infermiere

Avete tra le mani una vecchia audiocassetta. Infilatela nel mangianastri, chiudete gli occhi, premete forte il tasto Play e mettetevi in ascolto. Sentite il fruscio di fondo? Quello che sta per scorrere non è un freddo trattato accademico, ma un intreccio profondo, ruvido e pulsante di voci.

Sono le voci invisibili che riecheggiano nei lunghi corridoi dei nostri ospedali; voci estratte dal rigore degli articoli scientifici, voci spezzate dalla fatica di chi cura, ed esperienze di vita vissuta e sofferta sulla nostra pelle.

La prima voce registrata su questo nastro è la mia. Ho conosciuto intimamente, e nel silenzio più assordante, il demone dell'emotional eating, quell'urgenza feroce che ti stringe lo stomaco quando la divisa è ancora impregnata di fatica.

Soprattutto durante le notti più dure, subito dopo aver finito di gestire un'emergenza in terapia intensiva, le mie difese semplicemente crollavano. Verso le 3 del mattino, nel buio irreale della corsia rotto solo dal bip monotono dei monitor, la cucina o il distributore automatico diventavano il mio unico, disperato rifugio. Cedevo ad abbuffate repentine, divorando dolci, merendine o il cibo ultraprocessato avanzato dai turni precedenti.

Era il mio modo, del tutto inconscio, per anestetizzare l'adrenalina, per riempire un vuoto lasciato dallo stress e dalla paura di non aver fatto abbastanza. Oggi le cose vanno decisamente meglio, ho imparato a dare un nome a quella voragine, ma non vi mentirò: so che il rischio cova ancora sotto la cenere. Continuo a fare molte notti, e il buio, unito alla stanchezza estrema, sa essere un pessimo consigliere.

Poi, sul nastro, la mia voce sfuma e si sovrappongono altre frequenze. Sono i respiri dei colleghi, le intuizioni della psicoterapia e i dati implacabili della ricerca, che ci raccontano come la nostra professione sia diventata una trincea, non solo clinica, ma metabolica ed emotiva.

Il paradosso della cura e l'alibi della resilienza

Noi infermieri viviamo costantemente un drammatico "paradosso della cura": dedichiamo l'intera esistenza a tutelare la salute altrui, ma finiamo per trascurare, quasi con accanimento, noi stessi. Quando affrontiamo il delicatissimo tema delle abitudini alimentari e del benessere dei professionisti sanitari, il primo, gravissimo errore è attribuire le difficoltà metaboliche e i fallimenti dietetici alla mera mancanza di volontà individuale.

La voce della psicologia ci ricorda una verità fondamentale e liberatoria: il disturbo alimentare nel professionista sanitario non è una debolezza di carattere o una perdita di forza di volontà, ma il collasso di un sistema psicofisico sotto una pressione cronica.

È qui che entra in gioco il concetto di burnout. Per troppo tempo ci hanno fatto credere che la colpa fosse nostra. Le aziende ospedaliere spesso offrono risposte limitate all'affissione di volantini con consigli nutrizionali teorici o all'erogazione di rapidi corsi sulla "resilienza emotiva".

Questo approccio è scientificamente obsoleto e subdolamente colpevolizzante per noi operatori, che siamo le vere vittime di un'esposizione a uno stressogeno di natura puramente sistemica. Inviare un infermiere esausto a un corso di respirazione profonda, dicendogli implicitamente "devi solo sopportare meglio", è un atto ipocrita se non si interviene chirurgicamente sui carichi di lavoro e sull'organizzazione. Il burnout nasce dal contesto organizzativo, non da un tratto del nostro carattere. Quando ci abbuffiamo di notte o cadiamo nel binge eating (il 15-22% degli infermieri presenta questo disturbo in forma subclinica, contro il 3-5% della popolazione generale), stiamo mettendo in atto una risposta neurobiologica: il nostro cervello, sfiancato dalla deplezione di dopamina e serotonina, esige una compensazione immediata.

Purtroppo, l'ambiente alimentare ospedaliero è ostile: mense chiuse di notte e l'ubiquitaria "Free Food Currency" – enormi vassoi di dolci e pizze elargiti come ricompensa morale – innescano il cosiddetto panic eating, facendoci ingurgitare calorie solo perché rappresentano l'unica fonte di gratificazione immediata raggiungibile. E come se non bastasse, la cultura del reparto ci insegna a idolatrare il sacrificio: il 68% degli infermieri dichiara di saltare almeno un pasto completo per turno. Chi non si ferma mai è considerato un eroe; chi chiede dieci minuti di pausa teme di apparire debole.

Il buio biologico: cronobiologia e l'asse intestino-cervello

Mandando avanti il nastro, la voce si fa più scientifica, ma non per questo meno sconvolgente. Noi esseri umani siamo programmati per essere diurni. Il nostro orologio biologico centrale, situato nell'ipotalamo, si sincronizza con la luce del sole, ma i nostri orologi periferici – presenti nell'intestino, nel fegato, nel pancreas – sono sincronizzati dall'assunzione di cibo. Quando un lavoratore notturno rimane sveglio sotto la luce artificiale e mangia alle tre del mattino, invia segnali contraddittori al proprio corpo, innescando una violenta desincronizzazione interna.

Questo disallineamento non si limita a farci prendere peso. Le conseguenze sono profonde e intime.

  • La disbiosi e l'intestino permeabile: un'alimentazione povera di fibre e orari caotici inibiscono la produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA) da parte dei batteri buoni del nostro intestino. Senza di essi, la barriera intestinale cede, causando la cosiddetta sindrome del leaky gut (intestino permeabile).
  • Infiammazione e umore: frammenti batterici come il lipopolisaccaride (LPS) passano nel sangue, scatenando un'infiammazione sistemica. Attraverso l'Asse microbiota-intestino-cervello (MGBA), questa infiammazione genera neuroinfiammazione acuta, che la scienza oggi identifica come fattore causale primario nello sviluppo di ansia, stanchezza cronica e depressione maggiore.

Il nostro esaurimento emotivo ha radici biologiche reali, piantate in un intestino cronicamente infiammato da turni massacranti e pasti disfunzionali.

Curare chi cura: La rivoluzione organizzativa e l'empatia

Come si esce da questa spirale? Se la responsabilità è sistemica, le soluzioni devono essere sistemiche, macro-strutturali e organizzative. Le direzioni aziendali devono assumersi l'onere del cambiamento attraverso interventi reali e misurabili.

Ecco le strategie imprescindibili per tutelare i professionisti.

  • Istituzionalizzazione delle "pause protette": la pausa deve essere un diritto normato. All'inizio del turno, il team deve designare nominalmente i colleghi che copriranno le attività e le emergenze, garantendo a chi si ferma una vera e totale disconnessione cognitiva.
  • Snack station salutari: bonificare il deserto alimentare notturno installando nei reparti postazioni con acqua e alternative fresche a basso indice glicemico. Uno spuntino notturno leggero e proteico (circa 840 kJ) è la soluzione migliore per placare la fame edonica senza innescare picchi insulinici aberranti.
  • Ingegneria dei turni: Bandire in modo categorico i quick returns (lo stacco inter-turno inferiore a 11 ore) e adottare esclusivamente la rotazione in avanti (Mattino-Pomeriggio-Notte), che asseconda in modo naturale il nostro pacemaker biologico riducendo sonnolenza e infortuni.
  • Il "power nap" sdoganato: regolamentare e sdoganare culturalmente l'uso di brevi pisolini terapeutici notturni, rigorosamente inferiori ai 60 minuti, per spezzare il debito di sonno senza incorrere nella pericolosa sleep inertia (inerzia del sonno).
  • Supporto psicologico istituzionale e non stigmatizzante: le aziende devono mettere a disposizione degli operatori un supporto psicologico vero, strutturale. Per funzionare, deve essere facilmente accessibile, logisticamente compatibile con gli orari dei turnisti (quindi disponibile anche in fasce serali), protetto dalla massima riservatezza e, soprattutto, svincolato da ogni forma di stigma. Non deve essere il "servizio per chi ha un disturbo", ma uno spazio di ascolto e cura per chi sostiene il peso emotivo della sanità.

Infine, ascoltando l'ultimo fruscio di questo nastro, è fondamentale fare una precisazione cruciale: queste voci tracciano una rotta, ma non sostituiscono mai la clinica.

Poiché il bisogno nutrizionale e metabolico muta enormemente da individuo a individuo, e l'impatto dei turni si intreccia con la nostra genetica e le nostre vulnerabilità, è indispensabile e imperativo essere seguiti individualmente da un professionista sanitario per avere una valutazione medica personalizzata e la dieta corretta. Non affidatevi al "fai da te".

Premete Stop. 

Quando tornerete in reparto, guardate i vostri colleghi con occhi nuovi. Utilizzate il modello CARE (connect, ask, refer, empower) se vedete qualcuno in difficoltà: connettetevi privatamente, chiedete come stanno senza giudizio, indirizzateli verso le risorse disponibili e supportateli. 

Ricordate: il disturbo alimentare e il burnout in sanità fioriscono nel silenzio e nell'isolamento. Rompere quel silenzio, pretendo rispetto organizzativo e cura per noi stessi, è il più grande atto d'amore verso la nostra professione.

Bibliografia 

  1. Allison, K. C., et al.(2008). Proposed diagnostic criteria for night eating syndrome. International Journal of Eating Disorders.
  2. Begemann, K., et al. (2025). Endocrine regulation of circadian rhythms. npj Biol Timing Sleep, 2, 10. 
  3. Cardi, V.,et al. (2019). The effects of negative and positive mood induction on eating behaviour: A meta-analysis of laboratory studies in the healthy population and eating and weight disorders. Appetite.
  4. Cederholm,  et al. (2025). GLIM consensus approach to diagnosis of malnutrition: A 5-year update.
  5. Chaput, J.-P., et al. (2023). The role of insufficient sleep and circadian misalignment in obesity. Nature Reviews Endocrinology.
  6. Dall'Oglio, I., et al. (2020). Shift work sleep disorder and eating behaviors among nurses. International Journal of Environmental Research and Public Health.
  7. Damiola, F., et al.(2000). Restricted feeding uncouples circadian oscillators in peripheral tissues from the central pacemaker in the suprachiasmatic nucleus. Genes & Development, 14(23), 2950-2961.
  8. Fougeray, T., et al. (2022). Studio sugli orologi periferici. Cell Reports, 39, 110674.
  9. Hyrnik, J., et al. (2016). Comportamenti ortoressici nel personale sanitario. Psychiatria Polska.
  10. Landgraf, D., et al. (2015). Regolazione degli orologi epatici. eLife, 4, e06253.
  11. Maslach, C., & Jackson, S. E. (1981). The measurement of experienced burnout. Journal of Occupational Behavior, 2(2), 99-113.
  12. Mayer, E. (2016). The Mind-Gut Connection. (Riferimenti sull'asse intestino-cervello e ruolo della serotonina).
  13. Moore, R. Y., & Eichler, V. B. (1972). Loss of a circadian adrenal corticosterone rhythm following suprachiasmatic lesions in the rat. Brain Research, 42(1), 201-206.
  14. Onnis, L. (2004). Il tempo sospeso: Anoressia e bulimia tra individuo, famiglia e società. Franco Angeli.
  15. Partch, C. L., et al. (2014). Molecular architecture of the mammalian circadian clock. Trends in Cell Biology, 24(2), 90-99.
  16. Reppert, S. M., & Weaver, D. R. (2002). Coordination of circadian timing in mammals. Nature, 418(6901), 935-941.
  17. Stephan, F. K., & Zucker, I. (1972). Circadian rhythms in drinking behavior and locomotor activity of rats are eliminated by hypothalamic lesions. PNAS, 69(6), 1583-1586.
  18. Sun, X., et al. (2015). Orologio molecolare epatico. Journal of Biological Chemistry, 290, 2189-2197.
  19. Tuvia, N., et al. (2021). Orologio del tessuto adiposo e regolazione endocrina. Diabetes, 70, 1985-1999.
  20. Van Strien, T.,et al. (1986). The Dutch Eating Behavior Questionnaire (DEBQ) for assessment of restrained, emotional, and external eating behavior. International Journal of Eating Disorders, 5(2), 295-315

 

Foto di César Badilla Miranda su Unsplash

Pin It
Accedi per commentare