Come si sposta un infermiere dall'ambulatorio al reparto Covid?

Le fasi sono state rapidissime, un giorno la coordinatrice chiede chi si vuole spostare, il giorno dopo un corso e il giorno dopo inizi nel nuovo reparto.

Era il febbraio 2020, la situazione era chiara, il Coronavirus stava dilagando, un giovedì la coordinatrice convoca tutti gli infermieri e ci informa che cercava 4 volontari, ci offrimmo in 6.

 

 

 

Il cambiamento era già arrivato negli ambulatori, il numero di pazienti che si potevano seguire era stato ridotto, entravano solo i pazienti registrati e i parenti strettamente indispensabili. Ma molti che dovevano fare degli esami o visite di follow-up chiamavano e chiedevano di essere spostati.

I pazienti stessi stavano riducendo i contatti allo stretto necessario.

Io sono stato scelto per essere fra quelli trasferiti, anche se non sapevo dove sarei stato trasferito volevo dare il mio contributo.

Informo mia moglie e le figlie, orgogliose del mio impegno.

La situazione pandemica richiedeva più attenzioni verso le possibilità di contagio e già i giornali parlavano di focolai nei reparti che fossero Covid o non Covid.

Questo ha fatto si che per 6 mesi sentii i miei suoceri e mio padre solo al telefono.

Il giorno dopo era stato organizzato un corso sulla vestizione/svestizione per assistere i pazienti Covid, non era ancora finito il corso quando ricevo la telefonata con l'assegnazione del reparto e la data di inizio, il giorno dopo.

Il mio reparto di assegnazione era la medicina d'urgenza, trasformata in reparto Covid che accoglieva i pazienti dal PS, veniva monitorata la gravità e in pochi giorni il paziente era inviato in un reparto o direttamente in terapia intensiva.

L'assistenza con i DPI penso faccia comprendere subito al paziente la gravità della situazione e molti erano comprensivi, era un'assistenza a cui non ero abituato perchè mi limitava molto.

La vista si appannava e se non si appannava poteva esserlo lo schermo facciale.

Avendo due paia di guanti anche solo fare un prelivo diventava più difficoltoso anche davanti ad una vena di grosso calibro.

I movimenti dovevano essere controllati, altrimenti dopo pochi minuti saresti stato sudato spolto.

Quando eri dentro la camera del paziente, ti preparavi tutto, ma mancava sempre qualcosa e un infermiere o un OSS era sempre in corridoio per aiutarti.

La comunicazione con i pazienti era l'aspetto più difficoltoso, è cambiato il tono di voce, non c'era più la mimica del volto e abbiamo imparato a comunicare con gli occhi.

Poi per fortuna sono arrivati i tablet per consentire un contatto più umano fra il paziente e la sua famiglia.

A fine turno la doccia, tutti la facevano, non si voleva correre il rischio di portare il Coronavirus a casa, anche se sapevi che poteva essere chiunque.

Il lavoro è proseguito, senza giorni di ferie, due mesi sono volati e a un certo punto i ricoveri si riducono e una telefonata mi comunica che il giorno dopo riprendo in ambulatorio.

La prima ondata era finita, abbiamo contato oltre 80.000 decessi e molti avranno danni e invalidità permanenti, ma non basta abbiamo potuto conoscere anche la paura più intima dell'uomo, che si manifestava nei social con la negazione o peggio con il voler convincere gli altri.

La prima ondata ha visto uno sforzo incredibile per contenere i danni e speravamo che la natura avesse fatto il suo corso, come una normale epidemia influenzale.

Le notizie dai paesi vicini e dal mondo non erano confortanti, l'epidemia di Coronavirus dilagava, e la seconda ondata arrivò in Italia con l'autunno.

 

Foto di Helena Jankovičová Kováčová da Pixabay 

 

Pin It
Accedi per commentare