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L'obesità è un'epidemia globale che affligge milioni di persone, con un impatto profondo non solo sulla salute generale ma anche sulla gestione del dolore cronico.

Troppo spesso, tendiamo a sottovalutare il legame tra queste due condizioni, concentrandoci sulle manifestazioni più evidenti senza cogliere la complessità sottostante. Questo articolo, basato su recenti evidenze scientifiche, mira a fare chiarezza su questo binomio, fornendo spunti cruciali per la nostra pratica quotidiana.

"Globesity": una realtà allarmante

Le proiezioni epidemiologiche già dagli anni '70 indicavano un aumento preoccupante dell'obesità, ma solo oggi ne stiamo toccando con mano la gravità. Attualmente, si stima che un miliardo di persone nel mondo siano obese (BMI >30), a cui si aggiungono altri due miliardi in sovrappeso (BMI 25-30).

In Italia, il 46% della popolazione è in eccesso ponderale, con un 11% francamente obeso e un trend in crescita, soprattutto tra uomini, donne e giovani. Particolarmente critica è la situazione dell'obesità infantile, con l'Italia tristemente sul podio in Europa, e regioni del Sud come la Sicilia che vedono un bambino su due in eccesso ponderale.

L'obesità non è solo una questione estetica, ma una malattia cronica e recidivante, con una patogenesi complessa influenzata da fattori ambientali, sociali e psicosociali, oltre a una predisposizione genetica. Essa riduce significativamente l'aspettativa di vita: una persona con BMI normale ha l'80% di possibilità di raggiungere i 70 anni, mentre con un BMI >40, questa percentuale si dimezza al 50%.

Meta-neuroinfiammazione: il cuore del problema

Uno degli aspetti più cruciali è la "meta-infiammazione", uno stato infiammatorio cronico di basso grado, sostenuto dalle alterazioni metaboliche e dall'eccesso di tessuto adiposo. Gli americani lo chiamano grasso malato" (sick fat) e produce citochine pro-infiammatorie (come TNF-a, IL-1ß, leptina, resistina) che amplificano l'infiammazione e possono sensibilizzare i nocicettori, contribuendo al dolore cronico.

La distribuzione del grasso è fondamentale: il grasso viscerale, più pericoloso, produce meno adiponectina (protettiva) e più adipochine pro-infiammatorie rispetto al grasso sottocutaneo.

A livello cerebrale, l'obesità può indurre neuroinfiammazione, compromettendo la barriera ematoencefalica (BEE) e alterando la produzione di neurotrasmettitori come dopamina e serotonina. Ciò può slatentizzare disturbi dell'umore, patologie psichiatriche (es. schizofrenia) e accelerare il declino cognitivo. Studi su modelli animali hanno dimostrato che una dieta ricca di grassi può alterare la permeabilità della BEE, causando disturbi della memoria e del tono dell'umore.
 

Il ruolo della disbiosi intestinale  

Accanto alla meta-infiammazione, la disbiosi intestinale, si riferisce allo squilibrio del microbiota intestinale e gioca un ruolo cruciale nello stato infiammatorio dell'obesità. Questa condizione, comune nei soggetti obesi.

Nei soggetti obesi, si osserva spesso un'alterazione del rapporto tra Firmicutes (più efficienti nell'estrarre energia dal cibo) e Bacteroidetes (associati a un peso sano). Diete ricche di grassi e zuccheri favoriscono i Firmicutes, creando un ambiente intestinale meno sano.

Questo squilibrio porta a un aumento di batteri Gram-negativi che rilasciano lipopolisaccaridi (LPS), o endotossine. A causa di una maggiore permeabilità intestinale (il cosiddetto leaky gut), questi LPS possono passare nel sangue, scatenando una risposta immunitaria. Questo fenomeno, noto come endotossiemia metabolica, intensifica la produzione di citochine pro-infiammatorie, alimentando ulteriormente l'infiammazione cronica sistemica.

Obesità e dolore cronico: un legame a doppio senso  

L'obesità è un fattore di rischio consolidato per diverse sindromi dolorose croniche, tra cui cefalea, fibromialgia e, soprattutto, patologie muscolo-scheletriche come il low back pain e l'osteoartrosi (in particolare anca e ginocchio). Il concetto predominante è che l'eccesso di peso aumenti il carico articolare, ma l'infiammazione sistemica gioca un ruolo altrettanto significativo. Inoltre, l'obesità aumenta il rischio di polineuropatia diabetica dolorosa e di patologie neoplastiche, anch'esse fonti di dolore cronico.

È un circolo vizioso: l'obesità causa dolore, ma il dolore, limitando la mobilità e influenzando lo stato psicologico (depressione), a sua volta aggrava l'obesità. La vita sedentaria non è solo una scelta, ma spesso una conseguenza delle difficoltà fisiche e delle modificazioni comportamentali. Il cibo, in particolare zuccheri e cioccolata, può fungere da analgesico edonico, attivando il sistema di reward e creando una vera e propria dipendenza con basi farmacologiche

Strategie terapeutiche e il ruolo dell'infermiere  

La gestione dell'obesità e del dolore cronico richiede un approccio multidisciplinare. Non possiamo più limitarci al trattamento farmacologico del dolore.

È fondamentale indirizzare il paziente verso centri specialistici che affrontino lo stile di vita, l'alimentazione, gli approcci comportamentali e, se necessario, la chirurgia bariatrica o nuove terapie farmacologiche (come gli agonisti del recettore GLP-1, che mostrano risultati promettenti anche nel ridurre le comorbidità associate).  

Per quanto riguarda l'alimentazione, la Dieta Mediterranea e l'integrazione con polifenoli (es. idrossitirosolo) e palmitoiletanolamide (PEA) stanno emergendo come strategie adiuvanti efficaci per contrastare la meta-infiammazione e la neuroinfiammazione, migliorando la composizione corporea e proteggendo il sistema nervoso.

La International Association for the Study of Pain (IASP) ha pubblicato sei consigli fondamentali sull'alimentazione e la gestione del dolore, che dovrebbero guidare la nostra consulenza ai pazienti:
  • Ridurre l'infiammazione proteggendo l'organismo dal danno ossidativo (polifenoli in frutta e verdura).
  • Grassi di buona qualità (Omega-3 e olio d'oliva) per ridurre l'infiammazione e rafforzare il sistema immunitario.
  • Prevenire la carenza di vitamine e minerali (vitamina D, B12, magnesio).
  • Bere acqua per prevenire la disidratazione che aumenta la sensibilità al dolore.
  • Aumentare le fibre per una corretta digestione, un microbioma sano e la gestione del peso.
  • Ridurre e limitare gli alimenti ultraprocessati e l'assunzione di zucchero, che aumentano l'infiammazione e lo stress ossidativo.

La nostra responsabilità come infermieri

Come infermieri, abbiamo un ruolo cruciale nell'identificare precocemente i pazienti a rischio, fornire educazione sanitaria sui rischi dell'obesità e sull'importanza di uno stile di vita sano.

Dobbiamo essere i promotori di un approccio olistico che tenga conto della complessità del dolore cronico nell'individuo obeso, indirizzando i pazienti verso i percorsi di cura più adeguati e collaborando attivamente con altri specialisti (nutrizionisti, endocrinologi, algologi). La nostra capacità di modulare la neuroinfiammazione attraverso l'educazione e il supporto al cambiamento dello stile di vita sarà un cardine fondamentale della terapia analgesica.

Investire nella prevenzione e nella gestione integrata dell'obesità significa migliorare significativamente la qualità di vita dei nostri pazienti e ridurre il carico di dolore cronico che li affligge.

Bibliografia e approfondimenti: 

  • Istituto Superiore di Sanità (ISS) – Epicentro: Obesità. (LINK
  • Role of Adipokines in Obesity-Induced Chronic Pain: A Narrative Review. (LINK)  
  • Targeting gut microbiota to alleviate obesity and related diseases. (LINK
  • Targeting neuroinflammation by palmitoylethanolamide for improving neuropathic pain. (LINK)

 

Foto di Pixabay

 

 

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