Le proiezioni epidemiologiche diffuse negli ultimi anni dal più autorevole elaborato annuale sulla malattia di Alzheimer (l’Alzheimer’s Disease World Report) non lasciano molto spazio a diverse interpretazioni circa l’importanza sempre crescente dell’Alzheimer sulla scena clinica, sociale ed economico-sanitaria.

E se è vero che l’Alzheimer sarà la malattia del futuro, pare sempre più evidente come sia necessario allearsi con questo futuro. Perché se da un lato gli sforzi della ricerca biotecnologica per prevenire, limitare e curare la malattia stanno incassando importanti risultati di prospettiva, le sfide per chi oggi assiste una persona già affetta da Alzheimer sono complesse, concrete, sfiancanti.

La tecnologia in ambito assistenziale trova terreno fertilissimo per dimostrarsi un complemento capace di ottimizzare ed esaltare l’assistenza umana e nel caso di Alzheimer questa verità si mostra ancora più limpida.Sono passati ormai diversi anni da quando le prime aziende che si impegnano nel settore medico cominciarono a formulare l’idea di fornire strumenti e soluzioni utili all’assistenza a persone con demenza.

Ragionando semplicemente sul gap che attualmente esiste tra ideale e possibile, alimentato consistentemente dall’enorme mole di risorse che l’assistenza all’Alzheimer richiede, ciò che fu identificata per prima come proposta adiuvante fu probabilmente la messa in commercio di trasmettitori gps in grado di permettere ai caregivers familiari il ritrovamento del proprio caro in caso di smarrimento.

Mai adottato dalle grandi industrie, poneva problematiche serie dal punto di vista sia etico che legale, infrangendo la privacy di soggetti non per forza interdetti da alcun tribunale. Dopo qualche anno una sinergia di professionisti provenienti da ambiti medici ma anche dalla domotica e dall’architettura realizzò quella che, concettualmente, fu definita come “Smart Home”.

 

Questo progetto, ripreso e modificato più volte secondo necessità e visione dei vari pool di ricerca di mezzo mondo, si basa sostanzialmente sulla modificazione dell’ambiente residenziale, il quale grazie all’installazione di sensori e terminali interattivi permette sia un controllo stretto delle possibili situazioni di rischio ambientale per la persona malata, sia una miglior interazione e percezione della stessa con l’ambiente.

In questo caso la ricerca e la messa a punto di miglioramenti proseguono.

Memoria e relazione informatizzate

Negli ultimi mesi si parla invece molto di due novità futuristiche che hanno terminato la loro parte progettuale e sono al vaglio dell’esperienza quotidiana. La prima tratta di un apposito programma accessibile da tablet, pc o smartphone, studiato per stimolare la persona malata.

La modalità è molto semplice ma di risultato:

un percorso di storie raccontate al paziente e con le quali il paziente può interagire navigando tra immagini, icone o più spontaneamente con la voce.

Attraverso questo il programma si pone l’obiettivo di migliorare il tono dell’umore del paziente e di studiarne al contempo i meccanismi, personali e personalizzati. In ambito di ricerca assistenziale a persone con Alzheimer, la questione del tono dell’umore e dei disturbi comportamentali rappresentano argomenti difficili da analizzare e comprendere appieno, per la loro natura estremamente soggettiva e per la difficoltà nel reperire strumenti totalmente aderenti ai fenomeni in esame.

L’ultima meraviglia tecnologica che ci coadiuverà nell’assistenza è il risultato di un ambizioso ma vincente progetto europeo che ha unito robotica e scienze mediche. Si tratta di un robot vero e proprio, con tanto di “carrozzeria” dal design umanoide, sensori, sistema di movimento ed anche un display touchscreen a disposizione della persona assistita.

Le funzioni rivelate durante le presentazioni ufficiali includono la capacità di monitorare parametri vitali, stato d’umore, disabilità funzionali, la capacità di ricordare pasti o assunzione di terapie, può avvisare i servizi di soccorso territoriale e interagire con la voce rispondendo anche a domande. Più tecnologia, meno umani? Inutile nascondersi dietro a un dito, questa domanda rappresenta uno dei nodi di perplessità più difficili da sciogliere.

Le dimostrazioni di quanto questo pericolo possa essere reale si racchiudono in un’altra domanda, stavolta ironica, che mi è stata rivolta quando a un collega parlavo di questi argomenti: “Finiremo in minoranza come le cassiere in carne ed ossa al supermercato?”.

Moltissime funzioni svolte dall’uomo tutti i giorni sono rimpiazzabili da sistemi informatizzati, forse a volte anche più bravi di noi.

Ma come è ovvio osservare nel quotidiano lavorativo, l’assistere qualcuno coinvolge elementi non informatizzabili: emozioni sincrone, calore, sguardi sinceri. E quando essi mancano, l’assenza non si limita a se stessa ma scivola inevitabilmente nel danno.

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