Diario di un infermiere

A volte, nel mezzo di un turno in ospedale o in clinica che sembrava non finire mai, mi fermavo un secondo. Sentivo il peso della divisa, la stanchezza che premeva sulle tempie e quel rumore di fondo come un brusio: richieste incessanti, storie appena ascoltate che pesavano come macigni. Per anni ho vissuto quella trincea, convinto che resistere e stringere i denti fosse l'unica opzione possibile.

Oggi la mia realtà è diversa. Sono uno psicoterapeuta e infermiere, e lavoro nelle SRP (Strutture Residenziali Psichiatriche) e in centro semiresidenziale. È proprio qui, in questo contesto di cura profondo e specializzato, che ho capito davvero la natura dello stress che mi portavo addosso dai miei lavori passati.

Qui ho trovato lo spazio per far dialogare le mie due anime, mettendo la mia professione come psicoterapeuta al servizio di quella infermieristica, e viceversa.

Siamo abituati a essere la parte forte della relazione. Quella che sa cosa fare, che mantiene la calma, che gestisce l’imprevisto. La società ci vuole resilienti, come se fossimo fatti di gomma, capaci di tornare sempre alla forma originale dopo ogni urto. Ma la verità, che ho compreso appieno solo grazie al lavoro terapeutico e riabilitativo di oggi, è che non siamo di gomma. Siamo fatti di carne, di emozioni e, talvolta, di fragilità.

Comprendere il peso del passato

Il primo vero passo per non andare in pezzi non è imparare una tecnica di respirazione perfetta, ma accettare che il dolore fa parte del nostro lavoro. Quando gestiamo la sofferenza altrui, una parte di quella sofferenza ci rimane addosso. Non è un fallimento: è il prezzo dell'empatia.

Nelle corsie d'ospedale vivevo in una guerra costante contro la realtà: l'urgenza dell'ultimo minuto, la rabbia di un paziente, la stanchezza cronica dei colleghi. Solo oggi, nell'orizzonte più riflessivo ho avuto lo spazio mentale per comprendere come quella lotta continua consumasse le mie ultime energie. La salute mentale mi ha dato gli strumenti per rileggere quel passato, farne tesoro e rimodellare le possibilità che il futuro fornisce.

Il regalo della DBT: accettare senza arrendersi

Nella DBT (Dialectical Behavior Therapy), la terapia che uso quotidianamente con i pazienti ma che ho imparato a usare in primis su di me, c'è un concetto che ha ridefinito il mio modo di essere infermiere: l'Accettazione Radicale.

Spesso pensiamo che accettare significhi rassegnarsi, stare a guardare mentre il sistema ci logora. Non è così. L'Accettazione Radicale è un atto di coraggio: significa smettere di dire "Non dovrebbe essere così!" (che fa solo sprecare energie in rabbia e frustrazione) e dire:

"È così. È una situazione difficile, faticosa, ma è qui, adesso".

Quando smetti di combattere contro la realtà del turno, accade qualcosa di straordinario: la tua mente si libera. Non usi più le forze per lamentarti o per negare la sofferenza, ma le canalizzi per decidere, con lucidità, qual è la cosa più efficace da fare in quel preciso momento. È una lezione che nelle SRP, dove la relazione terapeutica richiede tempo, stabilità e accoglienza, diventa la chiave di volta di ogni intervento.

I tre spazi di libertà: le tecniche pratiche

Se guardo indietro ai tempi dell'ospedale, avrei voluto che qualcuno mi insegnasse questi tre piccoli passi di "presenza" dialettica che oggi cerco di applicare e trasmettere ogni giorno:

  • La pausa del respiro: Prima di entrare in una stanza o di iniziare un colloquio in ambulatorio, fermati un istante. Senti i piedi a terra. Sii consapevole del tuo stress senza giudicarlo. Lascialo lì, come un compagno di viaggio scomodo. Ti serve per ricordarti che sei una persona che vive, non solo un esecutore di compiti.
  • La tecnica "TIPP" (semplificata): Quando senti che la tensione accumulata sta per farti esplodere, cambia la chimica del tuo corpo. Sciacquati il viso con acqua molto fredda o fai un respiro lento e prolungato (espirando più a lungo di quando inspiri). È un segnale biologico per dire al tuo sistema nervoso: "Ehi, non sono in pericolo, sono solo al lavoro".
  • Restare umani: A fine turno, non fare la lista di ciò che non sei riuscito a fare. Chiediti invece: "Cosa ho fatto, oggi, per restare umano?". Un sorriso, un ascolto più attento in ambulatorio, un momento di condivisione autentica in struttura. Quello è il tuo valore vero.

Prendersi cura di sé per curare gli altri

Se oggi ti senti svuotato nel tuo reparto d'ospedale, se il pensiero del prossimo turno ti dà l'ansia, non pensare di essere "sbagliato". Sei solo una persona che ha dato tanto, forse troppo, senza ricordarsi di ricaricare le proprie batterie.

Il mio passaggio alle SRP mi ha insegnato che prendersi cura di sé non è un lusso, è l'atto più coraggioso che un professionista della salute possa compiere. Perché solo chi sta bene – o chi almeno si concede il diritto di stare male – può continuare a prendersi cura degli altri senza perdersi per strada.

Non abbiamo bisogno di essere più forti. Abbiamo bisogno di essere più gentili con noi stessi. Perché se crolliamo noi, crolla il cuore della cura.

Oltre la sopravvivenza: l’infermiere come conduttore di Skill Training

L’accettazione radicale e le tecniche TIPP non sono solo bussole per la nostra sopravvivenza emotiva; sono il cuore pulsante della DBT. E qui sta il vero cambio di paradigma che sto vivendo e che vorrei proporre a tutta la nostra comunità professionale.

Nelle strutture psichiatriche e nei servizi territoriali, queste competenze non dobbiamo solo usarle su noi stessi: gli infermieri possono e devono essere i protagonisti della conduzione dei gruppi di Skill Training DBT.

Troppo spesso releghiamo la terapia strutturata ad altre figure. Ma lo Skill Training non è psicoterapia profonda: è un laboratorio pratico di apprendimento comportamentale. L’infermiere, che vive il quotidiano del paziente, che ne accoglie la crisi nel "qui e ora", ha l’attitudine nativa ideale per essere lo Skills Trainer. Diventare conduttori di questi gruppi nelle SRP, o nei servizi territoriali significa fare quel passo in più: dimostrare la forza scientifica e l'autonomia clinica di una professione moderna, capace di co-condurre percorsi terapeutici validati a livello internazionale.

Non abbiamo bisogno solo di essere più forti o di resistere. Abbiamo bisogno di prenderci il nostro spazio terapeutico. Perché quando l'infermiere acquisisce queste competenze e le insegna, non sta solo assistendo: sta curando, con scienza e autonomia.

 

Foto di www.kaboompics.com

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