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In un panorama sanitario in costante evoluzione, la voce di chi vive la corsia e la gestione dei reparti ogni giorno diventa una bussola fondamentale per l'intera categoria.

Silvano Biagiola, infermiere di lunga esperienza, incontra Giulia, una giovane e altamente qualificata Coordinatrice Infermieristica. A soli 33 anni, Giulia ci offre uno spaccato lucido e appassionato della professione: un racconto che parte dall'esperienza clinica in terapia intensiva per approdare alla complessità della gestione delle risorse umane e alla visione futura della formazione universitaria.

Silvano: Oggi abbiamo con noi la dott.ssa Giulia.

Ciao Giulia, ti ringrazio per questa intervista che stiamo facendo oggi. Ti va di presentarti? Da quanto tempo fai questo lavoro? Qual’è il tuo ruolo e che studi hai fatto?

Giulia: Attualmente sono coordinatrice della Sub-Intensiva Neurologica e della Neurologia per la riabilitazione cognitivo-comportamentale. Sono coordinatrice infermieristica da un anno — mese più, mese meno — quindi ho avuto un’esperienza precedente come infermiera clinica. Ho lavorato sia in reparti polispecialistici di medicina e chirurgia, sia in cardiologia. Fino ad arrivare agli ultimi cinque anni prima di diventare coordinatrice... In quel periodo mi sono divisa tra la rianimazione COVID-19 e la terapia intensiva post-operatoria cardiochirurgica. Il mio percorso di studi è iniziato con la laurea triennale. Dopodiché, ho alternato il lavoro a diversi titoli: un Master come assistente di ricerca clinica, un Master di primo livello in fiunzioni di management e coordinamento e uno sull'inserimento di accessi venosi centrali (il cosiddetto PICC team). Questi sono i miei tre Master, a cui si aggiunge la Laurea Magistrale che ho conseguito qualche anno fa, nel 2016. Dopo di che, per vari motivi, negli ultimi anni ho dovuto rallentare un po' gli studi, ma mi tengo aggiornata attraverso l'insegnamento: sono docente universitaria alla Sapienza per il corso di laurea triennale in infermieristica. Questo è il mio background.

Silvano: Quanti anni hai?

Giulia: Ne ho 33 compiuti a novembre, quindi da poco. Mi sono data un po' da fare, c'è bisogno di questo.

Silvano: E posso chiederti qual è stata la "scintilla" che ti ha portato a scegliere la professione infermieristica e cosa la tiene accesa ancora oggi?

Giulia: La scintilla è stata mia madre. Lei non voleva fare l'infermiera, ma l'ostetrica. Da lei ho imparato questo senso di dover aiutare gli altri, ma in modi diversi. Mi è sempre piaciuto essere utile a livello clinico: fin da bambina non ho mai avuto paura di assistere qualcuno che avesse bisogno di aiuto. Da lì è nato il percorso. Durante gli ultimi anni di liceo ho controllato tutte le università presenti in Italia e, vedendo il programma di studi, non ci ho pensato un attimo. Ho fatto solo il test di infermieristica, sia nelle private che nelle pubbliche. Solo quello, non avrei mai voluto fare nient'altro. È stata una scelta davvero decisa. Parlando razionalmente, la scintilla è che ho sempre amato le sfide. Per me l'infermieristica in Italia è una sfida, perché è una professione in crescita. Credo nel cambiamento ed è il motivo per cui non cambierei mai lavoro, nonostante i molti problemi che esistono nel nostro Paese. Credo nel futuro di questa professione: è questa la sfida che mi spinge a continuare a crescere e a credere negli altri infermieri, non solo nella mia crescita personale.

Silvano: Se dovessi dare un voto da 1 a 10 a questa tua motivazione rispetto al passato, che numero daresti?

Giulia: 8. È alto, sì, ci credo ancora.

Silvano: Quali sono, secondo te, le tre competenze fondamentali per gli infermieri di oggi?

Giulia: Il pensiero critico, prima di tutto. È la base: devi saper ragionare prima ancora di "sapere". Poi le competenze pratiche e l’aggiornamento continuo, per avere personale competente in quello che fa. E infine la consapevolezza. Parlo della consapevolezza del proprio essere professionisti. Non tutti lo sono. Intendo la consapevolezza della professione che si sta svolgendo e di chi sia davvero l'infermiere. Al di di come è scritto nel Codice Deontologico, non credo che tutti sappiano davvero chi è l'infermiere, inclusi gli infermieri stessi.

Silvano: Cosa ne pensi del livello medio di consapevolezza tra gli infermieri?

Giulia: Sta migliorando. Grazie alla piena acquisizione di responsabilità e autonomia, stiamo andando verso la consapevolezza di chi siamo. Ma non è ancora così radicata, specialmente nei giovani speravo lo fosse di più. Diciamo che l'80% è consapevole, ma forse non tutti hanno la forza di esserlo fino in fondo; lo status quo in Italia spinge un po' a dimenticare chi siamo, a non avere più la forza di andare avanti. C'è poi quel 20% che ancora non conosce bene l'essenza dell'infermiere. Almeno, questa è la mia percezione.

Silvano: Quale innovazione pensi avrà un grande impatto nei prossimi cinque anni per portare più consapevolezza?

Giulia: Secondo me bisogna lavorare molto sulla didattica, sull'università. Sulla base dove l'infermiere "nasce", cioè sulla triennale. Se formiamo un infermiere che ha già un'idea strutturata di chi è, allora tutto cambia. La consapevolezza nasce "in adrenalina": dal momento in cui finisci la triennale e hai quella responsabilità da solo, il primo giorno di lavoro, devi sapere cosa stai dando al paziente. Io devo ringraziare il mio percorso di studi perché mi ha dato questa radice. Secondo me, oltre alla parte puramente

clinico-medica, dovrebbero esserci infermieri che insegnano agli infermieri in tutte le università. Spesso non succede. Come posso essere consapevole se non imparo dai miei simili? Quindi, se mi chiedi cosa avrà impatto: l'università. Punto.

Silvano: Come descriveresti il livello di collaborazione e l'equilibrio di responsabilità tra medico e infermiere nel tuo contesto?

Giulia: Mi picchieranno per questo, ma devo dirlo: gli infiermieri sono più consapevoli della propria responsabilità rispetto alla parte medica. Spesso gli infermieri si trovano a farsi carico di tutto — del paziente, dei parenti — nonostante i numeri ridotti.

L'infermiere riesce a capire cosa deve fare in autonomia, mentre altre professioni forse sono più settorializzate e non si rendono conto che la loro responsabilità non finisce nel loro stretto campo di competenza, ma richiede collaborazione. Nel mio reparto il gruppo è giovane e le cose stanno migliorando molto negli ultimi quattro mesi. C'è

un'escalation positiva e la responsabilità è sempre più percepita dal personale. A livello generale, nel privato c'è più percezione di questa distinzione rispetto al pubblico: lì il percorso di lavoro e le sfere di competenza sono spesso dettate in modo molto chiaro dall'azienda.

Silvano: Tra 10 anni, che cambiamento speri abbia raggiunto la professione a livello nazionale?

Giulia: Spero che diventi una professione che "conta". Penso che possiamo farcela. Se guardiamo agli ultimi anni, ci sono stati cambiamenti fantastici; abbiamo raggiunto livelli impensabili fino a poco tempo fia. Credo che tra dieci anni saremo una forza professionale con un impatto reale sulla salute nel territorio.

Silvano: Passiamo al tuo ruolo di coordinatrice. Qual è la sfida più grande nella gestione delle risorse umane?

Giulia: Il team building. La gestione puramente manageriale (spostare persone tra i turni) richiede solo conoscenza e programmi informatici. La vera sfida è tenere insieme il gruppo. Io coordino 17 infermieri più 4 OSS. Creare e mantenere gli equilibri interni affinché il gruppo non si disintegri è la cosa più difficile. Gestire la parte emotiva e caratteriale delle persone è molto più complesso che insegnare l'assistenza durante una puntura lombare. Se le persone non stanno bene emotivamente nel posto in cui lavorano, non renderanno mai al 100%.

Silvano: Quale strategia adotti per migliorare il team building?

Giulia: La trasparenza assoluta. Io sono il centro di gravità: devo affrontare le cose che non funzionano. Cerco di creare un ambiente dove non si abbia paura di parlare o di commettere errori. Se qualcuno sbaglia, cerchiamo una soluzione proattiva insieme invece di colpevolizzare la persona. Organizzo brevi formazioni mensili, sia online che in presenza, sui problemi del reparto. E poi momenti di leggerezza, come l'aperitivo di Natale, per scambiare due risate fuori dal lavoro.

Silvano: Grazie Giulia, sei stata esaustiva e onesta. Vorrei chiudere con una domanda che farò a tutti: una frase che riassume la tua filosofia di assistenza.

Giulia: Questa è difficile! Vediamo... è la frase che mia madre mi dice da quando sono nata: "Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te". Agisci come se fossi davanti a te stesso.

Silvano: Grazie mille Giulia.

Giulia: Grazie a te.

Ci vediamo alla prossima intervista, care colleghe e cari colleghi!

dott. Silvano Biagiola, infermiere

 

Foto di Tima Miroshnichenko

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