Infermieri e batteri delle ICA selezionati dall'antibioticoterapia

In ambito ospedaliero ci sono infezioni dette correlate alle procedure di assistenza, ICA. Per queste infezioni vinee riposta una particolare attenzione per evitare che siano dovute a batteri resistenti agli antibiotici.

La persona che ricoveriamo può avere già un determinato batterio resistente nel suo organismo che viene selezionato dall'antibioticoterapia e diventa l'unico batterio esistente nella persona, ma questo quali implicazioni ha per l'assistenza?

Facciamo prima di tutto un esempio.

Mi è capitato di avere ricoverato un paziente autonomo che si spostava andando da altri pazienti, al bar e alle macchinette.

Era ricoverato non ricordo se per pancreatite o colecistite e necessitava di una terapia antibiotica a lungo termine di idratazione e dieta leggera.

Prima della dimissione il tampone rettale era positivo per Klebsiella resistente, quindi si fornisce l'opuscolo informativo e il paziente viene dimesso come positivo.

Quali sono le possibili conclusioni?

Ci sono diverse opzioni.

La più semplice è dare la colpa agli OSS e agli infermieri, anche se il paziente è autonomo e non necessitava di cure ingieniche, la più "difficile" nel senso che richiede un maggiore sforzo intellettuale è studiare alcune informazioni sui batteri. 

I batteri nel nostro organismo sono miliardi, essendo più piccoli il loro numero può superare il numero delle cellule del nostro corpo, quindi la riproduzione per duplicazione avviene miliardi di volte e di sicuro qualche volta produce mutazioni genetiche, mutazioni nei batteri che a volte sono vantaggiose, a volte inutili, a volte letali per il batterio.

Le mutazioni favorevoli sono quelle che gli consentono di vivere in condizioni avverse come quelle causate da sostanze chimiche come gli antibiotici.

I batteri con un gene che gli conferisce la resistenza vivranno e si riprodurranno. Una strategia che i batteri adottano da miliardi di anni e che gli ha consentito di colonizzare ogni parte del pianeta, anche le più estreme.

L'idea è quella che gli antibiotici possano selezionare i batteri resistenti ed è sostenuta dall'ECDC (European Center Disease Control) che ha molte pagine informative sull'antibiotico resistenza.

Oggi con i sistemi informatici si possono estrapolare dati su migliaia di casi come nel recente studio "Comparison of Different Antibiotics and the Risk for Community-Associated Clostridioides difficile Infection: A Case–Control Study" che nell'abstract riporta (tradotto con google)

Risultati

Abbiamo identificato 159.404 casi e 797.020 controlli. Gli antibiotici con il maggior rischio di  Clostridioides difficile infection (CDI) includevano la clindamicina e le cefalosporine di generazione successiva, mentre quelli con il rischio più basso includevano la minociclina e la doxiciclina. Siamo stati in grado di differenziare e ordinare i singoli antibiotici in termini di livello relativo di rischio associato per CDI. Le stime del rischio variavano considerevolmente con le diverse finestre di esposizione considerate.

Conclusioni

Abbiamo riscontrato un’ampia variazione nel rischio di CDI all’interno e tra le classi di antibiotici. Questi risultati che ordinano il livello di rischio associato tra gli antibiotici possono aiutare a orientare i compromessi nelle decisioni sulla prescrizione degli antibiotici e negli sforzi di gestione.

studio antibiotici e clostridium difficile

Hanno analizzato quasi un milione di casi e trovato una correlazione fra il tipo di antibiotico e la presenza di un batterio specifico, questo studio potrebbe essere riprodotto per altri microrganismi e avremmo un'informazione in più per poter agire.

L'approccio di isolare un paziente che si presenta positivo con tampone rettale all'ingresso per avere una bolla che riduce la contaminazione ambientale... ci mette al sicuro?

 Io dubito.

Il dubbio è dato dall'illusione di sicurezza, dato che se in ogni momento una persona sottoposta a terapia antibiotica può esprimere una colonizzazione da batteri resistenti, tutti i pazienti dovrebbero essere considerati positivi e potenziali fonti di microrganismi resistenti, penso che la soluzione debba nascere da una strategia globale.

Una strategia che coinvolga tutti nel reparto di degenza e passi dall'educazione del paziente e dei suoi familiari in visita, dall'anamnesi alla clinica sull'evacuazione e dalla possibilità di assunzione di antibiotici o meno nel mese precedente al ricovero (questa potrebbe essere anche un'idea di studio da correlare con il tampone rettale di screening).

Come infermieri cosa possiamo fare?

Ogni giorno possiamo essere una barriera per impedire ai microrganismi resistenti di causare infezioni gravi al paziente, anche se sono invisibili, possiamo rispettare le regole di asepsi e la tecnica del tocco non tocco. Oltre questo possiamo migliorare o mantenere allenata la nostra manualità.

Inoltre, possiamo proporre delle idee, come quella di un approccio globale, che sarà fantasia solo fino a quando qualcuno non la realizzerà.

Bibliografia:

2023 articolo in inglese: Confronto tra diversi antibiotici e rischio di infezione da Clostridioides difficile associata alla comunità : uno studio caso-controllo Aaron C Miller, Alan T Arakkal, Daniel K Sewell, Alberto M Segre, Joseph Tholany, Philip M Polgreen, CDC MInD-Healthcare Group Author Notes Open Forum Infectious Diseases, Volume 10, Issue 8, August 2023,  https://doi.org/10.1093/ofid/ofad413 

 

 

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