riflettere

Il sole era calato già da un po'. L'oscurità, in punta di piedi, stava rubando la scena alla penombra e ogni cosa, intorno, si faceva più lenta, più mite. Ero a casa, perduto a osservare l'avanzare della notte che inghiottiva gli ultimi riflessi del giorno, e lasciavo scivolare la mente sulle trame del quotidiano, su ciò che mi aveva attraversato nei giorni appena trascorsi.

Quando mi preparo per il turno di notte, specialmente dopo aver concesso al corpo un breve riposo pomeridiano, i pensieri iniziano a correre veloci, inarrestabili. A volte si fanno assordanti, caotici, proprio come il traffico di Roma alle otto del mattino in una gelida giornata d'inverno. Altre volte, invece, scendono placidi, accarezzati da una vena di nostalgia, simili al respiro di un'estate che volge al termine, portando con sé l'inquietudine silenziosa del ritorno alla solita routine.

Ecco, oggi mi sentivo esattamente così.

Calmo, eppure attraversato dalla nostalgia. La routine in cui sono immerso in questo periodo è uno specchio che mi spinge a guardarmi dentro nel profondo. Sento un fremito d'ansia, ma anche un'incrollabile fiducia nel mio domani. Mi sento pronto a vivere un anno con tutto me stesso, ma percepisco in fondo al cuore il timore di un bambino: un bambino pieno di entusiasmo, che però resta a tratti smarrito e perplesso di fronte all'immensità di ciò che accade intorno a lui, sentendosi ancora piccolo e inesperto.

Ecco, oggi mi sentivo esattamente così.

La vita del turnista mi trascina spesso in dimensioni in cui, all'apparenza, il domani è una tela ancora tutta da dipingere. Mi sento spaesato ma bruciante di curiosità, esausto ma invincibile, profondamente solo eppure circondato da un mare di persone. Sono sentimenti e consapevolezze che stridono tra loro, contrastanti come il tentativo vano di mescolare l'olio con l'acqua. Percepisco ognuno di questi elementi vibrare dentro di me, ma non riesco ancora a vederne il filo conduttore.

Ecco, oggi mi sentivo esattamente così.

Non di rado mi scopro a portare il peso del lavoro fin dentro le mura di casa. Ci sono giornate in cui la tensione del reparto, le asprezze del turno o i contrasti vissuti tra le corsie penetrano prepotentemente nel mio rifugio privato. Lo fanno come una lama fredda che affonda nel burro, separandolo in due metà ferite e incapaci di ricongiungersi. Sono da poco tornato dalle ferie estive, e questo stacco mi ha lasciato addosso un senso di disagio, subdolo e improvviso.

Ieri, per esempio, l'ansia si è fatta più acuta: ero a spasso per Roma con la mia compagna, immerso nella bellezza di una mostra, eppure quell'inquietudine si è insinuata con prepotenza nel nostro spazio intimo, strappandomi via dal "qui e ora". Credevo che quell'agitazione da rientro si fosse già dissolta, eppure la sera ho compreso di non aver ancora disinnescato tutto; sentivo il respiro ancora corto, affannoso. Come quello di un maratoneta che ha appena macinato i suoi venti chilometri.

Ecco, oggi ancora mi sentivo esattamente così.

Dopo dieci lunghi anni spesi in corsia, mi rendo conto che tutti questi turni vissuti in prima linea – con i bruschi sbalzi d'umore legati alle emergenze, i continui cambi di reparto, l'essere costantemente immerso in situazioni umanamente complesse e logoranti – generano in me echi emotivi potentissimi. Echi spesso invadenti, che forzano la porta del mio quotidiano e rendono le mie giornate più faticose, intessute di ombre.

Ma accade anche l'inverso: la mia vita privata, a volte, scivola tra i corridoi dell'ospedale. Quando ho un peso sul cuore, o la mente corre agli eventi vissuti fuori da lì, il mio turno subisce inevitabili distorsioni, pieghe inattese che mi trascinano in profonde ed estenuanti riflessioni.

Tutto questo, però, possiede anche una meravigliosa luce. A volte sono pensieri dolci quelli che mi accompagnano tra un paziente e l'altro: magari ho vissuto una bella giornata a casa, e i ricordi felici sembrano accarezzarmi il viso mentre svolgo i miei gesti di cura. Altre volte è il lavoro a regalarmi frammenti preziosi da portare a casa: una parola gentile, o un sorriso sincero che mi ha scaldato l'anima fino in fondo. Custodire e raccontare tutto questo è vitale per me; non posso e non voglio dar peso solo al buio, ho un disperato bisogno di celebrare la luce che mi sfiora. Questi frammenti di bellezza mi fanno sentire libero, leggero. Come una piuma che danza nel vento.

Ecco, ora mi sento esattamente così.

Voglio tenere stretti tutti quei giorni luminosi che il mio lavoro mi ha donato. Le emozioni vibranti, gli incontri indimenticabili, le soddisfazioni insperate: sono stati linfa vitale, carburante prezioso per il mio spirito anche oltre l'orario di lavoro. Mi hanno restituito l'entusiasmo per questa professione magnifica, che ho il privilegio di svolgere ogni singolo giorno. E, allo stesso modo, voglio serbare il ricordo delle giornate libere scivolate via in armonia, respirando amore e gioia. Sono proprio quei momenti di pace che mi permettono di sentirmi integro e appagato nel momento in cui indosso di nuovo la divisa. Proprio come le ferie che ho da poco lasciato alle spalle: caldi raggi di sole capaci di inondare di luce paesaggi rigogliosi e lussureggianti.

Vorrei salutarvi affidandovi una parola: contaminazione. Nel mio mestiere, la contaminazione evoca spesso il contatto con un batterio o con un virus. Ma, se la spogliamo del suo peso clinico, diventa una parola densa di magia, capace di descrivere la trasmissione di un’idea, di un valore profondo o l'eco di uno stato d’animo.

Inevitabilmente, la mia vita privata e il mio lavoro si “contaminano” a vicenda, e abbracciare questa consapevolezza è per me fondamentale. Devo accettare che avvenga, in alcune giornate come una marea, in altre come una lieve increspatura. Non sono una macchina, ma so di avere una responsabilità intima: verso me stesso e verso la divisa che porto. La responsabilità di restare vigile, cercando di proteggere, per quanto possibile, i confini di questi due mondi. Sono cresciuto, e imparo ogni giorno di più a farlo. Eppure, non voglio mai cadere nell'errore di abbassare la guardia. Essere adulti non significa aver tagliato un traguardo; al contrario, il momento in cui mi convinco di aver capito tutto, è proprio quello in cui, forse, non ho capito ancora nulla.

Questa professione meravigliosa merita di essere curata e accudita. Va amata come una piccola piantina appena nata, a cui donare l’acqua con dolcezza, proteggendola dalle folate di vento più dure.

Ecco, proprio come una piccola piantina che aspetta la sua acqua... Ora, mi sento esattamente così.

 

Foto di Stephanie Hau su Unsplash

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