Il Pronto Soccorso è spesso un mare in tempesta. Tra il bagliore freddo dei neon, il suono incessante dei monitor e l'urgenza che scandisce ogni respiro, i pazienti approdano al triage avvolti da un mantello silenzioso e soffocante.

Il dolore è un linguaggio universale, eppure è un'esperienza intimamente solitaria. Come infermieri, noi siamo le prime sentinelle su questa linea di confine. Le nostre eccezionali competenze tecniche, la nostra rapidità nell'incannulare una vena, nel fare piani assistenziali multidimensionali o nell’effettuare una RCP, rischiano di svuotarsi di significato se perdiamo di vista la nostra umanità.

L'Articolo 4 del Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche, faro guida della nostra professione anche in questo frenetico 2026, ci ricorda in modo inequivocabile che "Il tempo di relazione è tempo di cura". Questo assioma trova la sua massima e più cruda espressione di fronte al dolore acuto. Entrare in relazione empatica con chi soffre significa validare quel dolore, offrendo ascolto e comprensione prima ancora di preparare una siringa.

Il dolore acuto rappresenta il sintomo di presentazione più comune tra i pazienti che accedono in Pronto Soccorso, con una prevalenza che oscilla tra il 52% e il 78%. Dal punto di vista clinico, non è solo un allarme biologico; è una complessa architettura fisiopatologica. Può essere di natura nocicettiva, derivante dalla stimolazione di recettori cutanei o viscerali a causa di un danno tissutale, oppure neuropatica, generato da un'alterazione nella trasmissione degli impulsi nervosi. A volte, come nelle sindromi neoplastiche, le due componenti si intrecciano in un dolore misto. Ma lo sguardo infermieristico deve spingersi oltre l'anatomia, per abbracciare il concetto di "dolore totale". La sofferenza fisica del paziente si fonde indissolubilmente con l'ansia e la solitudine (dolore psicologico), con la paura della morte e la perdita di dignità (dolore spirituale), e con la preoccupazione per il proprio ruolo familiare o lavorativo (dolore socio-economico). Il dolore si erge così come un muro di cristallo, invisibile ma impenetrabile: si frappone tra il paziente e la sua stessa vita, isolandolo, e si alza prepotentemente tra il malato e il professionista sanitario.

L'oligoanalgesia e la frantumazione del muro

Perché, nell'era della medicina avanzata, i pazienti continuano a soffrire inutilmente? Questo dramma silenzioso prende il nome di "oligoanalgesia", ovvero l'insufficiente trattamento del dolore. Si tratta di una responsabilità condivisa, un pesante fardello culturale che ci vede talvolta complici. Come infermieri, per poter curare, dobbiamo prima riconoscere i demoni che ostacolano la nostra assistenza. I fattori che alimentano l'oligoanalgesia sono molteplici e subdoli:

La precedenza quasi ossessiva data alla diagnosi e al trattamento del problema medico sottostante, lasciando il sintomo dolore in secondo piano.

  • Il timore anacronistico di mascherare i sintomi clinici.
  • La paura infondata da parte del personale di causare dipendenza nel paziente.
  • La grave sottostima, da parte degli operatori sanitari, del dolore effettivamente provato dalla persona.
  • Le barriere create dalle differenze culturali nell'esprimere il dolore, sommate a una scarsa comunicazione o alla riluttanza del paziente stesso a chiedere aiuto.
  • Un addestramento storico inadeguato a riconoscere o a trattare tempestivamente il dolore.

Ritardare l'analgesia è un atto che peggiora inevitabilmente l'esito clinico della persona. Il dolore non trattato innesca una severa sindrome da stress, con rilascio di citochine, aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, che in un paziente fragile può persino precipitare in uno scompenso di circolo. Dobbiamo cambiare paradigma. La classica scala a tre gradini dell'OMS risulta ormai superata e inadeguata per la gestione del dolore acuto e severo in Pronto Soccorso. La realtà clinica richiede un'analgesia multimodale: un approccio dinamico che combina farmaci con diversi meccanismi patogenetici per ridurre l'infiammazione e prevenire la cronicizzazione. Dobbiamo abbandonare l'inutile accanimento terapeutico: se un FANS raggiunge il suo "effetto tetto", aumentare la dose genererà solo tossicità gastrointestinale o renale; la vera competenza sta nel saper cambiare tempestivamente farmaco.

I più fragili: anziani e nuove vie di cura

L'empatia infermieristica esige un'attenzione chirurgica verso i più vulnerabili. Nel paziente anziano, il dolore è un compagno di vita subdolo: si stima che il 50% delle persone anziane autosufficienti ne soffra cronicamente, percentuale che s'impenna nelle strutture residenziali. Quando un anziano giunge in Pronto Soccorso, porta con sé un bagaglio di comorbilità e terapie complesse. Qui, regna un falso e pericoloso mito: la convinzione che gli oppiacei maggiori (come morfina o fentanyl) non vadano utilizzati nell'anziano perché indurrebbero delirio.

La scienza e l'evidenza clinica urlano l'esatto opposto: è proprio il dolore scarsamente controllato la vera causa del delirio. Negli anziani senza deficit cognitivi, il delirio è ben 25 volte più frequente in chi riceve dosi troppo basse di morfina rispetto a chi è adeguatamente trattato. Con la giusta titolazione e un attento monitoraggio, gli oppioidi sono farmaci sicuri e imprescindibili per il dolore moderato-severo.

Inoltre, il "prendersi cura" passa anche dalla scelta di ridurre il trauma fisico. La via di somministrazione endonasale rappresenta una conquista meravigliosa nell'emergenza: una via incruenta, rapida e sicura sia per l'operatore che per il paziente. Sfruttando la ricca vascolarizzazione della mucosa nasale, i farmaci raggiungono il circolo sistemico eludendo il metabolismo epatico di primo passaggio, con un'efficacia sovrapponibile a quella endovenosa. È una carezza clinica formidabile, specialmente per i bambini, che possono ricevere analgesia o sedazione senza il terrore di un ago.

Curare il dolore significa, in ultima analisi, toccare l'anima della persona. Quando, in mezzo al caos del DEA, riusciamo ad alleviare il tormento di una colica renale con il ketorolac, o l'agonia di una frattura di femore con un oppiaceo, non stiamo semplicemente alterando una complessa neurochimica recettoriale; stiamo restituendo dignità. L'infermiere è il ponte che scavalca quel muro invisibile. E qui torniamo al nostro fondamento, alla radice della nostra professione: "il tempo di relazione è tempo di cura". Valutare il dolore non è solo trascrivere un numero da 1 a 10 su una scala NRS. È guardare il paziente negli occhi, sfiorargli il braccio e dirgli: "Sono qui, ti credo, e affronteremo questa tempesta insieme".

Nel ritmo implacabile del Pronto Soccorso, l'eccellenza infermieristica non risiede solo nell'abilità di somministrare farmaci, ma nel coraggio di somministrare presenza, ascolto e profonda, radicale umanità.

Bibliografia

  • Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI). (2025). Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche. FNOPI. (Applicato e in vigore per la pratica infermieristica nel 2025).
  • Maino, C.  Il dolore acuto in pronto soccorso [Materiale formativo / PDF]. Italia Emergenza.
  • World Health Organization (WHO). (1986). Cancer pain relief (WHO pain ladder). Geneva: World Health Organization.
  • Yousefifard, M., Toloui, A., & Hosseini, M. (2022). Intranasal administration of analgesics in the emergency department: A comprehensive review. Journal of Emergencies, Trauma, and Shock, 15(1), 4-11.

 

Foto di Tima Miroshnichenko

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