Nel 1930 l’economista John Maynard Keynes volle scommettere sul futuro lanciando la sua previsione. Keynes disse che, nel giro di un secolo, il progresso tecnologico ci avrebbe liberati dalla fatica, permettendoci di lavorare appena 15 ore a settimana.
Ad oggi, mancano solo quattro anni al 2030 e l’affermazione dell’economista non può che sembrarci più lontana che mai dalla realtà. L’avanzamento tecnologico è arrivato proprio come previsto, è vero, ma noi esseri umani non solo lavoriamo più di prima ma abbiamo quasi paura del tempo libero.
Quando lo abbiamo, non sappiamo cosa farcene; abbiamo dimenticato come si fa a non fare nulla e preferiamo fuggire da quel vuoto riempiendolo in qualsiasi modo.
Negli ultimi dieci anni la nostra società è cambiata e ha trasformato il concetto stesso di tempo libero facendolo diventare una sorta di estensione del lavoro. Questo fenomeno si chiama Commodification of Leisure, ed è il motivo per cui non abbiamo più un hobby.
Commodification of Leisure: il motivo per cui non abbiamo più hobbies
Se oggi decidessimo di iniziare a dipingere, a lavorare il legno o a sperimentare nuove ricette, quanto tempo passerebbe prima che un amico ci proponga di vendere le nostre creazioni su Etsy, di aprire il nostro blog di cucina o il nostro canale YouTube di videoricette?
Le frasi come "fai della tua passione un lavoro" o "fatti pagare per quello che sai fare" sono entrate nel nostro linguaggio comune, cambiando il significato di lavoro e di hobby.
Queste affermazioni, pur non essendo del tutto sbagliate e custodendo principi basilari corretti per trovare la propria vocazione (il proprio Ikigai), nascondono un effetto collaterale sottovalutato.
L’hustle culture ci ha convinti che un interesse abbia valore solo se genera un profitto, che qualsiasi cosa valga il nostro impegno solo se porta a un risultato. Tutto questo sta alla base della Commodification of Leisure, o mercificazione del tempo libero, un meccanismo che sta svuotando le nostre giornate del loro significato più puro, trasformando anche i momenti di svago in piccoli, logoranti secondi lavori.
E così, l'hobby smette di essere un rifugio e un momento di decompressione, e si trasforma in un prodotto da mostrare, posizionare sul mercato e vendere.
Come la società è arrivata a questo
Dietro questa smania c’è un senso di insoddisfazione cronico tipico della modernità che ci impedisce di riposare davvero e ci impone di fare sempre di più per sentirci realizzati e di essere in qualche modo dipendenti dal lavoro. Alle origini di questa tendenza ci sono ovviamente cause economiche e strutturali concrete.
Da una parte, c’è il lavoro sottopagato, stipendi che non bastano a coprire il costo della vita e che costringono spesso le persone ad arrotondare con un secondo lavoro, spesso mascherato da passione creativa.
Dall’altra, c’è l’insoddisfazione professionale, un lavoro alienante o frustrante che spinge le persone a cercare una via di fuga disperata nelle proprie passioni, sperando un giorno di renderle l'attività principale.
Il nesso tra hustle culture, social media e tempo libero
Ci basta aprire i social per capire come i tre concetti di hustle culture, social media e tempo libero siano collegati tra loro.
Se scorriamo i nostri feed di Instagram o TikTok, gli algoritmi ci propongono continuamente lo stesso identico copione: video patinati di persone che hanno mollato il posto fisso per rincorrere la propria passione, raccontando questa scelta come l'unica via per stare bene e raggiungere la felicità.
Questa narrazione distorta genera una pressione sociale asfissiante che porta molto spesso le persone a guardarsi allo specchio e sentirsi indietro rispetto agli altri. Talvolta, ci convinciamo che forse dovremmo mollare tutto anche noi, che dovremmo monetizzare quel nostro piccolo talento o sogno, senza nemmeno fermarci a pensare alla fattibilità reale, alle conseguenze concrete o semplicemente al fatto che quei racconti sono la maggior parte delle volte falsi.
Il vero paradosso moderno è che siamo arrivati a identificarci esclusivamente con il lavoro che facciamo e con la nostra capacità di produrre reddito. Se un'attività non genera un guadagno o non è misurabile, allora sembra non avere valore. È un circolo vizioso: usiamo il lavoro per legittimare la nostra esistenza e sacrifichiamo il tempo libero per alimentare lo stesso sistema che ci sta spegnendo.
Il valore degli hobbies e del tempo libero
Avere un hobby che permetta di passare qualche ora senza pensieri, liberando la mente da scadenze, metriche, visualizzazioni, consegne o brief aziendali è una necessità per la nostra salute mentale.
Dobbiamo scardinare una volta per tutte il mito della produttività a ogni costo, quel pensiero tossico che etichetta il riposo come un'inutilità.
La scienza, tra l'altro, dimostra che dedicarsi ad attività creative riduce drasticamente i livelli di cortisolo nel sangue. Quando non siamo sotto pressione per una performance, il cervello attiva la cosiddetta Default Mode Network (rete neurale di modalità predefinita), che stimola la plasticità cerebrale, rigenera le energie cognitive e migliora la nostra capacità di problem solving.
Il riposo, quindi, non è inutile vuoto: è lo spazio in cui ci ricarichiamo.
Come riprendere in mano le redini del nostro tempo libero
La prima cosa da fare per venire fuori da questa trappola è rivendicare il diritto all’incompetenza, alla noia, all’inutilità.
Diamo di nuovo valore alla bellezza e al piacere di fare qualcosa in cui non siamo per forza bravi. Non dobbiamo essere illustri poeti per dedicarci alla scrittura di poesie in rima, non dobbiamo essere atleti per iniziare a praticare uno sport, e così via.
L'incompetenza vissuta senza giudizio, e il piacere di dedicarsi a qualcosa senza aspettative è il più potente antidoto all'ansia da prestazione.
Il secondo antidoto è la non necessità di approvazione. Quando ci dedichiamo al nostro hobby, una scelta controcorrente è quella di non condividere questo nostro momento sui social. Se abbiamo terminato un dipinto, scritto una poesia, messo a punto una ricetta, non c’è necessità di caricare tutto nelle storie di Instagram.
L’hobby deve tornare a essere nostro, e per essere nostro dobbiamo eliminare la presenza di un pubblico giudicante, del bisogno di un’approvazione esterna.
Coltiviamo, difendiamo e proteggiamo il nostro tempo libero
Il tempo libero va difeso con la stessa determinazione con cui difendiamo i nostri valori: non è in vendita per i clienti, non è a disposizione dei follower, non serve a pianificare nuovi progetti di guadagno.
Il riposo è un diritto di base, una necessità, non un premio che dobbiamo sentire di guadagnarci e meritarci per potercelo concedere.
