Ci sono libri che si leggono, e libri che si sentono. “Quello che resta dopo la cura” di Tiziana Sanzo appartiene alla seconda categoria.
Non è un manuale, non è un saggio clinico, non è nemmeno un diario nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più difficile da definire, e forse è proprio per questo che vale la pena leggerlo: perché mette parole su cose che sappiamo già, che viviamo ogni giorno, ma che raramente troviamo scritte da qualcuno che le ha attraversate davvero.
Un libro che parla di presenze
Il titolo stesso è un invito a fermarsi. “Quello che resta”: non ciò che si fa, non ciò che si dice, ma ciò che rimane — in chi ha ricevuto cura, in chi l’ha data, nel tempo che passa dopo. L’indice racconta molto di questo libro ancora prima di aprirlo: i capitoli hanno titoli semplici, quasi silenziosi. Le mani. Stare. Sentire. Insieme. Sono verbi all’infinito, non prescrizioni, non protocolli. Sono gesti. E ogni capitolo porta un sottotitolo che lo illumina: il primo linguaggio della cura, la presenza che non fa rumore, nessuna cura è solitaria. Parole che, anche solo a leggerle, qualcosa muovono dentro.
La premessa apre con una verità che ogni infermiera e ogni infermiere conosce nel profondo: “Non sai quanto durerà quando entri in una stanza per la prima volta”. Da quella soglia incerta, l’autrice costruisce un discorso sulla cura come incontro, come relazione che nasce in uno spazio di incertezza e che tuttavia sceglie di esserci. “Significa camminare accanto, non davanti, non dietro”: una frase che vale più di molte pagine di teoria.
La complessità del lavoro di cura, senza semplificazioni
Sanzo non idealizza la professione. Dedica capitoli interi alle tensioni più difficili da nominare: Quando il lavoro smette di essere “casa”; Il rischio di indurirsi — empatia, confini, umanità sotto pressione; La verità dopo il rumore — le tracce invisibili. Sono i titoli che nessun convegno mette mai nel programma, eppure sono esattamente le domande che chi lavora nella cura porta con sé, spesso in silenzio, spesso da solo.
C’è spazio anche per il corpo — non solo quello del paziente, ma del professionista che abita quel lavoro. E c’è la disabilità come linguaggio, la comunicazione oltre le parole, il tempo della malattia che non coincide mai con il tempo dell’organizzazione sanitaria. Il libro affronta tutto questo senza mai cadere nel didattico o nel consolatorio: ogni pagina sembra sapere che chi legge già conosce quelle stanze.
Scrivere come primo gesto di alleggerimento
C’è una frase in questo libro che mi ha colpita in modo particolare, e che ho sentito risuonare con qualcosa che appartiene anche a InfermieriAttivi.
“Scrivere è stato il primo gesto di alleggerimento. Non per spiegare, non per insegnare, ma per deporre. Ogni pagina è stata una mano che si apre, non per lasciare cadere, ma per appoggiare.”
Quella frase ha toccato qualcosa che sento da sempre come ragione profonda di questo spazio. Uno degli obiettivi di InfermieriAttivi è proprio dare agli infermieri la possibilità di scrivere: di portare qui le loro esperienze, le loro riflessioni, le cose che il turno ha lasciato dentro. Non perché debbano diventare scrittori, non perché debbano avere risposte. Ma perché scrivere è un gesto che alleggerisce, che ordina, che trasforma il peso dell’esperienza vissuta in qualcosa che può essere condiviso — e che, condiviso, aiuta anche chi legge.
Questo libro di Tiziana Sanzo è la dimostrazione che si può fare. Che le parole nate dalla cura possono diventare letteratura. E che quella letteratura, a sua volta, cura.
Per chi è questo libro
È un libro per chi lavora nella cura — infermieri, medici, OSS, fisioterapisti, chiunque abbia varcato quella soglia e sappia cosa significa stare nella vita degli altri in punta di piedi. Ma è anche un libro per chi quella cura l’ha ricevuta, o l’ha vista da vicino. E è un libro per chiunque abbia mai cercato parole per qualcosa di difficile da dire.
Si legge in modo fluido, quasi fosse una conversazione. La scrittura di Sanzo è precisa senza essere fredda, poetica senza essere retorica. Ogni capitolo è breve, autonomo, eppure costruisce qualcosa che alla fine del libro si sente come un tutto coerente.
Quello che resta
Il capitolo finale si intitola semplicemente Restare umani, con il sottotitolo: fedeltà, scelta, ciò che resta. È una chiusura che non conclude, ma apre. Perché restare umani nella cura non è qualcosa che si raggiunge una volta per tutte: è una scelta che si rinnova ogni giorno, ogni turno, ogni volta che si entra in una stanza senza sapere quanto durerà.
Consiglio questo libro. Tenetelo vicino. E se dopo averlo letto sentite il bisogno di scrivere qualcosa vostro — una riflessione, un ricordo, un pensiero nato in reparto — sapete dove farlo.
Scheda del libro
- Titolo: Quello che resta dopo la cura
- Autrice: Tiziana Sanzo
- Pagine: 193
- Temi: cura, relazione terapeutica, infermieristica narrativa, benessere professionale, umanizzazione delle cure
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