Uno studio italiano pubblicato nel 2026 su International Emergency Nursing ha analizzato 3.857 pazienti, evidenziando tempi di trattamento inferiori nei pazienti sottoposti a prelievi anticipati durante il sovraffollamento.
Ma quali sono i reali benefici e i limiti di questi protocolli?
Il tempo di attesa può diventare tempo di cura?
Un paziente accede al Pronto Soccorso per dolore addominale. Dopo la valutazione di triage, le condizioni cliniche non richiedono una presa in carico immediata, ma l’elevato numero di accessi determina un’attesa prolungata prima della visita medica. È una situazione quotidiana in molti servizi di emergenza-urgenza.
Durante questa attesa, alcune attività diagnostiche potrebbero essere anticipate attraverso protocolli prestabiliti, consentendo al medico di disporre dei risultati già nelle prime fasi della valutazione. È questo il principio dei nurse-initiated protocols, percorsi che permettono agli infermieri di avviare determinati interventi sulla base di criteri clinici e organizzativi condivisi.
L’obiettivo non è sostituire la valutazione medica, ma utilizzare in modo più efficiente il tempo trascorso dal paziente all’interno del Pronto Soccorso. Una recente ricerca italiana ha provato a misurare i possibili benefici di questo approccio.
Lo studio italiano: 3.857 pazienti analizzati
Nel febbraio 2026, Federica Durando e colleghi hanno pubblicato su International Emergency Nursing lo studio “Impact of early blood testing on emergency department length of stay during overcrowding”.
La ricerca è stata condotta presso il Pronto Soccorso dell’Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo, analizzando gli accessi registrati tra il 1° gennaio e il 20 giugno 2024. Sono stati inclusi 3.857 pazienti adulti con dolore toracico o addominale e livelli di priorità al triage compresi tra 2 e 5.
Il progetto prevedeva che gli infermieri potessero effettuare precocemente prelievi ematici attraverso pannelli di esami predefiniti, selezionati in base a specifici criteri e gestiti mediante il sistema informatico. Il protocollo veniva attivato esclusivamente durante condizioni di sovraffollamento, identificate attraverso soglie organizzative locali.
Circa il 38% dei pazienti inclusi è stato gestito con questa modalità. L’elemento innovativo consisteva nell’utilizzare parte del periodo successivo al triage per anticipare una fase del percorso diagnostico, senza attendere necessariamente l’inizio della valutazione medica.
Trenta minuti in meno nel tempo di trattamento
I risultati hanno mostrato una differenza statisticamente significativa tra i due gruppi. Nei pazienti sottoposti a prelievi anticipati, il tempo di trattamento è stato di 132 minuti, rispetto ai 162 minuti osservati nei pazienti gestiti senza il protocollo: una differenza di 30 minuti (p < 0,001).
Il risultato suggerisce che disporre precocemente degli esami ematici possa agevolare le successive decisioni cliniche. Tuttavia, un altro dato dello studio è fondamentale: i pazienti sottoposti al protocollo avevano un tempo di attesa di 142 minuti, contro i 48 minuti del gruppo di confronto.
Questa differenza dipendeva anche dal contesto: i prelievi anticipati venivano effettuati proprio durante le condizioni di maggiore affollamento. Di conseguenza, il tempo complessivo trascorso in Pronto Soccorso rimaneva superiore nei pazienti gestiti durante il sovraffollamento, nonostante la fase di trattamento risultasse più breve.
Il protocollo sembra quindi aver attenuato parte dell’impatto organizzativo dell’attesa, senza eliminarne le cause. Trattandosi di uno studio osservazionale di miglioramento della qualità, le differenze tra i gruppi non consentono di attribuire con certezza la riduzione dei tempi al solo intervento infermieristico.
Cosa dice la letteratura internazionale?
L’anticipazione degli esami diagnostici da parte degli infermieri non rappresenta una novità assoluta. Diversi dipartimenti di emergenza hanno sperimentato protocolli che consentono agli infermieri di triage di avviare accertamenti laboratoristici o radiologici in presenza di specifiche indicazioni.
Una revisione pubblicata nel 2021 sul Journal of Emergency Medicine, elaborata nell’ambito dell’American Academy of Emergency Medicine, ha esaminato 13 studi sull’argomento. Gli autori hanno riscontrato una discreta concordanza tra infermieri e medici nella richiesta di radiografie degli arti, mentre l’accuratezza risultava più limitata per gli esami di laboratorio.
Soprattutto, non sono emerse prove convincenti di una riduzione clinicamente rilevante della permanenza complessiva in Pronto Soccorso. Anticipare un esame può velocizzare una fase del percorso, ma non necessariamente modificare l’intero processo assistenziale.
I tempi complessivi dipendono anche dalla disponibilità di personale, dagli accertamenti successivi, dalle consulenze specialistiche, dalla necessità di osservazione e dalla disponibilità di posti letto. Un singolo intervento organizzativo difficilmente può compensare tutte queste variabili.
Protocolli infermieristici e realtà italiana
In Italia, le Linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero del 2019 riconoscono il ruolo centrale dell’infermiere nella valutazione iniziale e nella gestione del paziente durante l’attesa. Il triage non termina con l’attribuzione del codice di priorità, ma comprende anche la sorveglianza e la rivalutazione delle condizioni cliniche.
L’eventuale attivazione anticipata di accertamenti o trattamenti deve inserirsi in percorsi formalizzati, coerenti con le disposizioni applicabili e con l’organizzazione della struttura sanitaria. Non si tratta quindi di una facoltà generalizzata di prescrivere autonomamente qualsiasi esame.
Un protocollo dovrebbe definire chiaramente quali pazienti possono essere inclusi, quali accertamenti sono previsti, quali condizioni ne impediscono l’attivazione e quando è necessaria una valutazione medica immediata. Altrettanto importanti sono la formazione del personale, la tracciabilità delle attività e la gestione tempestiva dei risultati.
L’autonomia infermieristica, in questo contesto, si esprime attraverso una valutazione professionale competente all’interno di un percorso clinico-assistenziale condiviso.
Il rischio di aumentare il carico di lavoro
L’introduzione di nuovi protocolli non è priva di criticità. Anticipare i prelievi significa aggiungere attività in una fase del percorso nella quale gli infermieri sono già impegnati nell’accoglienza, nella valutazione, nella rivalutazione e nell’identificazione delle situazioni potenzialmente evolutive.
Senza risorse adeguate, il rischio è trasferire ulteriori compiti sul personale infermieristico senza ottenere un reale miglioramento organizzativo. Esiste inoltre il problema dell’appropriatezza diagnostica: un protocollo troppo ampio potrebbe determinare esami non necessari, duplicazioni o risultati che richiedono ulteriori accertamenti prima ancora della visita medica.
Per questo motivo, l’efficacia non dovrebbe essere valutata esclusivamente attraverso i minuti risparmiati. Sarebbe opportuno monitorare anche l’appropriatezza degli esami, gli eventi avversi, il carico di lavoro, i tempi di rivalutazione e gli effetti sull’intero percorso del paziente.
Come dovrebbe essere costruito un protocollo efficace?
Un percorso di anticipazione diagnostica dovrebbe partire dall’identificazione di una popolazione clinica ben definita, evitando criteri eccessivamente generici. Dovrebbero poi essere individuati gli accertamenti effettivamente utili alla successiva valutazione, le condizioni che richiedono l’esclusione dal protocollo e le modalità di comunicazione dei risultati critici.
È fondamentale prevedere una formazione specifica degli infermieri coinvolti, insieme a procedure condivise con la componente medica e con la direzione della struttura. Infine, l’introduzione del protocollo dovrebbe essere accompagnata da un monitoraggio periodico degli esiti.
Non basta dimostrare che un’attività può essere anticipata: occorre dimostrare che anticiparla sia appropriato, sicuro e realmente utile.
Conclusioni: meno attesa o migliore utilizzo dell’attesa?
Lo studio di Durando e colleghi rappresenta un contributo interessante al dibattito sull’organizzazione del Pronto Soccorso e sul ruolo degli infermieri nei percorsi diagnostici precoci.
Nei pazienti gestiti con prelievi anticipati è stata osservata una riduzione di 30 minuti del tempo di trattamento, ma non una riduzione della permanenza complessiva rispetto al gruppo di confronto. Il risultato non deve essere interpretato come una soluzione al sovraffollamento, né come una dimostrazione definitiva dell’efficacia causale del protocollo.
Suggerisce, piuttosto, che alcune attività possano essere collocate diversamente all’interno del percorso assistenziale, sfruttando in modo appropriato una parte dell’attesa. La vera questione non è soltanto quanto tempo si possa risparmiare: è capire se quel tempo possa essere utilizzato meglio, senza compromettere la sicurezza dei pazienti e senza aumentare in modo insostenibile il carico di lavoro degli operatori.
Il valore dei protocolli infermieristici non si misura dal numero di attività trasferite agli infermieri, ma dal miglioramento concreto, documentabile e sicuro dell’assistenza.
Bibliografia
- Durando F, et al. Impact of early blood testing on emergency department length of stay during overcrowding. International Emergency Nursing. 2026;85:101772. https://doi.org/10.1016/j.ienj.2026.101772
- Gottlieb M, Farcy DA, Moreno LA, Vilke GM, Guittard JA. Triage Nurse-Ordered Testing in the Emergency Department Setting: A Review of the Literature for the Clinician. Journal of Emergency Medicine. 2021;60(4):570–575. https://doi.org/10.1016/j.jemermed.2020.11.004
- Ministero della Salute. Linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero. Accordo Stato-Regioni, 1 agosto 2019.
