epatocarcinoma

L'epatocarcinoma (HCC) rappresenta una delle neoplasie più aggressive e complesse del fegato, con una gestione che richiede un approccio altamente multidisciplinare e personalizzato.

Nel panorama oncologico attuale, la continua evoluzione delle strategie terapeutiche ha rivoluzionato le prospettive dei pazienti, in particolare attraverso tecniche di downstaging e l'introduzione di nuove terapie sistemiche, rendendo cruciale la discussione del paziente con comorbidità significative.

Il concetto di downstaging e terapie di conversione

Il downstaging consiste nella riduzione delle dimensioni del tumore o della sua estensione, per renderlo idoneo a trattamenti curativi come la resezione chirurgica o il trapianto di fegato. Le terapie di conversione mirano a trasformare un tumore inizialmente non resecabile o non trapiantabile in una lesione trattabile con intento curativo.

Secondo il concetto di "converse therapeutic hierarchy", l'obiettivo principale del downstaging tramite terapie loco-regionali è proprio quello di convertire i pazienti da una condizione meno favorevole a una più favorevole per trattamenti curativi.

Le strategie di downstaging si avvalgono principalmente di:
  • Terapie loco-regionali (LRT): queste includono la chemioembolizzazione transarteriosa (TACE), la radioembolizzazione transarteriosa (TARE o SIRT), l'ablazione termica (RFA/MWA) e la radioterapia esterna (SBRT). Le LRT sono considerate "potenzialmente curative" per pazienti che non sono idonei a trattamenti curativi upfront.
  • Terapia sistemica: anche la terapia sistemica, in particolare le nuove immunoterapie, sta mostrando un ruolo significativo nella conversione dei tumori da non resecabili a resecabili o trapiantabili. Recenti studi come il LAUNCH Trial (Lenvatinib + TACE) hanno dimostrato un notevole miglioramento della sopravvivenza globale (OS) e della sopravvivenza libera da progressione (PFS) in HCC avanzato. Studi come CONVERSE hanno esplorato la realizzabilità della terapia di conversione, dimostrando che una percentuale di pazienti può effettivamente essere convertita a trattamenti curativi.

La rivoluzione della terapia sistemica: l'era dell'immunoterapia

L'introduzione dell'immunoterapia ha segnato una vera rivoluzione nel trattamento sistemico dell'HCC. Le combinazioni basate su inibitori del checkpoint immunitario (ICI) stanno diventando la prima linea di trattamento per molti pazienti.

  • Combinazioni ICI più efficaci:
    • Anti PDL-1 + anti VEGF: Atezolizumab + Bevacizumab (studio IMbrave150) e Toripalimab + Bevacizumab (HEPATORCH) hanno mostrato tassi di risposta elevati e miglioramento significativo della OS e PFS rispetto al sorafenib.
    • Anti PD-1 + anti CTLA-4: Durvalumab + Tremelimumab (studio HIMALAYA) e Nivolumab + Ipilimumab (studio Checkmate 9DW) hanno dimostrato benefici in termini di OS.
  • Immuno-combos con risultati controversi: lo studio COSMIC 312 ha confrontato Sorafenib a Atezolizumab + Cabozantinib.
  • Risposte durevoli: queste terapie possono indurre risposte complete (CR) o parziali (PR) durevoli, portando talvolta a uno stato di "drug-free" (libertà da farmaci) per periodi prolungati.
  • Studi clinici in corso: numerosi studi continuano a esplorare l'espansione dell'accesso al trapianto di fegato (LT) con ICI, puntando a una sopravvivenza post-LT sicura e comparabile a quella dei pazienti trapiantati secondo i criteri convenzionali.

Gestione del paziente con HCC e comorbidità

La presenza di comorbidità è una sfida significativa nella scelta e gestione della terapia per l'HCC. Un'attenta valutazione multiparametrica è fondamentale per personalizzare l'approccio terapeutico.

  • Comorbidità cardiovascolari: i pazienti con storia di ipertensione, coronaropatia, pregresso scompenso cardiaco o in terapia con anti-aggreganti/anti-coagulanti richiedono una gestione specialistica, soprattutto con terapie anti-angiogeniche che possono indurre tossicità cardiovascolare. In previsione dell'avvio di bevacizumab, tutti i pazienti devono essere sottoposti a ECG, ecocardiogramma e prelievo ematico per troponina e NT-proBNP. Non emergono controindicazioni cardiologiche assolute per il bevacizumab dai dati forniti.
  • Autoimmunità subclinica: la seropositività per autoanticorpi (es. ANA) almeno a 1:80, ma senza manifestazioni cliniche di autoimmunità, non è una controindicazione assoluta alla terapia con ICI nell'HCC. Tuttavia, predice una maggiore incidenza di eventi avversi immuno-correlati (irAEs) rispetto a pazienti ANA negativi. L’intervallo di tempo tra l’inizio dell’immunoterapia e la manifestazione di irAEs in questi pazienti è inoltre più breve rispetto a pazienti ANA negativi. Tra le manifestazioni più comuni di irAEs in questi pazienti vi è l'artrite (13.3%), seguita dalle lesioni cutanee (dermatite, 6.6%).
  • Varici esofagee e rischio di sanguinamento: la gestione del paziente con varici o alterazioni alla gastroscopia è cruciale, specialmente con l'uso di Bevacizumab, un anti-VEGF che aumenta il rischio emorragico. Una storia di sanguinamento da varici è un predittore di futuri episodi emorragici con Atezolizumab-Bevacizumab.

Il ruolo del team multidisciplinare (MDT)

La complessità dell'HCC e la necessità di personalizzare la terapia rendono indispensabile il team multidisciplinare (MDT). Il team ideale include epatologi, chirurghi, oncologi medici, radiologi interventisti e diagnostici, anestesisti, patologi, ma anche infermieri (clinici e di ricerca), case manager/nurse navigator, psico-oncologi, endoscopisti e specialisti in cure palliative.

Le discussioni MDT variano, da casi clinicamente complessi a tutti i pazienti discussi più volte, a seconda delle politiche e delle esigenze del centro. La scelta della terapia deve essere individualizzata in base alle caratteristiche del paziente e del tumore, con l'obiettivo di massimizzare la riduzione del tumore.

Per concludere

Il progresso nelle terapie sistemiche per l'HCC non resecabile ha aperto nuove e promettenti vie per la terapia di conversione. Sebbene non esista ancora una chiara delineazione di un approccio standard, recenti evidenze dimostrano che i pazienti sottoposti a terapia di conversione dopo il trattamento sistemico possono avere una sopravvivenza notevole.

L'identificazione dei pazienti che possono beneficiare maggiormente della terapia di conversione rimane una sfida, e la scelta del regime migliore deve essere personalizzata. L'approccio chirurgico, in particolare, deve essere discusso in un MDT dedicato. Il futuro dell'HCC vede la terapia di conversione emergere "from underdog to rookie", ma il successo richiede ancora lavoro e perseveranza.

Studi di approfondimento:

  • LAUNCH Trial (Lenvatinib + TACE): Uno studio che ha esplorato l'efficacia della combinazione di Lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa (TACE) nel trattamento dell'epatocarcinoma avanzato, dimostrando un miglioramento della sopravvivenza globale e della sopravvivenza libera da progressione. 

  • IMbrave150: Uno studio che ha confrontato la combinazione di Atezolizumab + Bevacizumab con sorafenib nel trattamento di prima linea dell'epatocarcinoma non resecabile, evidenziando tassi di risposta elevati e un significativo miglioramento della sopravvivenza.

  • HEPATORCH: Uno studio che ha valutato la combinazione di Toripalimab + Bevacizumab in pazienti con epatocarcinoma, mostrando risultati promettenti in termini di risposta e sopravvivenza.

  • HIMALAYA: Uno studio che ha esaminato la combinazione di Durvalumab + Tremelimumab, dimostrando benefici in termini di sopravvivenza globale.

  • Checkmate 9DW: Uno studio che ha valutato l'efficacia della combinazione di Nivolumab + Ipilimumab nel trattamento dell'HCC, evidenziando benefici in termini di sopravvivenza globale.

  • COSMIC 312: Uno studio che ha confrontato la combinazione di Atezolizumab + Cabozantinib con sorafenib, con risultati controversi.

  

Foto di Anna Tarazevich

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