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Qui su Infermieri Attivi abbiamo affrontato più volte i temi, sempre più attuali, del burnout e della stanchezza cronica, di come l’infinità di cose da fare e la significativa mole di lavoro spesso ci soffocano e ci spingono a guardare oltre, a cercare un significato altro per le nostre vite. Oggi, infatti, la vera nostra crisi non riguarda solo la quantità di cose da fare, ma appunto il loro significato. 

Non si tratta solo di stanchezza, ma più precisamente di disillusione.

Secondo l’istituto di ricerca Gallup siamo di fronte a un paradosso: da un lato il turnover si è rallentato rispetto agli anni più turbolenti del post-Covid, dall’altro le persone sono meno coinvolte e soddisfatte e sono più desiderose di cercare nuove opportunità. 

Cambiare lavoro oggi però è diventato più rischioso e complicato (vedi l’inflazione, l’instabilità economica eccetera). E così, non avendo altra scelta, si rimane dove si è, in bilico, e tutto ciò che si prova è sconforto e insoddisfazione. Questa è l’era del Great Detachment.

Great Detachment, la naturale conseguenza della società che cambia

L'emergenza Covid-19 e l'esplosione del lavoro da remoto hanno riscritto le nostre priorità, incrinando il vecchio patto sociale tra azienda e persona. Ci siamo improvvisamente accorti che la vita non poteva e non doveva esaurirsi in un turno di lavoro, e questo ha portato alla tempesta di dimissioni post-Covid di cui si è tanto parlato. 

Adesso le acque sembrano essersi calmate e le persone sembrano essere più propense a tenersi il proprio posto. Questo rientro alla normalità, tuttavia, non è sintomo di un nuovo equilibrio ritrovato o ricostruito, bensì di un diffuso senso di rassegnazione

I numeri dipingono un quadro chiarissimo dello stato emotivo in cui ci troviamo. Secondo l’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, solo il 10% dei lavoratori si sente bene nel contesto organizzativo in cui opera, solo il 17% è pienamente coinvolto e il 14% si definisce quiet quitter (presente, ma disposto a fare il minimo indispensabile per non rischiare il licenziamento).

Il Great Detachment non deve essere confuso con il burnout (l'esaurimento nervoso da troppo stress) né con il brownout (il crollo di energia e motivazione). È prima di tutto una grave crisi di significato

L'antropologo David Graeber aveva intercettato questa dinamica delineando una netta differenza tra quelli che chiamava Shit Jobs e Bullshit Jobs (tema che personalmente mi riguarda da vicino e che ho approfondito qui): i primi lavori faticosi, spesso malpagati o con turni massacranti ma che hanno un'utilità sociale innegabile; i secondi lavori ben retribuiti ma totalmente privi di un vero impatto sul mondo, lavori il cui senso sfugge spesso persino a chi li esegue.

Oggi il Great Detachment colpisce trasversalmente entrambe le categorie. Chi fa lavori utili si sente consumato dal sistema; chi fa lavori svuotati di senso si spegne nella noia. In entrambi i casi, l'impossibilità di fare un salto nel buio cambiando lavoro porta allo stesso logorante malessere.

Il ruolo dell'Intelligenza Artificiale

L'Intelligenza Artificiale si è affacciata nelle nostre vite professionali con la promessa di assorbire le mansioni più ripetitive, facendoci risparmiare tempo ed energie preziose. La promessa è stata mantenuta.

Secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico, un lavoratore su tre utilizza strumenti di AI, guadagnando in media 30 minuti al giorno, e questo non può che essere un traguardo eccellente. Il punto è che questo tempo guadagnato viene spesso riempito con ulteriore produttività, non con sane relazioni o attività che rendono il nostro tempo di qualità (si parla di fenomeno della mercificazione del tempo libero).

Invece di utilizzare quella mezz'ora per un confronto umano con un collega, per analizzare con lucidità un problema complesso o semplicemente per ricalibrare la mente dopo ore di tensione, ci ritroviamo a gestire un'altra pratica, a compilare un ulteriore modulo o a coprire l'ennesima inefficienza organizzativa. 

Come si risponde al Great Detachment

Non esistono ricette rapide per sanare una crisi che è strutturale, sociale ed economica. Tuttavia, dal punto di vista del singolo lavoratore, è possibile fare qualcosa per tutelare la propria salute mentale, senza aspettare passivamente che sia il mercato a cambiare magicamente le regole.

La prima cosa da fare è smettere di ancorare tutto il proprio valore umano alla qualifica aziendale. Una persona non è il proprio lavoro: accettare questo concetto abbassa drasticamente le aspettative di autorealizzazione assoluta che spesso proiettiamo sulla nostra professione.

La seconda cosa è poi tracciare confini netti tra vita privata e lavorativa. Limitare le comunicazioni professionali agli orari stabiliti e imparare a filtrare le richieste urgenti da quelle che non lo sono è essenziale. 

La terza e ultima cosa, infine, è cercare significato al di fuori della nostra professione. Se il contesto lavorativo non riesce a fornirci uno scopo, abbiamo la responsabilità di andarlo a cercare altrove. Coltivare passioni, legami personali forti o dedicarsi a qualcosa di importante per noi crea ancore di significato che bilanciano il senso di vuoto vissuto nelle ore lavorative.

È dunque vero che il Great Detachment ci mette di fronte a una realtà cruda, ma ci ricorda anche un fatto molto rassicurante: se oggi non possiamo permetterci di cambiare lavoro o se oggi il lavoro che facciamo non ci soddisfa pienamente, abbiamo comunque il pieno diritto di cambiare il modo in cui gli permettiamo di definire la nostra vita.

 

Foto di RDNE Stock project

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