2018 slownursingLABORATORIO DI PENSIERO SLOW NURSING
Uno spazio d'incontro unico, quale occasione di pratica di pensiero, di appetito culturale, di approfondimento e di esercizio concettuale che permetta di intravvedere spiragli di azione per migliorare il presente e progettare il futuro. Occasione per abbandonare il limbo dell'indistinto e dell’opportunismo assumendo l’impegno di “conoscere per comprendere, e coerentemente, scegliere per essere".
Fucina di idee, crogiuolo di energie e motivazioni, palestra di riflessione. Una risposta possibile alla necessità di modificare la situazione attuale della professione infermieristica e la qualità dell'assistenza. 
 
Ecco una riflessione disincantata della realtà per stimolare contributi utili ad una feconda e stimolante discussione in preparazione del convegno di marzo.
 
L’infermiere tra la rassegnazione e l’utopia della passione per la cura.
 
Frastornati dalle mirabolanti illusioni di “competenze avanzate”, di iperuraniche teorie della scienza infermieristica, ritorniamo crudamente alla banale realtà del quotidiano.
Prendiamo un esempio: il lavoro nero nell'ospedale dei pazienti trattati come migranti.
Un massiccio afflusso, un continuo andirivieni dal Pronto Soccorso ad alcuni reparti "sbagliati", di pazienti appoggiati alla rinfusa, alla bell'e meglio, così per l'opinione pubblica, apparentemente non si vedono barellati.
Ma non è come nascondere la polvere sotto il tappeto?
Ma chi è il paziente-migrante?
È un paziente che arriva in un reparto che non è il suo, dove trova medici, che non sono interessati al suo problema, che non si preoccupano di visitarlo e di auscultarlo.
Ma il Primario di quel reparto è responsabile della cura e dell'assistenza di quei pazienti migranti? No! E i dirigenti medici di quel reparto sono responsabili? No!
E il coordinatore infermieristico di quel reparto è responsabile? No!
La responsabilità è solo dell'infermiere di quel reparto che deve districarsi fra un accavallarsi di una miriade di incombenze e priorità aumentando così stress e rischio clinico.
Mentre ciascun Primario, ciascun Dirigente Medico di ogni specialità responsabile di ognuno di questi pazienti-migranti è lontano da loro, nel proprio reparto.
 
Ma chi coordina la cura e l'assistenza di questa babele di pazienti?
E qual è la consistenza del personale dedicato a questa assistenza e cura? 
È adeguata alla bisogna?
Qualcuno dei dirigenti responsabili a qualsiasi livello si chiede se viene garantita la qualità di cura e di assistenza? E chi di loro ne risponde effettivamente?
Ed ecco clamorosa un'evidenza: il paziente-migrante non esiste!
Ovvero non viene conteggiato come carico di lavoro degli infermieri di quel reparto.
Quindi l'infermiere di quel reparto, e solo lui, si prende cura e ne è responsabile senza riconoscimento legittimo e ufficializzato. Lavora in nero senza gratifica alcuna.
Qualcuno potrebbe dire che questo è un problema di questi ultimi tempi. Enorme errore! Sono più di trent'anni che negli ospedali si vive questo problema.
Ma oggi la situazione è maggiormente aggravata dalla riduzione dei posti letto di medicina e di lungodegenza associato all'aumento progressivo della popolazione anziana, con l'aumento della plurimorbilità, della fragilità e della non autosufficienza. E a tutto questo si associa la grave carenza infermieristica e del personale di supporto.
Mentre i dirigenti, leggasi “infermieri da salotto”, disquisiscono sui massimi sistemi..... "cercano farfalle con la retina".
E così quando sento dire: "......sono un programmatore di sistemi di ingegneria formativa, mi adopero per obbligare gli infermieri al processo diagnostico, a pianificare, erogare e valutare esiti".....mi si rivoltano le budella!
Sempre più negli infermieri pervade un disagio continuo, una estrema tensione che oscilla fra rabbia e rassegnazione nel constatare che l'intelligenza e la cultura professionale viene continuamente mortificata. Prevale infine la rassegnazione quale appiglio, una via di fuga dal caos, dalla scientifica, certificata e accreditata organizzazione di un sistema sanitario irrazionale. 
La rassegnazione come autodifesa estrema, l'ultimo tentativo per rimanere ancora un po' sani di mente.
Ma a guardare meglio, più attentamente, la rassegnazione è una inevitabile connivenza al sistema malato, una rinuncia alla ricerca di una etica professionale per una cura autentica, un’evidente conformismo all’idea: “così va il mondo!”, “non si può lottare contro i mulini a vento!” “tengo famiglia!”.
La rinuncia a “scegliere di essere” per continuare a “si è sempre fatto così!”.
In questa disamina inesorabilmente reale, cosa rimane della passione per la cura?

La necessità ad aspirare ad un’etica dell’agire che è fondamentalmente passione per la vita.
L’impegno a lavorare ogni giorno umilmente per realizzare un’utopia della cura infermieristica autentica.
 
Autore
Luciano Urbani - Infermiere in pensione Mestre, autore di  “il cateterismo vescicale tra mito e scienza”, Coordinatore Slow nursing
 
Per approfondimenti: 
 
Video e atti del Convegno di Zelarino 2017 (LINK)