tutor infermiere

L’alba a Roma ha un respiro esitante, quasi timido, prima di esplodere nella luce dorata che accende i tetti della città. C'è un momento di sospensione perfetta, in cui il mondo sembra trattenere il fiato, in bilico tra la quiete della notte e il frastuono inesorabile del giorno. È in questo frammento di tempo, con una tazza di caffè fumante tra le mani, che la mia mente scivola verso il turno che mi aspetta.

Oggi, in reparto, varcheranno la soglia i nuovi studenti. Conosco bene lo sguardo che avranno: occhi sgranati, affamati e terrorizzati, persi nell'immensità di un luogo che non perdona, dove la vita e la morte danzano un valzer incessante.

L'ospedale è un oceano in tempesta. È un mare fatto di suoni acuti dei monitor, di corse repentine lungo i corridoi, di odori pungenti e di dolori taciuti. Quando sei uno studente, al primo impatto con la clinica, ti senti esattamente come una piccola barca di legno gettata in mezzo a quelle onde altissime, in balia di correnti emotive che minacciano di trascinarti a fondo. In quel buio, in quel caos assordante in cui tutto sembra muoversi troppo velocemente, c'è una sola speranza di salvezza: scorgere la luce ferma e rassicurante di un faro. Quel faro è il tutor.

La memoria mi riporta dolcemente indietro nel tempo, a quando su quella barca fragile c'ero io. Ricordo il terrore di sbagliare, il peso schiacciante della responsabilità che sentivo prematura, il percepirmi costantemente inadeguato di fronte alla grandezza della sofferenza altrui. Eppure, in quella trincea fatta di paure e prime volte, ho avuto il privilegio di incontrare professionisti immensi. Divise stropicciate dalla fatica, ma con anime straordinariamente accoglienti. Questi colleghi non si sono limitati a insegnarmi la tecnica perfetta per reperire un accesso venoso o come destreggiarmi tra le insidie di una terapia complessa. Loro mi hanno insegnato come si sta al mondo.

Conservo gelosamente il ricordo di una notte infinita, il freddo che penetrava nelle ossa e un paziente che scivolava inesorabilmente verso la fine. Una mia tutor, con gli occhi segnati dalla stanchezza ma accesi da una dolcezza disarmante, fermò le mie mani inesperte e tremanti che cercavano compulsivamente di "fare qualcosa". Mi guardò dritto negli occhi e sussurrò: «Ora non serve fare. Ora dobbiamo solo esserci». Mi insegnò, in quel preciso istante sospeso, che la tecnica senza l'umanità è un guscio vuoto e asettico. Mi ha trasferito un pezzo della sua anima, mostrandomi che il nostro lavoro non è solo riparare corpi incrinati, ma custodire dignità fino all'ultimo respiro. Sono queste le lezioni che ti restano tatuate sulla pelle, quelle che non troverai mai su nessun manuale di infermieristica, ma che impari solo per osmosi, affiancando chi ha già navigato a lungo quelle stesse tempeste.

Essere un buon tutor non è un'opzione, né un peso di cui farsi carico con rassegnazione: è una necessità vitale. Certo, ce lo ricorda con limpida fermezza il nostro Codice Deontologico, che ci chiama a trasmettere il sapere, a farci garanti della formazione dei futuri colleghi, a coltivare una comunità professionale fondata sul rispetto e sulla crescita. Ma c'è qualcosa di molto più profondo e viscerale di un dovere normativo o di un obbligo scritto su carta. Lo chiede a gran voce la nostra professione stessa.

L'infermieristica è un albero maestoso che non può sperare di continuare a toccare il cielo se non nutre le sue radici e non disperde con generosità i suoi semi. Se teniamo la nostra esperienza chiusa a chiave nel forziere della routine, come un tesoro geloso, condanniamo la nostra professione all'aridità. La crescita passa inevitabilmente attraverso il dono. Il tutoraggio è un atto d'amore, di pazienza e di resistenza: significa prendere per mano chi arranca, accogliere e disinnescare la frustrazione dei suoi fallimenti, proteggere la sua vocazione neonata dalle folate di vento del cinismo che, a volte, rischiano di avvelenare i nostri reparti.

Quando decidi di affiancare uno studente, accetti di rimetterti in gioco. I loro innumerevoli e ingenui "perché?" ti costringono a spolverare le tue certezze, a non dare nulla per scontato, a guardare con occhi nuovi gesti che la consuetudine aveva reso meccanici. Diventi tu stesso, di nuovo, studente, in una contaminazione reciproca che si trasforma in pura linfa vitale.

Oggi, quando indosso la divisa, allaccio gli zoccoli e incrocio lo sguardo spaventato di un nuovo allievo in consegna, sento tutto il peso e la meraviglia di questa responsabilità. Voglio essere per loro quel faro che fende la nebbia, quella luce sicura, salda sulle rocce, che dice: "Non temere, il mare è in burrasca e il vento urla forte, ma io sono qui e ti insegnerò a navigare". Perché la vera grandezza di un infermiere non si misura unicamente dalle vite che ha salvato nel silenzio della corsia, ma anche e soprattutto dai professionisti che ha saputo illuminare, rendendoli finalmente pronti a camminare, liberi e coraggiosi, nell'immenso viaggio della cura.

 

Foto di SJ Objio su Unsplash

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