La fibrillazione atriale (FA) è una delle aritmie più frequentemente riscontrate nella pratica di tutti i giorni e rappresenta sia un importante impatto sociale (per l’alta frequenza nella popolazione) che economico da parte del sistema sanitario nazionale.

Milioni di persone ne soffrono di FA e molti di questi essendo asintomatici non sono nemmeno al corrente di averla.

 

L’aritmia avviene più spesso in pazienti con BPCO, ipertensione arteriosa, malattie valvolari cardiache (essenzialmente mitrale e/o aorta), cardiopatia ischemica, ipertiroidismo ma anche in soggetti con alto consumo di alcol. Quando si riscontra in un soggetto che non presenta evidenze di malattie cardiovascolari, in assenza di cause scatenanti (vedi sopra), allora si parla di “lone AF” come dicono gli autori anglosassoni e cioè la FA isolata. A volte l’aritmia può essere iatrogena dovuta all’assunzione di alcuni farmaci (esempio broncodilatatori) oppure a disturbi elettrolitici (dovuti a perdita di potassio per sudorazione intensa, assunzione di diuretici, ecc).

La FA che avviene all’improvviso si chiama parossistica e si risolve spontaneamente entro una settimana dall’esordio.

Di solito, si tratta di un’aritmia ad alta frequenza (risposta) ventricolare, con un polso attorno ai 140-170 battiti per minuto ed è sintomatica per palpitazioni e spesso per dispnea. L’affanno è dovuto da una parte all’alta frequenza ventricolare e dall’altra alla perdita della contrazione omogenea degli atrii e della sequenzialità contrazione atriale – contrazione ventricolare.

La scomparsa della contrazione atriale favorisce la stasi del sangue nell’atrio ed alla secondaria formazione di trombi in questa cavità cardiaca. Il trombo può migrare, lasciando l’atrio sinistro ed arrivando nel ventricolo sinistro attraverso la valvola mitralica essere “spinto” durante la sistole ventricolare nel circolo arterioso. Questo fenomeno si chiama embolia ed è la più grave complicanza della FA.

Quando vi capita di seguire un paziente che passa in FA dovete sapere che si devono affrontare due problematiche. La prima è legata all’aritmia stessa e la seconda al rischio di embolie periferiche. Per l’aritmia abbiamo due opzioni; convertirla (farmacologicamente o elettricamente) in ritmo sinusale, oppure, con l’aiuto di farmaci che rallentano la conduzione atrio-ventricolare, “costringere” il ventricolo a non superare a riposo circa 100 battiti al minuto di frequenza.

Il problema del rischio embolico si risolve scoagulando il paziente; immediatamente con l’aiuto di un anticoagulante ad azione rapida (eparine a basso peso molecolare come Clexane, Fraxiparina, ecc) ed ulteriormente con farmaci anticoagulanti orali (Coumadin o Sintrom).

Quello che infastidisce e spaventa il paziente è la palpitazione e l’affanno; quella che deve essere invece la principale preoccupazione dei sanitari è il rischio embolico !

A proposito, quando andate a trovare i vostri nonni controllate loro il polso; di essi, il 10% - 15% può avere l’aritmia, anche in assenza di sintomi.

Ricordate che gli antiaggreganti (aspirina, ticlopidina, clopidogrel, ecc) non conferiscono protezione contro le embolie periferiche ed ictus. Per quanto tempo il paziente è in fibrillazione atriale, l’unico farmaco efficace ed indispensabile è l’anticoagulante.

Sull’aspetto dell’anticoagulazione prometto di ritornare a breve, per mettere insieme a fuoco, alcuni concetti fondamentali.

A presto.

 

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Dott. Vladimir Guluta

http://www.guluta.it/

cardiologo presso Maria Cecilia Hospital

Cotignola (RA)

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