6. Suggerimenti?

La larghissima maggioranza delle punture accidentali, delle ferite da taglienti e delle esposizioni mucocutanee sono prevenibili. Ma c’è di più: sappiamo anche cosa fare esattamente per ridurle quasi a zero. I pilastri della prevenzione sono:

Comprendere esattamente dove, come e quando il pericolo si trasforma in rischio, il rischio in incidente e l’incidente in danno. Questa fondamentale attività è nota col termine inglese di “risk assessment” e rappresenta la base sulla quale edificare l’intero programma di prevenzione.

Applicare le Precauzioni Standard, cioè l’insieme di quelle norme igieniche e comportamentali in grado, di per sé, di ridurre frequenza e conseguenze delle esposizioni occupazionali al rischio biologico. Di particolare rilievo è l’invito a considerare tutti i pazienti, e tutti i materiali biologici, come potenzialmente infetti.

Sviluppare, validare ed introdurre pratiche operative più sicure. Ad esempio la pratica del reincappucciamento degli aghi, sebbene vietata nelle strutture sanitarie già dal 1990, continua purtroppo ad essere utilizzata.

Valutare, adottare ed utilizzare gli aghi ed i dispositivi medici incorporanti meccanismi di sicurezza per la prevenzione della punture accidentali (NPD = Needlestick Prevention Devices) messi a disposizione dall’evoluzione tecnologica. Questi dispositivi devono sempre essere introdotti dopo un adeguato programma di addestramento al loro corretto utilizzo.

Sensibilizzare, informare e formare gli operatori sanitari sui rischi associati, sull’importanza di attenersi alle procedure di sicurezza, sull’uso efficace degli strumenti di protezione (collettivi ed individuali) messi a disposizione, sulla necessità di segnalare ogni evento e sui diritti/doveri che riguardano ogni operatore.

Esistono anche precise indicazione sugli interventi da adottare in seguito ad un infortunio a rischio biologico. La prima misura immediata in caso di puntura è quella di favorire delicatamente il sanguinamento dalla ferita, lavare con acqua e sapone e disinfettare la sede di lesione.
Al più presto poi l’infortunato dovrà segnalare l’infortunio e accedere al servizio individuato per la gestione di questi casi. Innanzitutto è necessario stimare il rischio correlato allo specifico incidente, cioè analizzare nel dettaglio le modalità di esposizione (tipo di ago, profondità della ferita, presenza di sangue). Allo stesso tempo è necessario verificare l’esistenza di un rischio di infezione da agenti patogeni trasmissibili per via ematica: il paziente fonte deve essere informato e deve essere chiesto il consenso all’esecuzione degli esami necessari quali i test per HIV e HCV. I risultati degli esami del paziente fonte, da acquisire al più presto, e la sua storia clinico-epidemiologica unitamente alla valutazione del rischio per lo specifico infortunio guideranno il comportamento successivo. In caso di paziente portatore di infezioni trasmissibili con il sangue, dovrà essere definito il programma di controlli clinici e di laboratorio da effettuare nei mesi successivi l’incidente, e verrà valutata la necessità di una eventuale profilassi post-esposizione da somministrare all’operatore infortunato. L’operatore dovrà essere informato circa le precauzioni alle quali dovrà attenersi per la durata della sorveglianza, da 3 a 12 mesi, quali ad esempio la necessità di proteggere i rapporti sessuali o di rimandare un progetto di maternità, e di non donare sangue. In alcuni casi può essere necessario rimuovere temporaneamente l’operatore da alcuni dei sui incarichi consueti. E’ talora inoltre opportuno supportare l’operatore anche dal punto di vista psicologico: i mesi di incertezza che spesso lo attendono e il timore che la vicenda possa concludersi con una malattia cronica grave possono, infatti, suscitare un’ansia profonda.
Un’analoga gestione dovrà essere messa in atto nel caso, piuttosto frequente, in cui i dati del paziente fonte non siano disponibili.
E’ importante sottolineare che tutta la gestione di un infortunio a rischio biologico sopra descritta comporta un’organizzazione ben pianificata e collaudata e risorse destinate, e una consapevolezza di tutti gli operatori e dei datori di lavoro della rilevanza che questi infortuni, le loro possibili conseguenze e la loro prevenzione hanno nella realizzazione di un clima sereno all’interno delle strutture sanitarie, che permetta agli operatori di lavorare meglio e in ultimo di fornire un’assistenza di qualità ai pazienti.

Ringrazio il dott. Vincenzo Puro e alla dr.ssa Gabriella De Carli , membri del gruppo di studio PHASE, Epidemiologi presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, e coordinatori dello Studio Italiano sul Rischio Occupazionale da HIV (SIROH), per il prezioso contributo e la disponibilità data.

Franco Ognibene

Le altre domande dell'intervista sono:
1. Quale è la dimensione del problema in Italia? (LINK)
2. Esistono delle analisi o considerazioni per gli infermieri che entrano nel dettaglio dei casi per evidenziare il momento e la modalità dell'infortunio?(LINK)
3. Cosa accade, quando un infermiere si punge accidentalmente con un ago contaminato quali patologie hanno il maggior rischio di sieroconversione? (LINK)
4. Questo periodo di revisione di spesa e quindi di ristrutturazione delle aziende sanitarie può essere un momento favorevole per proporre delle strategie di implementazione?(LINK)
5. Se un infermiere si punge con un presidio che non ha sistemi di protezione ed avviene una sieroconversione deve avere una copertura assicurativa o ci sono dei riferimenti normativi per appellarsi che lo tutelano?(LINK)
6. Suggerimenti (LINK)

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