Dolore cronico

Le stime più recenti, basate su un'indagine condotta in 146 Paesi su oltre 1,6 milioni di persone, mostrano che la prevalenza del dolore è passata dal 26,3% al 32,1% della popolazione tra il 2009 e il 20211, mentre secondo l'International Association for the Study of Pain (IASP) una persona su cinque convive con il dolore e una su dieci con una forma cronica1.

Numeri che, tradotti nella pratica quotidiana, significano che quasi sette pazienti ricoverati su dieci riferiscono dolore, e in oltre quattro casi su dieci si tratta di dolore severo1.

Ho deciso di approfondire questo tema e di scrivere questo articolo, con l'aiuto di Claude IA, dopo aver partecipato al corso FAD "Aspetti mentali del dolore: cronicità e regolazione emotiva", un percorso formativo che ho trovato davvero interessante e ricco di spunti pratici per la nostra professione. Il corso è gratuito ed è disponibile al seguente link: FAD - Aspetti mentali del dolore; vi segnalo che sarà attivo fino al 24 giugno 2027, ovviamente previo esaurimento dei posti disponibili (solo 500).

Dietro l'etichetta "dolore cronico" si nasconde una realtà tutt'altro che uniforme. Lombalgia, fibromialgia, cefalea, disturbo temporo-mandibolare, dolore pelvico cronico e sindrome dell'intestino irritabile sono condizioni molto diverse tra loro sul piano clinico, eppure condividono un tratto comune che sta cambiando il modo in cui la medicina le comprende: non nascono (solo) da un danno tissutale o da una lesione nervosa, ma da un'alterazione nel modo in cui il sistema nervoso centrale elabora e costruisce la sensazione dolorosa.

Tre meccanismi, un unico sintomo

Per decenni la classificazione del dolore ha seguito una logica binaria: il dolore nocicettivo, generato dall'attivazione dei nocicettori in risposta a un danno reale o potenziale ai tessuti non neurali, e il dolore neuropatico, causato da una lesione o da una patologia del sistema somatosensoriale2.

Nel 2017 l'IASP ha ufficialmente introdotto un terzo descrittore meccanicistico: il dolore nociplastico, definito come dolore che origina da un'alterazione della nocicezione, in assenza di un'evidenza chiara di danno tissutale reale o minacciato tale da attivare i nocicettori periferici, e in assenza di una lesione o patologia dimostrabile del sistema somatosensoriale2.

Il dolore nociplastico in breve

Non è "immaginario": è la conseguenza di una sensibilizzazione periferica e/o centrale, che si manifesta clinicamente con allodinia (dolore evocato da stimoli normalmente non dolorosi) e iperalgesia (risposta dolorosa amplificata rispetto allo stimolo)3.

I criteri clinici propongono almeno quattro elementi: dolore da più di 3 mesi; distribuzione regionale, multifocale o diffusa piuttosto che circoscritta; impossibilità di spiegare interamente il dolore con meccanismi nocicettivi o neuropatici; presenza di ipersensibilità agli stimoli nell'area dolorosa2.

Fibromialgia, lombalgia cronica, cefalea, disturbo temporo-mandibolare, dolore pelvico cronico e sindrome dell'intestino irritabile rientrano, in tutto o in parte, in questa categoria4.

Questa distinzione non è un esercizio nosografico fine a sé stesso. Ha conseguenze pratiche dirette: i farmaci efficaci sul dolore nocicettivo o neuropatico — FANS e, ancor più, gli oppioidi — hanno un'efficacia limitata sul dolore nociplastico e possono persino peggiorarne il decorso4.

Le linee guida internazionali (come il consenso BACPAP 2024) orientano invece verso trattamenti centrati, quando indicati, su farmaci ad azione centrale e, soprattutto, su un approccio multidisciplinare che integri la dimensione fisica e quella psicologica4.

Il cervello che costruisce il dolore

Uno degli aspetti più utili da comunicare ai pazienti è che il dolore non è mai una semplice "fotografia" di ciò che accade nei tessuti. È una costruzione attiva del sistema nervoso centrale, che integra segnali nocicettivi con memoria, aspettative, stato emotivo e contesto.

Nella fibromialgia, per esempio, la ricerca ha documentato un'architettura alterata delle reti cerebrali coinvolte nell'elaborazione del dolore, oltre a meccanismi periferici come la presenza di autoanticorpi che agiscono a livello dei gangli delle radici dorsali2. In altre parole: il sistema che dovrebbe modulare e "filtrare" gli stimoli dolorosi funziona in modo alterato, amplificando segnali che in condizioni normali non genererebbero dolore.

Questo spiega perché nella pratica clinica ci si imbatte spesso in una discrepanza, frustrante per il paziente quanto per chi lo assiste, tra l'intensità del dolore riferito e ciò che imaging e esami strumentali mostrano: pensiamo alla scarsa correlazione tra i reperti radiografici di artrosi del ginocchio e il dolore effettivamente percepito5. Non è un'incongruenza da liquidare, ma il segno che il dolore cronico va compreso, e comunicato al paziente, come fenomeno biopsicosociale, non come semplice specchio del danno tissutale.

Il circolo tra emozioni, pensieri e comportamenti

Il legame tra dolore cronico e salute mentale è bidirezionale e si autoalimenta. Da un lato, tratti di personalità, vissuti di stress cronico o eventi traumatici possono favorire l'insorgenza e influenzare il decorso di condizioni come la fibromialgia o la lombalgia cronica; dall'altro, il dolore persistente logora inevitabilmente le risorse psicologiche della persona, aprendo la strada ad ansia, depressione e disturbi del sonno6.

Una recente umbrella review che ha analizzato dati su oltre 950.000 persone con disturbi mentali conferma il dolore cronico come comorbidità significativa e trasversale, capace di alimentare un circolo vizioso in cui il dolore aggrava la sofferenza psicologica e la sofferenza psicologica, a sua volta, abbassa la soglia e la tolleranza al dolore6.

Uno dei modelli più solidi per comprendere questa dinamica è il modello fear-avoidance (paura-evitamento), proposto già nel 1983 e ancora oggi un riferimento centrale in letteratura. Il modello descrive come, di fronte a un episodio di dolore acuto, alcune persone sviluppino pensieri catastrofici sul significato del sintomo ("c'è qualcosa di grave", "mi farò male se mi muovo"), che generano paura del dolore e del movimento (kinesiofobia) e portano a comportamenti di evitamento7. Nel breve termine l'evitamento riduce la paura, ma nel lungo periodo la rinforza, innescando decondizionamento fisico, disabilità crescente e, spesso, umore depresso, un circolo che tende ad autoalimentarsi7. Una metanalisi su oltre 65.000 partecipanti ha confermato che catastrofizzazione, paura del dolore e ipervigilanza correlano in modo consistente con ansia, depressione, intensità del dolore e disabilità funzionale8.

Lo stress come regolatore silenzioso

Lo stress non è solo una conseguenza del dolore persistente, ma anche un suo importante fattore predisponente e di mantenimento. Accanto ai profili di evitamento da paura, la ricerca ha descritto anche pattern di "resistenza" disadattivi, in cui la persona sopprime pensieri di dolore e paura pur di mantenere le proprie attività: un adattamento solo apparente, che comporta comunque un costo psicofisiologico elevato9.

Lo stress psicosociale cronico è, in questo senso, un fattore di rischio riconosciuto per la cronicizzazione del dolore, indipendentemente dallo stile di coping adottato9.

Questo meccanismo riguarda da vicino anche la professione infermieristica. Un ampio studio condotto su quasi 148.000 infermieri cinesi ha evidenziato come turni intensi, carichi di lavoro elevati e lavoro su turni espongano il personale infermieristico a un'alta prevalenza di dolore, che, se non intercettato precocemente, può cronicizzarsi attraverso gli stessi meccanismi di sensibilizzazione periferica e centrale, alimentando un circolo vizioso tra dolore cronico e salute mentale (ansia, depressione, burnout, esaurimento)10. Conoscere questa dinamica non è quindi solo una competenza clinica da applicare ai pazienti, ma anche una chiave di lettura del proprio benessere professionale.

Gli strumenti psicoterapeutici di supporto

Se il dolore nociplastico e le sue comorbidità psicologiche nascono da un'alterazione nella modulazione centrale del dolore, ha senso che il trattamento più efficace agisca proprio su cognizioni, emozioni e comportamenti, accanto — non al posto — degli interventi fisici e farmacologici.

Le linee guida e le revisioni sistematiche più recenti convergono su un approccio biopsicosociale multidisciplinare4, di cui gli strumenti principali sono:

I principali strumenti psicoterapeutici

Terapia cognitivo-comportamentale (CBT) — lavora su conoscenza e percezione del dolore, apprendimento di strategie di coping attive, mantenimento nel tempo di tali strategie e problem solving nelle situazioni più difficili11. Una revisione sistematica su pazienti con lombalgia cronica ne conferma l'efficacia nel migliorare dolore, paura del movimento e autoefficacia11.

Acceptance and Commitment Therapy (ACT) — non punta a eliminare il dolore, ma ad aiutare la persona a costruire una vita piena e orientata ai propri valori nonostante il dolore, riducendo l'evitamento esperienziale12.

Esposizione graduata (graded exposure) — espone progressivamente la persona ai movimenti o alle attività temute, in una gerarchia controllata, per disinnescare la kinesiofobia e le convinzioni di evitamento da paura7.

Interventi basati sulla mindfulness — associati, insieme alla CBT, a miglioramenti significativi nelle strategie di coping disadattive rispetto ai controlli12.

Implicazioni per la pratica infermieristica

Per chi assiste quotidianamente persone con dolore cronico, riconoscere la componente nociplastica e la sua stretta relazione con la sfera psicologica cambia concretamente l'approccio assistenziale. Significa, ad esempio, non liquidare come "esagerato" o "psicosomatico" nel senso dispregiativo del termine un dolore che non trova piena corrispondenza negli esami strumentali; significa saper riconoscere i segnali di catastrofizzazione e di evitamento da paura nei pazienti, e comunicarli al team; significa, nella popolazione anziana e nei contesti di lungodegenza, dove il dolore cronico può interessare fino all'80% degli ospiti5, utilizzare strumenti di valutazione sia oggettivi sia soggettivi, calibrati sulle difficoltà comunicative e cognitive di questa fascia di popolazione5.

L'infermiere, per prossimità e continuità assistenziale, si trova spesso nella posizione privilegiata per intercettare precocemente questi segnali e per fare da ponte tra il paziente e un approccio multidisciplinare che integri fisioterapia, terapia farmacologica mirata e supporto psicologico — anziché rincorrere, da soli, un sollievo puramente farmacologico che rischia di essere parziale o inefficace.

In sintesi

Il dolore cronico, e in particolare la sua componente nociplastica, non è la storia di un tessuto danneggiato, ma quella di un sistema nervoso che ha imparato, spesso a sue spese, a percepire come minaccioso ciò che minaccioso non è, in un dialogo continuo con emozioni, pensieri e stress.

Comprendere questo meccanismo non toglie legittimità alla sofferenza della persona: al contrario, apre la strada a un'assistenza più efficace, che affianca alla cura del corpo l'attenzione alla mente.

Bibliografia

  1. Alanizi, F. et al. (2025). Nurses' Knowledge and Attitudes Toward Pain Assessment and Management: A Cross-Sectional Study. Nursing Research and Practice.
  2. Kosek, E. (2024). The concept of nociplastic pain — where to from here? Pain, 165(11S), S50–S57.
  3. Raja, S. N. et al. The Revised IASP definition of pain: concepts, challenges, and compromises. Pain.
  4. Ablin, J. N. (2024). Nociplastic Pain: A Critical Paradigm for Multidisciplinary Recognition and Management. Journal of Clinical Medicine, 13(19), 5741.
  5. Autori vari (2025). Management of Chronic Pain in Elderly Patients: The Central Role of Nurses in Multidisciplinary Care. Rassegna narrativa.
  6. Autori vari (2025). Chronic pain in mental disorders: An umbrella review of the prevalence, risk factors, and treatments across 957.168 people with mental disorders and 16.606.910 controls.
  7. Vlaeyen, J. W. S., & Linton, S. J. (2012). Fear-avoidance model of chronic musculoskeletal pain: 12 years on. Pain, 153, 1144–1147.
  8. Rogers, A. H. et al. (2022). A meta-analysis of the associations of elements of the fear-avoidance model of chronic pain with negative affect, depression, anxiety, pain-related disability and pain intensity. European Journal of Pain.
  9. Hasenbring, M. I. et al. Perceived psychosocial stressors and coping resources in chronic low back pain patients as classified by the avoidance-endurance model.
  10. Autori vari (2025). Association between chronic pain and mental health among nurses in China: a national cross-sectional study. BMC Nursing.
  11. Autori vari (2022). Evaluation of Cognitive Behavioral Therapy on Improving Pain, Fear Avoidance, and Self-Efficacy in Patients with Chronic Low Back Pain: A Systematic Review and Meta-Analysis.
  12. Medcentral (2019). Fear-Avoidance and Chronic Pain: CBT, mindfulness e Acceptance and Commitment Therapy nel trattamento del dolore cronico.

 

Foto di Natalia Olivera

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