La maggior parte delle persone può riconoscere la propria quotidianità nel susseguirsi di queste semplici e abitudinarie azioni: sveglia al mattino, corsa per arrivare in tempo al lavoro, ore passate a gestire urgenze, scadenze o turni in corsia, e poi alla fine si ritorna a casa.
Spesso le nostre giornate si riducono a questo, a un pendolarismo continuo tra il luogo in cui produciamo e il luogo in cui cerchiamo di recuperare le forze. Casa e lavoro, lavoro e casa.
Tra questi due luoghi c’è un vuoto, una mancanza, un pezzo di vita che si colloca esattamente nel mezzo, uno spazio neutro che un tempo dava respiro alle nostre comunità e che oggi stiamo lasciando svanire senza accorgercene.
Questa mancanza invisibile, ma percepibile, ha un impatto profondo sulla salute generale della persona, perché sappiamo oramai che non basta semplicemente riposare il corpo sul divano o accumulare ore di sonno per rigenerare la nostra mente. Abbiamo bisogno anche di un tessuto sociale vivo, che non richieda prestazioni o doveri lavorativi, né obblighi familiari. Abbiamo bisogno di un Terzo Luogo.
Il Terzo Luogo, quello spazio vuoto che ci stiamo dimenticando di proteggere
Nel 1989, il sociologo americano Ray Oldenburg pubblicò un libro illuminante, The Great Good Place, sull’importanza dei punti di ritrovo delle comunità per il benessere sia del singolo individuo sia dell’intera società (concetto alla base della Social Prescribing). Oldenburg notò come la vita di ogni persona ruotasse idealmente attorno a tre perni:
- Il Primo Luogo, ovvero la casa, il nucleo privato, domestico e familiare.
- Il Secondo Luogo, ovvero il posto di lavoro o di studio, dominato dalla produttività, dal dovere e dalle gerarchie economiche.
- Il Terzo Luogo, ovvero tutto il resto. Quegli spazi pubblici, inclusivi e accessibili dove le persone passano il tempo semplicemente per il gusto di stare insieme, conversare e rilassarsi, per alimentare la socialità e relazionarsi con gli altri.
Il Terzo Luogo ieri e oggi
Se guardiamo indietro nel tempo, i Terzi Luoghi erano il motore pulsante della società. Pensiamo ai caffè letterari parigini, alle piazze e ai bar dei piccoli centri o ai vecchi circoli di quartiere. Erano ambienti fisici in cui ci si incontrava per condividere idee, pensieri o semplicemente per stare insieme.
Oggi, molti di questi punti di ritrovo si sono trasformati in attività puramente commerciali, dove il consumo rapido ha sostituito la sosta prolungata. I grandi centri commerciali o le catene di caffetterie mostrano quelll'illusione di comunità, ma spesso si rivelano ambienti impersonali e transitori, dove il contatto umano rimane superficiale e ridotto all’osso.
Secondo la teoria di Oldenburg, un vero Terzo Luogo non è semplicemente uno spazio fuori casa e fuori dall’ambiente lavorativo. Per essere tale, infatti, deve avere caratteristiche ben precise:
- Neutralità: chiunque può entrare e uscire liberamente, senza avere l’obbligo di rimanere o spendere cifre elevate e senza l’obbligo di uno status sociale.
- Appiattimento delle differenze sociali: le barriere economiche e professionali cadono. Al tavolo di un vero circolo il primario ospedaliero, l'operaio e lo studente universitario discutono alla pari.
- La conversazione è l’attività principale: non si frequenta quel posto per guardare passivamente uno schermo o isolarsi con gli auricolari, ma per parlare e ascoltare, per avere uno scambio.
- Accessibilità e regolarità: il Terzo Luogo deve essere facile da raggiungere, accessibile e frequentato da persone che creano un'atmosfera accogliente e familiare.
Il Terzo Luogo esiste ancora?
Con la diffusione della tecnologia, degli smartphone e delle piattaforme di messaggistica, le porte che ci permettono di affacciarci al mondo, alla società e alla socialità sembrano essersi apparentemente moltiplicate in modo esponenziale. Abbiamo gruppi WhatsApp per ogni attività, chat di amici d'infanzia e profili social pieni di interazioni continue con persone che conosciamo e altre che non conosciamo ancora ma che abbiamo modo di conoscere virtualmente.
Questo tipo di socialità, però, è una mera illusione. Scambiare commenti sotto un post o inviare note vocali non può e non potrà mai equivalere a condividere uno spazio fisico, fatto di volti, di voci, di orecchie che ascoltano, di corpi che gesticolano.
La sociologia contemporanea ha evidenziato in diversi studi e libri come lo schermo filtri le emozioni, eliminando il linguaggio del corpo e quel senso di vicinanza spontanea che solo la presenza reale e il contatto tra due persone possono dare.
Le piazze digitali sono spesso vetrine in cui mostrare una parte di sé (e spesso nemmeno tanto autentica), non luoghi di vera decompressione, scambio e socialità.
La modernità fa la sua parte non solo con i social, ma anche con la privatizzazione del tempo libero. L'architettura delle città moderne e il mercato dei servizi a domicilio hanno favorito la nostra chiusura verso l'interno. Perché uscire la sera quando si può ordinare la cena con un'applicazione e guardare un film in streaming?
La comodità tecnologica ci sta progressivamente isolando. Il tempo libero si è trasformato in un'attività privata e solitaria che ci sta allontanando dal contatto con l'altro, che sta impoverendo i nostri rapporti sociali e di conseguenza il nostro benessere.
L'importanza del Terzo Luogo
Eppure, il Terzo Luogo è per tutti un posto fondamentale da custodire, coltivare e proteggere, una valvola di sfogo, un posto che arricchisce e consente di essere ciò che si è.
Quando si esce da un turno lavorativo, passare direttamente dalla tensione dell’ufficio alle responsabilità della casa o della famiglia può essere logorante. E questo è solo uno dei tanti esempi che sottolineano l’importanza di un luogo neutro.
Avere uno spazio di questo tipo, che sta esattamente tra casa e lavoro, permette di staccare la spina e ridurre i livelli di stress. È un ambiente a zero aspettative, dove nessuno chiede di prendere decisioni o di essere produttivo a tutti i costi.
Per di più, la psicologia ci dice che il senso di appartenenza, quella sensazione di sentirsi parte di una comunità, riduce i livelli di ansia sociale e contrasta il senso di solitudine oggi molto diffuso. Sapere che esiste un posto dove si viene riconosciuti semplicemente per il proprio nome o anche solo per il proprio viso familiare è essenziale per un essere umano. Questo tipo di legame sociale può anche diventare scudo contro il burnout e supportare la salute generale della persona.
Come recuperare e ricostruire il nostro Terzo Luogo
Un luogo così importante per il tessuto sociale e per il singolo individuo può essere davvero recuperato? Sicuramente sì, ma c’è bisogno di intenzionalità.
Non basta infatti mappare il nostro territorio e individuare librerie, caffè, parchi, associazioni o circoli sportivi da raggiungere. Il vero obiettivo è entrare a far parte di questi luoghi, essere e sentirsi partecipi, frequentarli con regolarità e non solo passarci per poter dire di esserci stati, magari una sola volta.
Per fare poi spazio al Terzo Luogo occorre mettere da parte definitivamente la nostra dipendenza dal digitale. Quando usciamo dall'ufficio o dall'università, proviamo a evitare la fretta di chiuderci subito in casa a guardare lo smartphone.
Fermiamoci in quel bar, lasciamo il telefono nella borsa per un sano social detox e ordiniamo qualcosa osservando chi ci circonda.
È in quei minuti di stop che si riattiva la nostra capacità di connessione con il mondo reale.
