Parlando senza troppo girarci intorno: quanto tempo possiamo dedicare alla relazione con il paziente?
La questione nasce ciclicamente ma le risposte inadeguate da parte di aziende e politiche sanitarie non forniscono mai nè un'auspicabile risoluzione nè un'apprezzabile attenuazione.
Eppure l'infermiere rappresenta per sua natura una professione dedita al prossimo per eccellenza. La professione a cui i cittadini tendono e tenderanno ogni giorno di piú ad appellarsi nel loro bisogno di qualcuno che li prenda in cura.

E, diciamocelo, che li prenda anche a cuore.

L'infermiere è questo deve solo trovare il tempo ed i modi di esprimerlo.

Ma quali sono i fattori che lo intralciano?

A mio avviso i fattori generali sono sostanzialmente due.

Il primo fattore è la criticità rapporto pazienti / infermiere il quale è eccessivo e ampiamente sopra la media europea (qualche anno fa si parlava di un rapporto medio di 14 : 1 rispetto agli 8 : 1 della media europea). Rendiamoci conto peró che in questa media rientrano anche le terapie intensive e altri reparti a rapporto bassissimo (3:1; 2:1). Questo rende l'idea di come esistano reparti sotto gli occhi di tutti noi dove il rapporto è di 20:1 o 25:1 o peggio ancora.

Ma i reparti di bassa intensità non implicano per forza una minor necessità di bisogni da parte dell'assistito e chi lavora in contesti con questi numeri sa benissimo di cosa si parla.

Questo ci porta peró al secondo fattore di criticità.

Esistono ancora strutture che calcolano il minutaggio assistenziale, termine con il quale si intende la stima delle singole prestazioni in minuti.

Questo genera una organizzazione del piano di lavoro completamente bugiarda rispetto alle reali necessità. Inoltre nel grande paniere di prestazioni non sono calcolabili le infinite possibilità di bisogno soggettive. E una pianificazione del lavoro eccessivamente misurata esclusivamente sui minutaggi assistenziali va per forza a inficiare tutta la qualità dell'assistente. Se non hai tempo di finire la terapia non puoi aiutare il paziente in qualcos'altro. Finché il paziente non ha accesso al telefonino momentaneamente perduto, le conseguenze sono accettabili per la direzione aziendale (tanto loro i parenti li avvertono quando vogliono, senza ansie e insicurezze).

Cosa succede quando questa mancanza di tempo compromette la qualità di valutazione?

Quando questo induce all'errore?

Quando non permette l'instaurazione di un rapporto che permette di comprendere il linguaggio della singola persona?

Si pensa al paziente come una patologia. Dieci scompensi cardiaci sono dieci cuori che "pompano male" oppure dieci persone con scompenso cardiaco sono dieci assistenze diverse. Con elementi comuni ma persone diverse.

Ognuno ha il suo metodo comunicativo, le parole sono solo lo strumento.
Se non ci viene concesso il tempo di parlare con le persone che ci prendiamo in carico, granparte del nostro operato è inutile.

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