emergenza lavoro infermieri

Per un attimo, fate finta di trovarvi al comando di una nave in piena navigazione che, improvvisamente, urta uno scoglio sommerso. L'acqua inizia a invadere la stiva con una violenza inaudita, minacciando di far colare a picco l'intera imbarcazione in pochi minuti.

In quel frangente di puro caos, quale sarebbe la vostra priorità? Sarebbe logico preoccuparsi dell'inclinazione delle vele, della corretta aerazione dei ponti superiori o della rotta impostata sul timone? Ovviamente no. La priorità assoluta, l'unica azione che ha un reale senso per la sopravvivenza immediata, è scendere nella stiva e tappare la falla. Se la nave si riempie d'acqua e affonda, ogni altra manovra di salvataggio risulterà drammaticamente inutile.

Questa metafora nautica descrive in modo inequivocabile lo scenario clinico del trauma maggiore e, in particolare, il ruolo dell'infermiere nell'ambito dell'emergenza extraospedaliera. Voi, infermieri del soccorso territoriale, siete i comandanti e i primi ufficiali di quella nave. Siete professionisti autonomi, chiamati a prendere decisioni cruciali in frazioni di secondo, operando in contesti ostili e con risorse limitate. Nel trattamento del paziente traumatizzato grave, la nostra letale "falla" nello scafo è rappresentata dall'emorragia massiva.

Per comprendere a fondo l'urgenza di questa dinamica, dobbiamo esplorare brevemente cosa accade quando la falla si apre: l'emorragia e il conseguente shock emorragico.

L'emorragia massiva è definita come un sanguinamento attivo, imponente e difficilmente controllabile con manovre di base. In ambiente civile, rappresenta la seconda causa di morte nei pazienti traumatizzati (preceduta solo dal trauma cranico), con un'incidenza elevatissima che arriva a toccare il 40% dei decessi. Quando il sangue – il fluido vitale che mantiene in pressione tutto il nostro sistema vascolare – fuoriesce in grandi quantità, si innesca lo shock ipovolemico emorragico. In termini semplici, il cuore (la pompa del nostro motore) si ritrova a girare a vuoto: si riduce il pre-carico (la quantità di sangue che ritorna al cuore) e il post-carico, portando a una drastica caduta delle resistenze vascolari e a una severa ipoperfusione di organi e tessuti. Le cellule, improvvisamente private del loro prezioso ossigeno, sono costrette a passare a un disperato metabolismo anaerobio.

Questo processo d'emergenza genera scarti tossici, come l'acido lattico, portando l'organismo a una grave acidosi metabolica che, se non interrotta, conduce inevitabilmente alla disfunzione e alla morte cellulare. Si crea così un circolo vizioso mortale, tristemente noto ai clinici come la "Triade della Morte": acidosi, ipotermia e coagulopatia trauma-indotta. La coagulopatia, in particolare, aggrava ulteriormente il sanguinamento, rendendo il sangue incapace di formare coaguli efficaci e trasformando la nostra falla in una voragine inarrestabile.

È proprio per evitare che la nave affondi a causa di questo circolo vizioso che la valutazione primaria nel trauma ha subito un'evoluzione concettuale fondamentale. Se nella rianimazione  avanzata (i protocolli ACLS) siamo giustamente abituati a focalizzarci in primis sulle vie aeree e sul cuore, seguendo schemi come l'ABCDE, il Prehospital Trauma Care (PHTC) stravolge e riadatta questo paradigma.

Nel PHTC, la primissima e più importante lettera della valutazione primaria non è la "A" di Airway (le vie aeree, ovvero le "vele" e la "ventilazione" della nostra nave), ma è una "C" maiuscola posta rigorosamente al vertice: il controllo delle emorragie massive (Catastrophic Hemorrhage).

Il modello CABCDE stabilisce che prima di aprire le vie aeree, prima di preoccuparsi di applicare un collare cervicale o di somministrare ossigeno ad alti flussi, l'infermiere deve cercare e arrestare tempestivamente le emorragie esterne esangui.

La motivazione è brutalmente logica, tornando alla nostra metafora: è del tutto inutile intubare un paziente, liberare i bronchi e riempire i suoi polmoni di ossigeno puro se non ci sono più globuli rossi circolanti nel torrente ematico per trasportare quell'ossigeno ai tessuti. L'aria deve entrare e uscire, certo, ma se il fluido che fa da vettore è già fuoriuscito dalla stiva, l'intero sistema collasserà comunque.

L'autonomia decisionale e operativa dell'infermiere si esprime al massimo grado in questa primissima fase: l'identificazione precoce del sanguinamento (spesso nascosto dai vestiti, da una posizione anomala o celato dalla dinamica dell'incidente) e l'immediata applicazione di misure meccaniche salvavita sono gli unici gesti che possono garantire una reale chance di sopravvivenza al ferito.

Dalla teoria alla pratica: gli strumenti per arrestare la falla

Una volta individuata la falla, il comandante della nave deve avere a disposizione e padroneggiare gli strumenti giusti per chiuderla in modo rapido e definitivo. Qui entra in gioco la filosofia "Stop the Bleed". Si tratta di una campagna di sensibilizzazione e formazione nata negli Stati Uniti su spinta dell'American College of Surgeons, in seguito a eventi catastrofici e attentati terroristici (come quello alla maratona di Boston del 2013) che hanno dolorosamente evidenziato come le emorragie massive non gestibili portino rapidamente al decesso se i soccorritori non dispongono di metodiche efficaci sul campo.

Questa campagna ha diffuso e standardizzato l'impiego di una serie di dispositivi di emostasi meccanica e chimica che, oggi, costituiscono l'arsenale irrinunciabile dello zaino infermieristico nel pre-ospedaliero e nei setting di area critica. Tutta questa fase si inserisce perfettamente nel primissimo momento della valutazione primaria, consolidando l'autonomia del professionista che, valutato il rischio, applica la soluzione senza indugi.

Ecco i principali presidi utilizzati per il controllo delle emorragie, veri e propri "tappi" e "paratie stagne" per salvare la nostra nave dal naufragio:

  • Il Tourniquet (Laccio emostatico tattico): È il dispositivo salvavita per eccellenza, l'arma di prima linea nelle emorragie massive comprimibili a carico degli arti superiori e inferiori. Il termine deriva dal francese e significa "girare", riferendosi proprio al suo meccanismo a verricello (windlass) che permette di stringere la banda in modo circonferenziale attorno all'arto, fino a generare una pressione sufficiente a interrompere completamente il flusso sanguigno arterioso. L'infermiere lo posiziona tempestivamente a circa 5-8 cm a monte della ferita sanguinante, o il più in alto possibile alla radice dell'arto qualora la fonte del sanguinamento non sia subito chiara, evitando accuratamente di posizionarlo sopra le articolazioni. Deve essere applicato stringendo finché non scompare del tutto il polso distale o, visivamente, non si arresta l'emorragia. Agisce proprio come una pesante porta stagna in acciaio che chiude la circolazione verso lo scompartimento allagato. Il suo posizionamento deve essere fulmineo (entro un minuto se possibile) e l'orario di applicazione deve essere sempre annotato sul dispositivo stesso. In condizioni controllate, un tourniquet può rimanere in sede per circa 2-3 ore senza causare danni ischemici irreversibili ai tessuti, donando tempo prezioso per la centralizzazione in ospedale.
  • Garze Emostatiche e Wound Packing (Zaffaggio della ferita): Quando la falla si trova in distretti anatomici complessi in cui non è possibile posizionare un tourniquet circonferenziale (le cosiddette lesioni penetranti o in aree difficili), la strategia cambia: si ricorre alla tecnica del wound packing. Il wound packing consiste nell'inserire fisicamente, con l'uso delle dita, delle garze direttamente all'interno della cavità della ferita, andando a comprimere meccanicamente il vaso sanguigno reciso contro il tessuto osseo sottostante. Oggi l'infermiere dispone di garze di nuova generazione impregnate di agenti emostatici chimici, sostanze che favoriscono non solo una barriera fisica, ma una coagulazione chimica pro-attiva. Troviamo ad esempio il Chitosano (un polimero estratto dai crostacei, presente nelle ChitoGauze o nel Celox, che induce l'emostasi agendo su eritrociti e piastrine) , il Caolino (argilla bianca tipica delle Combat Gauze, che attiva precocemente la cascata coagulativa senza rischi di trombo-embolie sistemiche) e la Zeolite (presente nelle QuikClot, capace di assorbire l'acqua plasmatica concentrando rapidamente i fattori della coagulazione locale). L'infermiere esegue lo zaffaggio inserendo la garza in profondità fino a colmare interamente il tramit della ferita, dopodiché applica una salda pressione manuale diretta per almeno 3 minuti per assicurare la formazione del coagulo.
  • La Benda Israeliana (Emergency Bandage): Subito dopo aver completato un efficace zaffaggio emostatico, o per gestire sanguinamenti meno catastrofici ma comunque critici, è fondamentale assicurare il mantenimento di una pressione costante nel tempo. La benda israeliana è un bendaggio elastico fortemente compressivo, progettato con un applicatore di pressione integrato e una barra di chiusura. Questo design innovativo permette all'infermiere di esercitare e "bloccare" una forte trazione compressiva focalizzata direttamente sul sito della lesione, funzionando da eccellente rinforzo strutturale alla nostra falla appena sigillata.
  • Junctional Tourniquet (Lacci Emostatici Giunzionali): Esistono "compartimenti" della nostra nave che per natura anatomica sono ostici da isolare. Le aree giunzionali (base del collo, ascelle, regione inguinale, perineo) uniscono gli arti al tronco e non permettono l'applicazione di un normale tourniquet. L'industria medica, specialmente in ambito tattico, ha sviluppato complessi dispositivi giunzionali tra cui spiccano il CROC, l'AAJT, il SAM Junctional Tourniquet e il JETT. Questi strumenti ingegnosi si servono di sistemi a morsetto, a vite o di cuscinetti pneumatici per andare a intercettare e comprimere in modo mirato i grossi vasi (come l'aorta addominale distale o le arterie femorali) molto a monte della lesione. Sebbene il loro utilizzo sia spesso appannaggio di team altamente specializzati, fanno pienamente parte del concetto evoluto di emostasi. Un discorso a parte merita l'iTClamp, una sorta di potente "molletta" chirurgica sterile che, pinzata sui bordi di ferite a margini integri (come sul collo, cuoio capelluto o distretto maxillo-facciale), chiude meccanicamente i lembi esterni sigillando la fuoriuscita e favorendo la creazione rapida di un coagulo sottocutaneo stabile sotto pressione.
  • Fascia Pelvica (T-POD o dispositivi simili): Anche se a primo impatto non sembra un dispositivo mirato per ferite esterne aperte, la fascia pelvica riveste un'importanza vitale nella gestione delle emorragie massive, entrando di diritto nei presidi della fase C (o C-Circolo) della nostra valutazione primaria. Il bacino osseo è una struttura ad anello circondata da vasi sanguigni di grandissimo calibro; una sua frattura instabile dovuta a un trauma ad alta cinetica può celare una mostruosa emorragia interna nel retroperitoneo, una falla invisibile che allaga rapidamente la nostra stiva. Applicando e serrando la fascia pelvica a livello dei grandi trocanteri in presenza di un meccanismo suggestivo o instabilità clinica, l'infermiere va letteralmente a "chiudere" l'anello osseo. In questo modo si riduce drasticamente il volume potenziale all'interno del quale il sangue può espandersi, limitando la perdita ematica e stabilizzando provvisoriamente il bacino, favorendo l'emostasi interna per tamponamento.

In conclusione, la gestione dell'emorragia massiva non è una procedura che concede esitazioni o incertezze. Quando la nave imbarca acqua in maniera drammatica, la competenza, la lucidità e l'autonomia decisionale dell'infermiere fanno la concreta differenza tra un equipaggio che si salva e un tragico naufragio. Comprendendo la patofisiologia che porta alla triade della morte, abbracciando pienamente il radicale cambio di paradigma dal classico ABCDE dell'ACLS all'inversione delle priorità dettata dal CABCDE, e padroneggiando con sicurezza chirurgica l'arsenale dello "Stop the Bleed", il professionista dell'emergenza non si limita ad assistere passivamente l'evolversi della crisi.

Diventa, al contrario, il protagonista attivo che si cala nella stiva, sigilla la falla, stabilizza le pressioni del sistema e permette all'imbarcazione di superare la tempesta, giungendo infine al porto sicuro e definitivo della sala operatoria.

Liberamente tratto da:

  • Linee guida principali per il trauma (es. Prehospital Trauma Life Support - PHTLS / European Trauma Course - ETC), aggiornate al 2025.

Foto di Mikhail Nilov

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