contorni sempre più tangibili, con proiezioni epidemiologiche che stimano, in assenza di interventi correttivi radicali, come l'AMR possa divenire la prima causa di mortalità globale entro il 2050, superando patologie oncologiche e cardiovascolari.

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L'efficacia degli antimicrobici, risorse esauribili e non rinnovabili, è erosa da decenni di utilizzo improprio, sovra-prescrizione e gestione subottimale, sia in ambito umano che veterinario, secondo un modello ecologico interconnesso definito One Health.

In questo contesto di crisi, la figura dell'infermiere emerge come il fulcro operativo e strategico di qualsiasi programma di contrasto. Essendo il professionista sanitario che garantisce la continuità assistenziale 24 ore su 24, l'infermiere detiene la responsabilità unica di intercettare i segni precoci di infezione, gestire la somministrazione della terapia antimicrobica, garantire la corretta diagnostica microbiologica ed educare il paziente e i caregiver.

Questo rapporto si propone di disarticolare la complessità del fenomeno AMR, analizzandolo attraverso una lente multidisciplinare che integra la microbiologia molecolare, l'epidemiologia clinica, la farmacologia applicata e le scienze infermieristiche. L'obiettivo è fornire un corpus di conoscenze avanzate che trasformi l'infermiere da mero esecutore di prescrizioni a Antimicrobial Steward consapevole, capace di governare il processo assistenziale per prevenire l'insorgenza di infezioni e preservare l'efficacia delle molecole terapeutiche per le generazioni future.

Fondamenti biologici: dal microbiota ai meccanismi di resistenza

Per comprendere la portata del ruolo infermieristico nella prevenzione dell'AMR, è indispensabile possedere una visione profonda dell'ecologia microbica umana e dei sofisticati meccanismi adattativi sviluppati dai batteri.

Il corpo umano non è un organismo sterile ma un sistema complesso che ospita trilioni di microrganismi, collettivamente definiti microbiota. La maggior parte di questi risiede nel tratto gastrointestinale, costituendo una biomassa metabolicamente attiva fondamentale per la salute dell'ospite.

Funzioni protettive del microbiota

In condizioni di salute, o eubiosi, il microbiota svolge funzioni critiche che l'infermiere deve preservare:

  • Effetto barriera (resistenza alla colonizzazione): I batteri commensali competono con i patogeni per i nutrienti e i siti di adesione sulla mucosa, producendo inoltre batteriocine (composti antimicrobici naturali) che inibiscono la crescita di invasori esterni. Questo meccanismo è la prima linea di difesa contro infezioni opportunistiche come quelle da Clostridioides difficile.
  • Modulazione immunitaria: Il microbiota "addestra" il sistema immunitario associato alle mucose (GALT - Gut-Associated Lymphoid Tissue), favorendo la tolleranza verso gli antigeni alimentari e potenziando la risposta contro i patogeni. Una flora equilibrata stimola la produzione di IgA secretorie e mantiene l'integrità delle tight junctions dell'epitelio intestinale, prevenendo la traslocazione batterica nel torrente ematico.
  • Asse intestino-polmone: Recenti evidenze suggeriscono un "dialogo" immunologico tra l'intestino e i polmoni. La disbiosi intestinale può influenzare negativamente la risposta immunitaria polmonare, rendendo l'ospite più suscettibile a infezioni respiratorie virali e batteriche, inclusa la polmonite.

L'Impatto della terapia antibiotica: la disbiosi

L'introduzione di un antibiotico, specialmente se ad ampio spettro, agisce come una "bomba ecologica" sul microbiota. Il farmaco non distingue tra patogeno bersaglio e flora commensale benefica, causando una drastica riduzione della diversità microbica (disbiosi). Questo vuoto ecologico permette la proliferazione di patogeni opportunisti intrinsecamente resistenti o che hanno acquisito resistenze, i quali possono poi causare sovrainfezioni gravi. L'infermiere deve essere consapevole che ogni dose di antibiotico somministrata altera questo delicato equilibrio, aumentando il rischio che il paziente diventi un serbatoio di germi multiresistenti (MDR) trasmissibili ad altri degenti.

Meccanismi di resistenza intrinseca e acquisita

La resistenza agli antibiotici è un fenomeno evolutivo darwiniano accelerato dalla pressione selettiva. I batteri, organismi dotati di una straordinaria plasticità genetica, hanno sviluppato strategie biochimiche raffinate per sopravvivere in ambienti ostili.

La resistenza può essere intrinseca (costitutiva della specie batterica, es. i micoplasmi non hanno parete cellulare e sono quindi naturalmente resistenti ai beta-lattamici) o acquisita. Quest'ultima è la più preoccupante in ambito clinico e si manifesta attraverso quattro meccanismi principali, spesso coesistenti nello stesso microrganismo.

Trasferimento genetico orizzontale (HGT)

Ciò che rende l'AMR una minaccia pandemica è la capacità dei batteri di "condividere" queste armi genetiche non solo con la propria progenie (trasmissione verticale), ma anche con batteri vicini, anche di specie diverse. Questo avviene tramite:

  1. Coniugazione: Il "sesso batterico". Un batterio trasferisce materiale genetico (plasmidi circolari, spesso contenenti cassette di geni di resistenza multipli) a un altro batterio tramite un ponte citoplasmatico (pilo). Questo è il meccanismo principale di diffusione della resistenza negli ospedali (es. enterobatteri).
  2. Trasformazione: Il batterio acquisisce DNA "nudo" libero nell'ambiente, rilasciato dalla lisi di altri batteri morti.
  3. Trasduzione: Virus batteriofagi trasportano accidentalmente geni di resistenza da un batterio all'altro.

Il biofilm: la fortezza batterica

Un concetto cruciale per la pratica infermieristica è quello di biofilm. I batteri raramente vivono in forma planctonica (libera); tendono invece ad aderire alle superfici (biologiche o artificiali) e a secernere una matrice polimerica extracellulare (EPS) che li avvolge e protegge. All'interno del biofilm, i batteri sono fino a 1.000 volte più resistenti agli antibiotici e alle difese immunitarie rispetto alla forma libera.

I dispositivi medici gestiti dagli infermieri (CVC, cateteri vescicali, tubi endotracheali, protesi) sono il substrato ideale per la formazione di biofilm. Una volta che un biofilm si è stabilito su un catetere, l'eradicazione farmacologica è quasi impossibile; spesso l'unica soluzione è la rimozione meccanica del dispositivo. Questo sottolinea l'importanza vitale delle tecniche asettiche durante l'inserimento e la gestione dei dispositivi per prevenire la colonizzazione iniziale.

Epidemiologia e impatto: la situazione in italia e in europa

L'analisi dei dati epidemiologici non è un esercizio statistico, ma uno strumento per comprendere la magnitudo del rischio a cui sono esposti i pazienti. L'Italia, purtroppo, si colloca tra i paesi europei con le peggiori performance in termini di consumo di antibiotici e tassi di resistenza.

Consumi e resistenze: un primato negativo

Secondo i dati congiunti dell'ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) e dell'ISS (Istituto Superiore di Sanità), l'Italia è maglia nera in Europa per l'AMR, con un impatto stimato di circa 12.000 decessi annui, che rappresentano un terzo di tutti i decessi per antibiotico-resistenza nell'intera Unione Europea.

Il consumo di antibiotici in Italia è sistematicamente superiore alla media europea: il 44,7% dei pazienti ospedalizzati riceve una terapia antibiotica, contro una media UE del 33,7%.2 Questo iper-utilizzo crea una pressione selettiva costante che favorisce l'emergere di ceppi resistenti.

I patogeni "ESKAPE" e le infezioni correlate all'assistenza (ICA)

Il gruppo di patogeni che desta maggiore preoccupazione è noto con l'acronimo ESKAPE (Enterococcus faecium, Staphylococcus aureus, Klebsiella pneumoniae, Acinetobacter baumannii, Pseudomonas aeruginosa, Enterobacter spp.). Questi microrganismi sono i principali responsabili delle Infezioni Correlate all'Assistenza (ICA), che in Italia colpiscono l'8,2% dei ricoverati (vs 6,5% media UE).

Focus sui "Superbatteri" in Italia
  1. Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi (CPE): L'Italia è endemica per questo patogeno. La resistenza ai carbapenemi (antibiotici di ultima risorsa) rende le infezioni da Klebsiella estremamente difficili da trattare, con tassi di mortalità elevati. È un tipico patogeno ospedaliero trasmesso tramite le mani del personale o dispositivi contaminati.
  2. Acinetobacter baumannii MDR: Spesso isolato nelle Terapie Intensive, presenta profili di resistenza estesa (XDR) o totale (PDR), resistendo talvolta anche alla colistina. È associato a polmoniti da ventilatore (VAP) e batteriemie.1
  3. Staphylococcus aureus (MRSA): Sebbene la prevalenza sia in leggera diminuzione o stazionaria, l'MRSA rimane una causa primaria di infezioni del sito chirurgico e infezioni associate a cateteri vascolari.2
  4. Pseudomonas aeruginosa: Particolarmente temibile per la sua capacità di formare biofilm robusti e per le pompe di efflusso, colpisce pazienti con fibrosi cistica, grandi ustionati e immunocompromessi.1

L'impatto economico è devastante: si stimano costi sanitari per oltre 2,4 miliardi di euro l'anno in Europa per gestire queste infezioni, dovuti al prolungamento delle degenze, all'uso di farmaci più costosi e alla necessità di isolamento.2

Farmacologia clinica per l'infermiere: ottimizzare la terapia

L'infermiere è l'ultimo baluardo di sicurezza prima che il farmaco entri nel corpo del paziente.

Una conoscenza approfondita della farmacocinetica (PK) e della farmacodinamica (PD) degli antibiotici è essenziale per garantire che la terapia prescritta sia effettivamente efficace e non contribuisca alla selezione di resistenze.

Classificazione AWaRe dell'OMS

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha introdotto la classificazione AWaRe per guidare l'uso appropriato degli antibiotici, un concetto che l'infermiere deve padroneggiare per comprendere la strategia terapeutica 18:

  • Access: Antibiotici a spettro ristretto, con basso potenziale di resistenza e buon profilo di sicurezza (es. amoxicillina). Dovrebbero costituire il 60% dell'uso totale.
  • Watch: Antibiotici ad ampio spettro, con più alto potenziale di resistenza (es. fluorochinoloni, cefalosporine di 3^ gen, macrolidi). Da usare con cautela e monitoraggio specifico.
  • Reserve: Antibiotici di "ultima spiaggia" (es. ceftazidime-avibactam, colistina, linezolid), da riservare al trattamento di infezioni confermate da germi MDR quando le altre opzioni hanno fallito. Il loro uso richiede spesso un monitoraggio intensivo.

Principi pk/pd: tempo-dipendenza vs. concentrazione-dipendenza

Non tutti gli antibiotici funzionano allo stesso modo. La modalità di somministrazione (bolo, infusione breve, infusione estesa o continua) influenza drasticamente l'efficacia battericida in base alla classe farmacologica.

Il ruolo dell'infermiere nell'antimicrobial stewardship (AMS)

L'Antimicrobial Stewardship non è una mansione burocratica, ma un approccio clinico integrato. L'infermiere, definito come "gli occhi e le orecchie" del team di stewardship, agisce in tre ambiti fondamentali: diagnostico, terapeutico e decisionale.6

Stewardship diagnostica: la qualità del campione

Una diagnosi microbiologica errata porta inevitabilmente a una terapia antibiotica errata. L'infermiere è responsabile della corretta esecuzione dei prelievi colturali.

Il prelievo per emocoltura è una procedura critica. Una contaminazione del campione con batteri della flora cutanea (es. Staphylococcus epidermidis) genera un "falso positivo". Questo costringe il medico a trattare una sepsi inesistente, spesso ricorrendo alla vancomicina, aumentando tossicità, costi e resistenze.

Buone pratiche:
  • Eseguire il prelievo prima dell'inizio della terapia antibiotica (o al valle della somministrazione se terapia in corso).
  • Disinfezione rigorosa della cute (clorexidina alcolica) lasciando asciugare l'antisettico.
  • Non prelevare da catetere venoso centrale (salvo sospetta infezione del catetere stesso, e sempre in abbinamento a prelievo periferico per calcolo del Differential Time to Positivity).
  • Riempire i flaconi con il volume di sangue corretto (il volume è la variabile più importante per la sensibilità del test).
Urinocolture e la gestione della batteriuria asintomatica

Uno degli errori più diffusi è l'esecuzione di urinocolture su pazienti asintomatici, specialmente anziani o portatori di catetere vescicale, solo perché l'urina appare "torbida" o "maleodorante". L'infermiere deve sapere che:

  1. Batteriuria Asintomatica (ASB): La presenza di batteri nelle urine in assenza di segni/sintomi sistemici o locali (febbre, dolore al fianco, disuria acuta) è comune e non richiede trattamento antibiotico (eccetto in gravidanza o prima di procedure urologiche invasive).26
  2. Trattare l'ASB non previene future infezioni sintomatiche, ma seleziona germi resistenti e causa effetti collaterali (es. infezione da C. difficile).
  3. L'urina maleodorante o torbida non è di per sé indicazione di infezione urinaria (IVU) e non giustifica l'esecuzione di un'urinocoltura né l'inizio di una terapia.
    Ruolo Infermieristico: Educare il paziente e i colleghi a non richiedere colture in assenza di sintomi clinici ("Stewardship della coltura").

Igiene delle mani: oltre la routine

L'igiene delle mani resta il singolo intervento più efficace. Non si tratta solo di "lavarsi le mani", ma di farlo nei momenti giusti per interrompere la catena epidemiologica.

Particolare attenzione va posta al Momento 5 (dopo il contatto con l'ambiente circostante il paziente): i batteri MDR (come VRE e Acinetobacter) possono sopravvivere per giorni sulle sponde del letto, sui comodini e sulle pulsantiere. Toccare queste superfici senza igienizzare le mani equivale a toccare il paziente infetto.

L'antibiotic "time-out"

Il "Time-out" è una pausa formale nella terapia, solitamente a 48-72 ore dalla prescrizione empirica, momento in cui sono disponibili i dati microbiologici. L'infermiere deve facilitare questo processo ponendo domande chiave al team:

  • "Abbiamo i risultati dell'antibiogramma?"
  • "La terapia attuale copre il patogeno isolato (o è troppo ampia)?"
  • "Possiamo passare alla terapia orale?"
  • "È stata definita una data di fine terapia?"

Comunicazione, educazione e "One Health"

L'AMR è anche un problema culturale e comportamentale. L'infermiere si trova spesso a dover gestire le aspettative dei pazienti che richiedono antibiotici per condizioni virali autolimitanti.

Il paziente che "pretende" l'antibiotico spesso esprime un bisogno di cura e di rassicurazione, non necessariamente di farmaci. Una comunicazione inefficace può portare a conflitti o alla prescrizione difensiva.

Educazione alla dimissione e aderenza

Alla dimissione, l'istruzione non deve essere generica. È necessario spiegare:

  • Aderenza: Assumere tutte le dosi prescritte agli orari indicati. Saltare le dosi favorisce la selezione di resistenze.
  • Fine terapia: Completare il ciclo prescritto (salvo diversa indicazione medica), ma non prolungarlo arbitrariamente "per sicurezza".
  • Smaltimento: Non conservare antibiotici avanzati in casa. Non gettarli nel water o nel lavandino, ma smaltirli negli appositi contenitori in farmacia per evitare l'inquinamento ambientale.

L'approccio One Health

L'infermiere deve promuovere la consapevolezza che la salute umana è interconnessa con quella animale e ambientale. L'abuso di antibiotici negli animali domestici o negli allevamenti contribuisce alla resistenza che poi colpisce l'uomo attraverso la catena alimentare o il contatto diretto. Un uso responsabile, anche sui propri animali da compagnia, è parte della soluzione.

Per concludere

La lotta all'antibiotico-resistenza richiede un cambiamento di paradigma nella professione infermieristica. Non è più sufficiente essere esecutori tecnicamente abili; è necessario divenire professionisti intellettualmente coinvolti nella governance del rischio infettivo.

Dalla comprensione dei meccanismi molecolari che permettono a un batterio di distruggere un antibiotico, alla gestione rigorosa di un catetere vescicale per prevenire una CAUTI; dalla capacità di prelevare un'emocoltura senza contaminarla, alla competenza comunicativa per spiegare a un paziente perché non ha bisogno di un antibiotico per la sua influenza: ogni azione infermieristica ha un impatto diretto sulla curva epidemiologica dell'AMR.

L'infermiere Antimicrobial Steward è colui che protegge il paziente due volte: la prima dall'infezione, la seconda dagli effetti collaterali e dai rischi ecologici di una terapia antibiotica non necessaria. Investire nella formazione e nell'autonomia infermieristica in questo ambito non è un'opzione, ma l'unica strategia sostenibile per garantire che gli antibiotici rimangano una risorsa efficace anche per il futuro.

Bibliografia

 

Foto di Edward Jenner

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